Per resistere al nemico. Su ‘I resistenti’ di Luca Ariano e Carmine De Falco

di Fabio Franzin

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è diventato quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.

Ingeborg Bachmann

 

i-resistenti1Si potrebbe partire da questi icastici, tremendi versi di Ingeborg Bachmann, soprattutto dal primo, dove si dice che, nei moderni paesi occidentali, la guerra non viene più dichiarata, ma proseguita.
Proseguita da cosa? da quale evento scatenante? certo da una guerra vera, reale, con tanto di bombe, pallottole e trincee, e defluita, successivamente, in un conflitto di carte: cartamoneta e carte bollate, cioè economico e burocratico; la guerra immaginaria / alla fine delle guerre come dicono Ariano e De Falco in un verso altrettanto appropriato ed efficace. Perché questo conflitto, pur non essendo stato dichiarato, è in corso, con tutta la sua dirompente indifferenza, le sue vittime inermi, i suoi cavalieri con macchie e peccati a comporre una mimetica unta, da generali più abituati ai comodi gozzovigli della mensa ufficiali che alle strategie, al sudore del campo e delle trincee, i suoi loschi figuri di retroguardia impegnati nei consueti, squallidi baratti da mercato nero.
E’ in corso proprio dal dopoguerra, da un boom economico che, pur avendo portato prosperità, tolto gran parte del popolo da miseria e pellagra, lo ha stravolto e dissipato, devastando inoltre un territorio, opera di disgregazione peraltro mai arrestatasi; è in corso dall’avvento della televisione, che ha traviato e disperso la società civile, tutta involta a un consumismo che ha scambiato le cose per valori, i valori divenuti merce, patacche per vecchi nostalgici incapaci di stare al passo coi tempi; è in corso poi, politicamente, dopo mezzo secolo di dominio dc, con la sua corruzione, lo spaccio di voti in cambio di posti e favoritismi, sino all’avvento di una terza repubblica altrettanto corrotta e altrettanto dissipatrice.
In questo fosco scenario che è la storia del nostro Paese, chi la ha poi combattuta per davvero, una guerra, e una guerra di liberazione contro la feroce alleanza nazista e fascista, chi lo ha salvato dalle follie del Reich e dagli squadristi in camicia nera, ha visto – in questi ultimi decenni piegati da un revisionismo storico che non sta in piedi neanche con una impalcatura – il suo eroismo vilipeso, disprezzato, inquadrato da un obbiettivo distorto: i partigiani sono diventati essi violenti squadroni punitivi, la loro epopea di liberatori dalla tirannia, ridotta solo a un mero e vigliacco regolamento di conti. Però questa parola: resistenza torna a far parte dei pensieri di molti civili, come un valore troppo sbrigativamente relegato in soffitta insieme a una bandiera arrotolata.

Ma questa mia breve nota a “I resistenti” cos’è allora? un breve riassunto della storia d’Italia? Un trattatelo sulle sorti politiche e ideologiche del paese in cui siamo nati e viviamo? È che non è più possibile tralasciare gli antefatti, perché è da essi che Ariano e De Falco pescano le loro parole. Così in questo habitat umano, in questa scacchiera lottizzata e cementificata che è ormai ogni italico territorio, che fu il giardino d’Europa: tra le vigne – un tempo chiesetta di campagna, / ora periferia post industriale, ancora, in questa Patria da cui siamo in esilio questa coppia di poeti, come da un confino della realtà, muovono le loro pedine, compagni di gioco, di solitudine, compagni di una sventura che tutti ci accomuna. Pedine che non rappresentano re, regine o alfieri, ma le incolori figure di un popolo di reietti, di perdenti (perdenti, sia chiaro, per il metro o l’euro di giudizio dei tempi): accanto una piazza di cassintegrati disfattisti / (…) / poche bandiere fuori tempo. Tutte in elle. E quasi da “piccoli maestri” Meneghelliani ci dicono lo spaesamento di chi sente d’esser di nuovo carne da macello / come al fronte, perché anche domani si alzerà all’alba / per il solito lavoraccio sottopagato oppure il lavoro lo ha perso o, precario in ogni senso, contempla sconfortato il filo dell’orizzonte spezzato, attua la sua strategia, a denti stretti, a pugni chiusi, per mantenere accesa la fiamma tremolante della sua dignità. Ariano e De Falco, ognuno con la sua voce, così ben definita e ben individuabile all’interno della raccolta, ognuno col suo urlo silenziato, si chiedono Che resistenza c’attende / se pensiamo alla parola partigiani? E poi, ancora, la dichiarazione di un’impotenza che grida, che sembra sgridarci per un compito disatteso: Sembrano avercela con noi / che non facciamo la rivoluzione. Perché il nodo sta tutto lì, fra sentirsi partigiani, pensare a una resistenza, o volersi, in un atto più mentale che fisico, rivoluzionari, e la resistenza, quel cancello immaginario, averlo già oltrepassato, abbattuto prima dalla furia della carica nemica. Perché il conflitto c’è, eccome, anche se non armato; perché è insito nella realtà di ogni giorno, perché è incuneato nell’ascella della crisi, e la crisi è una crepa che si apre nel tessuto sociale e si fa sbrego, e fra i brandelli di quello squarcio gli ultimi precipitano, e nel cadere si sentono persi, abbandonati. È come un tarlo che corrode: la nostra / guerra civile è un logorio lento. Ecco, in questa tensione, in questo sconforto innervato da un desiderio di strenua resistenza, sta la cifra di questa raccolta, scritta a quattro mani perché è un atto di libertà civile, e i partigiani, lo sappiamo, hanno sempre operato in drappello per resistere al nemico, non per un atto di vigliaccheria, ma come esempio da opporre all’individualismo più bieco ed egoista.

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