Antonella Anedda: “Salva con nome”

 

di Franca Mancinelli

Nel tutto pieno della vita, nell’accumulo di cose e scorie a cui ci espone il nostro tempo, la poesia può donarci uno spazio di tregua, esponendoci nudi all’esperienza del vuoto. È innanzi tutto a questa esigenza di uno spazio libero dai nomi, dai suoni e soprattutto dall’ombra di se stessi, che risponde il quinto libro di Antonella Anedda, Salva con nome (Mondadori, 2012). La prima cosa da fare è fare spazio: evadere dalla propria individualità e dalla condanna che comporta (il nome e il suo carico di destino) e andare verso l’aria (così si intitola la prima sezione), aprirsi alla dispersione, al soffio di altre vite, di altre lingue che si sovrappongono alla nostra, perderci fino a ritrovare al fondo dello specchio il nostro volto perduto, inabissato (Autoritratto come guerriero nuragico), la nostra inconsistenza di spettro insonne, assettato, vegliato dallo sguardo dei morti (Cucina 2005). Una volta aperto questo spazio di tregua dal tempo, spazio dello sguardo e dell’incontro con l’oltre, è allora possibile il respiro, continuo andare e tornare dal vuoto alla vita, cucitura, scrittura. Pneumologia, la seconda sezione del libro, affonda nella giovinezza della madre malata, e risale con la sua mappa capovolta come guida. Un fotogramma buio che le sorride chiedendo un riscatto, tanto quanto innumerevoli altri volti, anonimi, che si sovrappongono, cercando accoglienza. Compiere dunque il gesto che salva, scrivere attingendo alla stessa misteriosa grazia che muove ogni giorno fuori dal letto, attraverso le strade, eroicamente partecipi di qualcosa di più grande della propria paura, del dolore che gela e ossifica i corpi. Nel libro precedente, La vita dei dettagli (Donzelli, 2009), Anedda affrontava la perdita in una sfida frontale condotta attraverso le più varie forme della prosa, dal saggio, fino alle didascalie di un esercizio attorno a fotogrammi ritagliati e ricomposti come per abitare lo spazio dell’assenza, trasformando un volto amato in un paesaggio. Forte di questa arte imparata dolorosamente, con il proprio corpo, in Salva con nome la poesia di Anedda prende la stessa forma della perdita, si fa «porta sul vuoto», cornice aperta al fluire di immagini che, liberate dalla dimensione del tempo, appaiono un istante chiedendo di perdere il nome o di riaverlo. Sono le due facce di uno stesso gioco che salva: consegnare al silenzio, alla pace del bianco, e riportare alla vita, alla memoria del nome. Fin dal titolo, uno dei più belli della poesia contemporanea, Anedda sembra indicarci i diversi fili che ha cucito, con precisione e pazienza, muovendosi nel senso contrario alla morte, al suo disfare. Così accoglie un’espressione silenziosa, tanto è logorata dall’uso, confusa in un gesto ripetuto, quasi inconsapevolmente (quel clik che virtualmente salva), e la illumina di una domanda di senso, la incarna fino a riconoscerla emblema di un destino comune, tra l’intonazione verticale di una preghiera aperta, e il velo di un’ironia che ci riporta alla materia, al nostro finire in un cumulo di ossa. Ed è proprio nell’immagine di un ossario che si conclude Salva con nome, dopo averci condotto di fronte all’altra immagine-cardine su cui ruota il libro: il collages di fotogrammi giustapposti, come ex voto, nella parete di una piccola chiesa nell’isola della Maddalena. Un libro costruito su una sapiente struttura (otto sezioni incorniciate da due prose che lo aprono e chiudono), in un percorso che dall’aria attraversa tutti gli elementi fino a riportarci alla terra, e insieme un libro sorprendentemente aperto, in dialogo con i silenzi bianchi e neri delle foto scattate o raccolte da Anedda, attraversato dalla pioggia e dal vento, dal variare del cielo. Una voce che sa farsi intima e corale, spettrale e impastata di materia, perché è trasmutando che si placa il dolore, cambiando forma e stato, attraversando identità. Così le piccole azioni annotate come esortazioni e riti, in un prendersi cura dandosi del tu, facendo da madre a se stessi, l’esporsi alla frantumazione e ricomposizione di sé, abbandonando il corpo in balia degli elementi e dei gesti degli altri, l’arretrare verso la vita vegetale e minerale, oppure il confondersi nel coro di una comunità indistinta, registrando brandelli del parlare comune, incontrando il calore vitale dell’altro: «Creature senza creatore in cammino da ere / fino al gesto in cui una, toccando l’altra, la consola».

da Salva con nome (Mondadori, 2012)

 

Autoritratto come guerriero nuragico

Poco più alta di un busto romano.
Difesa da uno scudo ma priva di slancio.
I lineamenti di bronzo
senza passaggio di sorriso.
La spada le ha diviso la fronte
verde-rame con crosta
inutilmente incoronata di pruni
accecata da pietre.
Inabissata. Liquida.

 

***

 

Cucina 2005

Se l’avesse vista
se avesse visto la sua forma mortale
spalancare stanotte il frigorifero
e quasi entrare con il corpo
in quella navata di chiarore,
muta bevendo latte
come le anime il sangue
spettrale soprattutto a se stessa
assetata di bianco, abbacinata
dall’acciaio e dal ferro
bruciandosi le dita con il ghiaccio

avrebbe detto non è lei. Non è
quella che morendo ho lasciato
perché mi continuasse.

 

***

 

Video

(Bill Viola: Ocean without a shore, Venezia, Biennale 2007)

 

Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro che trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.

Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di  un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.

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