La mano ozia nel nido delle tue cosce,
è sera, e la sera rinnova la pioggia,
mai cessata di fremere.
— Alessandro Ricci

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La buona poesia n.2: Massimo Sannelli

 

[Pubblichiamo di seguito il secondo intervento di Massimo Sannelli su La buona poesia, dopo il primo di Terzago da cui parte questa inchiesta. Chiunque volesse contribuire al dibattito, oltre l'uso dello spazio dei commenti, può inviare la sua propria riflessione rispondendo alla domanda "come capisco che una poesia è una buona poesia" seguendo queste modalità di invio. Buona lettura.]

Riconosco il «morso oscuro di tarantola», o di cane, perché fa male o ha degli effetti. La causa prima è il morso e io sono l’effetto. Se non conosco la teofania, proverò la zoofania come cosa acuminata. Una carne subisce e io so: così provo e conosco la prova. Allora riconosco il morso, il mio corpo e la possibilità di morire. Riconosco anche il bacio, che viene da una presenza fraterna o materna o prostituita: se non conosco la teofania, proverò l’antropofania. Così riconosco il bacio, il mio corpo e «le rayon violet de Ses Yeux», e la possibilità di godere, dominato. Scrivo secondo un’enfasi inusuale. I significati sono volgari e l’io è piccolo: ama concepire i pensieri, come i figli che non amerà, mediamente. L’altro io annichilito si lascia concepire senza carne, riceve, impara, sostiene l’impatto sonoro e invisibile: «Dio nessuno l’ha mai visto», e nemmeno un suono si vede. Sento i suoni in un verso che dice «Tutto il mondo è vedovo se è vero». Ho riconosciuto il morso dal dolore, il bacio dal piacere, il suono dall’esaltazione inconcepibile. Il rapporto con i contenuti è tirannia dei rapporti: andrò per le migliaia di chilometri e dirò al signor Papa: «Ora voglio un fagiolo, un fagiolo, signor Papa. Grazie». Il maestro Eckhart dice: Questa è la religione falsa. La poca poesia sono io, che chiedo «un fagiolo, un fagiolo, signor Papa». Questa poesia svaluta sé e me. Nel mondo dei contenuti non siamo santi, ma allievi e buoni amici. Nel mondo dei suoni – da Dickinson a Dio – esiste la Maestà, che conosce suonando e isolando. Dall’effetto io riconosco il morso, il bacio, il suono, la poesia: dunque uso me come strumento, come strumento vocale, cioè come schiavo sottomesso, ma non devoto, e nemmeno perfetto. È incredibile, ma io non sarò libero: non c’è Stato in Dickinson, non c’è Potere in Mesa, non c’è Discorso – né azione – in Bene. Ora io non voglio collaborare con Artaud, non voglio collaborare con Mesa, non voglio collaborare con Rosselli. Io non sarò la sedia di Coltrane. E in realtà – nell’unica realtà – non posso collaborare con loro. Quindi rifiuto l’amicizia (che non mi viene offerta). E ora voglio la Maestà: cioè non voglio essere libero, non voglio imparare. Non voglio che Emily e Amelia mi educhino; in ogni caso, non sono educatrici di niente. Mario Benedetti ha una grande anima, che ha sofferto: ma Benedetti mi rappresenta ciò che io non voglio vedere; e la sua rappresentazione non morde, perché non ha suono. Benedetti o De Angelis mi offrono amicizia, cioè complicità: le loro storie di ora, che io rispetto. Ma io non voglio questa libertà di amici. Non voglio la morbidezza. Voglio la perfezione nell’intensità del morso e della bocca. In mancanza di questi scritti – ma questi scritti ci sono ancora – preferirò la vita, in ogni caso. Detesto e disprezzo la mia tristezza antica, le mie tentazioni di normalità. Detesto e disprezzo l’idea che la mia stessa poesia fosse un atto monastico. Il corpo dirompente deve invadere il «corpo vaginato» di Novarina. Tu «mi hai sedotto, e io mi sono lasciato sedurre», e la mente generale vuole l’obbligo – su cui si fonda una Chiesa visibile, che legifera –, ma non vuole credere all’assurdo: la fede nella resurrezione è difficilissima e assurda. Voglio l’assurdo e posso riconoscerlo. Il dono della lingua è il tono della lingua e il suono del lingam. La lingua è un angue, il serpente fatto bene, che morde. La fica non è passiva e per questo prende. La mia passività è solo rinuncia alla collaborazione: vieni, perché ti voglio. Imponiti. Riesci, consuma. Intenso, ma non inteso: ti estendi, ma non posso intendere. Non è più questione di intelligenza. E Le rayon violet de Ses Yeux. Il tutto santo, che spacca l’insano o il piccolo. Ho messo il piede nell’amorosa pania e tutto è finito, ma tutto è in tutto: quindi sono vivo. La lingua didascalica langue, la poesia è un’altra cosa. Questa prosa non parla di poesia. La poesia non è prosa.

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Massimo Sannelli è nato nel 1973. Vive a Genova, in Salita degli Angeli. La sua biografia letteraria ha molti rami, i più importanti sono questi: il nuovo commento alla Comedìa di Dante (Fara, 2010); la collaborazione accreditata alla Bocca del lupo di Pietro Marcello (Migliore Film al Torino Film Festival, Premio Caligari al Festival di Berlino, David di Donatello e Nastro d’Argento); la distruzione e la riscrittura di tutte le sue poesie, per liberarle da tutti i vincoli: il primo volume contiene i testi degli anni 1993-2006, con il titolo L’aria (Puntoacapo, 2009); il secondo (per gli anni 2003-2011) è ancora inedito. È editor della casa editrice internazionale «La Finestra» (Trento). La sua attività completa è nel suo sitopersonale. La scrittura non nasconde niente [...] in tutti i modi, il lavoro diceva: io avevo fame, io avevo prima. questo è ciò che NON siete; ed ecco ciò che NON posso. Per pietà si parlava sempre, ad un nemico ignorante, per sua colpa.

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  • http://www.dicerchioincerchio.wordpres Gloria Gaetano

    Buona poesia, cattiva poesia, ma si sceglie dopo. Io conosco quali sono i gusti di poesia: asciutta pulita, ma so anche che in queste scelte prefabbricate, ognuno ha il diritto di scegliere,e vengono a mancare poesie di meticciato sudamericano e di altri paesi. Poesie con metafore un po’ barocche. Non vengono prese in considerazione . E anche le trombe d’oro della solarità sono un’eccesso di sinestesia. Ma quante poetiche verrebbero escluse,: Jmenez, Salinas, per non parlare di Neruda e della Merini, che vengono considerati poeti per analfabeti.
    Ma allora la tendenza è una sola? Quella post ermetica, lindaasciutta, tutti dovrebbero scrivere come Celan. E invece fare rete significa scegliere, ma anche includere poeti degni di tal nome che sono più densi più meticci, meno puliti asciutti.
    Sono varie linee di poesie. E il lungo canto d’amore di Prufrock come viene considerato?
    Tante linee di poesia, tante poetiche tante tendenze. L’importante è scegliere e fare rete. Aprire e non innalzare muri. Non meno libri, ma più libri, complessi vitali, che fanno riflettere. Il problema è scegliere e proporre, sì anche Jmenez Machado salinas… e altri che non conoscete. Si screma dopo. Questa è l’abilità del critico e dell’editore. Non ridurre tutto al pulito lindo setacciato, un po’ dandy.
    Certo non era pulitino Poust O Faubert o Balzac, ma quante cose vi abbiamo trovato dentro!.
    Allora più libri, molti consulenti di varia tendenza e …apriamo le porte… alla poesia tou court, anche ricca e sovrabbondante, se si sa sccegliere tra i migliori, tra le espressioni più vitali, valide e di arte vera. Non solo una poetica.Ma tante! Più libri e scegliamo la qualità escludiamo tutti i presentatori tv e veline dive divette.

  • sebastiano aglieco

    cara Gloria, concordo appieno. Sebastiano

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