Tigre contro grammofono, serie 2: Ozwitz, 3.

icona TCG 2, 3Richard Lewontin ha scritto che i panglossiani hanno confuso la scoperta di Darwin che ogni adattamento è conseguenza di un’evoluzione mutazionale con la pretesa che l’evoluzione di ogni mutazione porti il segno dell’adattamento. Anche se i biologi non sanno farlo, dai filosofi ci si aspetta che siano in grado di distinguere fra la proposizione «ogni x è y» e la proposizione «ogni y è x», e nella maggior parte l’hanno fatto. Non si tratta semplicemente di una questione logica, ma di una questione empirica. Quello che i genetisti evolutivi e i biologi evolutivi sono andati facendo negli ultimi sessant’anni è stato di accumulare conoscenze su una varietà di forze che provocano il cambiamento nella frequenza dei tipi mutanti, e che non ricadono sotto la rubrica dell’adattamento per selezione naturale. Fra queste ci sono, tanto per citarne qualcuna: la fissazione casuale di caratteristiche non-adattive o anche anti-adattive a seguito di limitazioni delle dimensioni della popolazione e della colonizzazione di nuove aree ad opera di piccoli numeri di fondatori; l’acquisizione di caratteristiche a seguito del fatto che i geni che le influenzano si trovano ad essere agganciati sullo stesso cromosoma con qualche gene del tutto privo di relazione con essi, che viene però selezionato; ed effetti evolutivi collaterali di geni che sono stati selezionati per ragioni completamente diverse. Un esempio di quest’ultimo caso è dato dal colore rosso del nostro sangue. Probabilmente noi abbiamo l’emoglobina perché la selezione naturale favorì l’acquisizione di una molecola capace di portare l’ossigeno dai nostri polmoni al resto del corpo, e l’anidride carbonica in direzione inversa. Il fatto che il nostro sangue sia rosso, e non, poniamo, verde, è un epifenomeno accidentale della struttura molecolare dell’emoglobina, e ci sono animali, come le aragoste, che hanno sangue verde. Questo non ha trattenuto gli ideologi dell’adattamento dall’inventare storie sul perché il sangue debba essere rosso, ma non sono presi sul serio dalla maggior parte dei biologi1. Nei campi si presentavano due ordini di linguaggio conviventi e contrapposti: la tarnsprache, ad appannaggio delle guardie, e la lagersprache, parlata dai deportati. Per quanto riguarda il primo idioma, la lingua tedesca, flessiva sia nella radice che nella desinenza, offriva molte occasioni per declinare la crudeltà: minime variazioni morfologiche consentivano di modificare il significato di parole di uso quotidiano, complicando ulteriormente la comunicazione e offrendo un pretesto per punizioni ed esecuzioni. Il secondo invece era soggetto a un’alta varianza da campo a campo, oscillazione determinata dalla composizione delle diverse lingue d’origine degli internati; tale mescolanza, oltre a fornire uno mezzo di base per la comunicazione, poteva fungere da codice di mutuo soccorso. Una terza variante linguistica era quella degli gli ebrei parlanti il tedesco, che investiti dalle leggi razziali e obbligati all’esilio, dovettero interrogarsi su quanto una lingua sia mero strumento e quanto sia espressione della propria natura profonda, dalla condivisione dei valori della patria all’aneddotica della vita privata. Hannah Arendt ha detto  che esiste una differenza irriducibile tra la lingua materna e un’altra lingua. Posso esprimerla semplicemente, dicendo che conosco a memoria un gran numero di poesie in tedesco. In un certo senso esse hanno avuto origine sempre nel fondo della mia mente, in the back of my mind; naturalmente questo è qualcosa che non si potrà mai ripetere. In tedesco mi permetto delle cose che non posso permettermi in inglese. É vero che qualche volta me le permetto anche in inglese perché sono divenuta un po’ temeraria ma in generale ho mantenuto quella distanza. In ogni caso la lingua tedesca è ciò che mi è essen­zialmente rimasto, e sono sempre stata consapevole di averla conservata3.


1             Richard Lewontin, Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, Editori Laterza, 2004, p. 35
2             Hannah Arendt La lingua materna, Mimesis, Milano 1993

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