La poesia e la storia

 

di Marco Furia

Dopo aver letto “Sulla strada per Leobschütz”, di Daniele Santoro, raccolta di versi che, come dice Giuseppe Conte nella sua attenta prefazione, “ha un centro tematico di dura, cupa potenza”, mi chiedo come un uomo nato nel 1972 abbia potuto calarsi così intensamente in una tragedia (quella dei campi di sterminio nazisti) avvenuta una trentina di anni prima della sua nascita.
Il mio interesse è suscitato, innanzi tutto, dal mezzo espressivo adoperato: la poesia.
Un verso chiaro, preciso, che ben poco vuole concedere a ciò che non è elemento concreto (si veda, a questo proposito, l’articolata documentazione riportata in fondo al volume): ogni enfasi è bandita da un tessuto linguistico volto a trattare una materia drammatica, i cui aspetti lugubri e fisicamente poco dignitosi fanno provare sentimenti di vero e proprio orrore.
Santoro affronta tale non facile argomento con un’immediatezza capace di colpirci, subito e senza riserva, poiché diviene viva cronaca di una tragedia in cui si resta coinvolti emotivamente.
Come non ricordare certi passi dell’ “Armata a cavallo” di Babel?
Alcune pronunce, più inclini a un atteggiamento descrittivo, inducono a riflettere su un dramma che non esclude strati di popolazione normalmente privilegiati

certo, sconcerta vederla qui tra noi che ruba
al moribondo e si accaparra il pane
la buccia di patate, fa la ressa
torno torno al paiolo delle rape, la contessa

altra volta è il sentimento della paura a oggettivarsi in un’immagine

eccolo è lui non lo guardare
fila diritto tieniti lontano

oppure è una feroce assurdità a coglierci quasi impreparati

anche i bambini aspettavano la morte

o, ancora, è un’amicizia nata nella disperazione a sorprenderci

straniero amico compagno di questa sciagura senza senso

Certo, molti di noi, autore compreso, non erano là, ma qualcosa di quell’inaudita sofferenza deve pur essersi conservato, se un poeta è riuscito non soltanto a rappresentare tale tribolazione, ma a renderla viva.
Qualcosa che è violenza cieca, crudeltà “senza senso” di cui alcuni uomini si sono macchiati.
Ecco che allora all’orrore, sentimento paralizzante, si aggiungono la vergogna e poi la fiducia (o, almeno, la speranza) in un superamento di certi terribili istinti.
Superamento senza dubbio possibile, ma non scontato: il rispetto per i propri simili va costruito e salvaguardato sempre, tutti i giorni.
Non ho risposto intenzionalmente alla domanda che mi sono posto all’inizio – domanda alla quale forse lo stesso autore non è in grado di rispondere in termini di resoconto logico – limitandomi a porre l’accento sullo strumento espressivo adoperato.
Forse il verso è mezzo più adatto di altri al fine di far rivivere certi episodi del passato?
Il tocco preciso ed efficace, per nulla saltuario nelle sue caratteristiche d’incisiva concisione, l’intento (coronato da successo) di non rimanere estraneo a un’allucinante esperienza di quotidiana crudeltà senza cadere in un’angoscia priva di sbocchi (“se a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore”), il desiderio, testimoniato dal citato elenco di documenti consultati, di specificare al meglio, ossia di non trascurare raccapriccianti tratti, proponendo un’opzione idiomatica che sa essere nella sciagura ma evita di naufragare in essa, tutto questo, mi sembra, porta a ritenere che per Daniele, davvero, la poesia costituisca mezzo di vivida narrazione.
Siamo dunque al cospetto di un poeta e anche di uno storico?
Direi di un poeta – storico, senza distinguere in maniera rigida tra aspetti felicemente fusi.

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