Dario Bellezza: una lettera a Felix Cossolo

Cara amica frocia, l’altra volta mi ero rivolto ad una nemica, e non ti avevo spiegato perché l’odiavo. Ora sono qui a spiegartelo, perché non si pensi che Dario Bellezza odia i froci, che invece io adoro, con qualche eccezione, Aldo Busi in testa. Finalmente, come in uno spasimo di liberazione decisi di non vedere più la Crocchetta. Così si chiamava la frocia sicula dell’altro numero. Dopo tanti anni un’amicizia creduta sincera fi nì: ora in varie puntate racconterò il motivo, dalla mia parte, s’intende. Ero stato ingannato, ferito nel mio amor proprio; lei sarà dannata per sempre, lo so. Tutto partì dalla delusione di non essere stato invitato in Marocco, una grande delusione, in specie dopo che avevamo passato tutta l’estate insieme, e la Crocchetta era stata mia ospite regale. In Sicilia, nella sua patria, dove io avevo preso in affi tto per l’estate una casa, a Licata, che in seguito sarà resa famosa dalla presenza di una Lara Cardella… Era l’anno del Signore 1989. Io mi sentivo ancora giovane e bello, e quando ero ritornato a Roma mi ero subito fatto vivo per telefono; la Crocchetta aveva trovato un buon posto all’ENI, e si era emancipata dalla Lucania dove lavorava, nella piana di Pisticci. Le vacanze purtroppo erano fi nite, iniziava l’autunno con le sue moribonde dolcezze, e Crocchetta mi aveva preceduto nella partenza per Roma di qualche settimana, lasciandomi tutti i giovani maschi più belli della terra. Non ancora vittime totali del Consumismo. Un suo amico aveva preso in consegna, quando eravamo partiti insieme, le mie chiavi di casa per prendere la posta, e dare il cibo ai miei preziosi gatti. Non me l’ero sentita, questa volta, di portarli con me; lo avevo fatto in precedenti partenze, andando in Lucania, ma vari incidenti capitatimi mi avevano costretto a lasciarli a casa. Così questa volta, cara amica, invece di spiegarti il motivo della mia inimicizia per la Crocchetta, o le tante storie d’amore intessute in terra di Sicilia, ti parlerò dei miei gatti che sembra, alla faccia di Busi, mi abbiano reso celebre in tutto il mondo, tant’è vero che in Spagna è uscito un libro che si chiama Gatos. Gatti. Una volta infatti, per rimanere in tema, al castello di Nova Siri mi era stata rubata una gatta nera di nome Sfortunata; e mi era stato chiesto un riscatto per riaverla. Il ladro doveva essere un complice di Busi che assomiglia molto alla Crocchetta in frociaggine. In quel piccolo paese lucano mi credevano un gran ricco piovuto dalla Capitale. Ricordo il battitore che andando in giro per le strade del paese mediavale strillava: “Chi ha trovato una gatta fi na (non fi nocchia!) la porti al proprietario, al Castello, al balcone signorile!”. Ero soltanto l’affi ttuario, naturalmente, e avevo preso l’appartamento più alto del Castello credendo di essere una reincarnazione di Kafka; pagavo nel 1979 centomila lire, e vi scrissi tra l’altro, Turbamento, che è stato poi saccheggiato e imitato da Busi e Tondelli. La gatta mi fu riportata da un ragazzino scalzo e biondo, con l’uccello di fuori; fu la prima cosa che vidi, ma allora la Lucania era come ai tempi di Norman Douglas. Io scrissi una poesia su di lei qualche giorno dopo, appena arrivò l’ispirazione. Era una gatta nera, l’unica gatta nera che ho avuto. Non sono superstizioso, non ho più avuto gatti neri, non me ne sono capitati, tutto qui. I gatti per me erano come i ragazzi. Ed è strano che Paterlini che ha redatto un bel libro, Ragazzi che amano i ragazzi, si sia dimenticato nella sua bibliografi a aggiornata sull’argomento almeno i miei due libri degli anni Settanta: Lettere da Sodoma e Il carnefi ce. Ma, per ritornare ai gatti: un’altra volta, in treno, sempre ritornando da Nova Siri avevo i miei tre gatti in due gabbiette; Belindo, Belinda e Miosotis erano i loro cari nomi. Due erano tigrati e sposati, e il rosso Miosotis era lo scapolone di turno, innamorato naturalmente sia di Belindo che della moglie Belinda innamorata a sua volta di lui, anche se non tradiva il marito. Il mio stupendo, dolcissimo Miosotis morto nel 1990. Penso che ora, oggi, ancora mi protegga, come fosse una buona stella, in questa mia navigazione procellosa dopo aver superato la tempestosa giovinezza, come scrisse il poeta di turno… Il poeta in queste mie lettere e memorie sono i poeti: i tanti poeti vivi e morti che mi hanno tenuto compagnia. Anch’io sono un poeta, se lo ricordi Busi (non si offendano i poeti!) forse non grande, ma questo non è importante. Più decisivo è invece sapere come vive un poeta, se decide di scrivere una sua vita alfi eriana, non inventata, trasgressiva, alla Gide o alla Rimbaud. O alla Oscar Wilde! Che non avevano bisogno di presentare i loro libri nudi, dato che la trasgressività era già nel libro. Ma, smettendo la mia abitudine di divagare polemicamente, ma senza cattiveria, mi si creda, anche Busi è un fi glio di Dio e per di più come tutti, è mortale, ritorno alla narrazione dei miei gatti. In treno, avevo, per non pagare il biglietto (le bestie pagano la metà) collocato le due gabbie in alto, sui portabagagli. Ma prima di partire di casa avevo sbagliato; con gesto automatico avevo aperto il frigo per svuotarlo, e trovai una busta di latte che versai dentro la ciotola dei gatti, che subito leccarono tutto. Ora, nel viaggio, il rollio del treno fece il resto, e i gatti vomitarono e cacarono sulla testa dei viaggiatori. Scappai con le due gabbie, e mi rifugiai in una toilette, in un cesso, meglio sarebbe dire, dove una volta portavo le prede incontrate nei miei lunghi viaggi al Sud: maschi bellissimi e pieni d’amore. I gatti ora miagolavano, pazzi per la puzza della loro merda in parte piovuta sulle teste dei malcapitati passeggeri che mi volevano linciare. Nel cesso pulii alla meglio le gabbie con la carta igienica, ma, nella furia di nascondermi, dimenticai di chiudere la porta col catenaccio, e qualcuno aprì improvvisamente e mi trovò in mano una scatoletta di carne alla quale avevo tolto l’etichetta sporca. Sembravo un terrorista preso in fallo; con la bomba in mano. Fuggii anche da quel cesso, e ancora mi sembra di scappare, ma ora nel ricordo mi sembra tutto meraviglioso, e ho quasi dimenticato che lady Crocchetta mi odia, mi vuole morto perché mi accusa di averla manipolata in gioventù, di averla resa intelligente, cioè non lesbica; perché, cari miei, capiamoci, una buona volta, io lesbica non sono, a me piacciono i maschi, lesbicare mi sembra un’attività ignobile.

(da una lettera di Dario Bellezza a Felix Cossolo)

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