Fabiano Alborghetti: ‘Registro dei fragili’

 

 Registro dei fragili

Fabiano Alborghetti

2009, 75 p., brossura

Casagrande (collana Versanti)


 

(dalla Prefazione di Fabio Pusterla)

Fabiano Alborghetti, milanese da qualche tempo trapiantato a Lugano, ci propone una visione della poesia molto originale, molto particolare, e nettamente in controtendenza rispetto a buona parte del linguaggio poetico corrente. Autore ancora giovane (è nato nel 1970), giunge al Registro dei fragili  dopo un percorso piuttosto complesso, che si è snodato lungo piccole edizioni, non di rado preziose ma non sempre facilmente reperibili, disseminazioni in riviste e antologie, impegno assiduo nel dibattito dell’ultimo decennio e, contemporaneamente, atteggiamento defilato, quasi da outsider. Eppure il suo nome circola con una certa insistenza da qualche tempo tra lettori e critici, associandosi subito all’idea di una ricerca sulla parola a cui conviene prestare la dovuta attenzione, proprio perché nella sua opera sembra di poter cogliere qualcosa che stupisce e sorprende, un tentativo inaspettato di collegare lo scavo espressivo e la realtà esteriore, colta nelle sue zone di massimo disagio, di più drammatica lacerazione.

Questo appariva già con grande evidenza nella raccolta L’opposta riva (2006), nella quale Alborghetti metteva in campo energicamente una vera e propria idea  di poesia: una sorta di poesia-reportage, assolutamente dentro le cose del mondo, lontana tanto dall’effusività lirica quanto dal gioco linguistico-provocatorio e/o fine a se stesso, ma ugualmente distante dal più facile realismo sociologico. L’autore, nel caso de L’opposta riva, frequenta per anni gli accampamenti di immigrati clandestini della cintura milanese; passa con loro buona parte del proprio tempo libero, ne condivide, fin dove la condivisione è possibile, l’esperienza, studia, annota, cerca di capire. E poi prova a dare una voce proprio a chi è privato della voce, a chi pare ormai condannato a un’esistenza fantasmatica, marginale, negata. Il risultato è un piccolo libro notevolissimo, che a non pochi lettori è parso poter dialogare con il grande modello della Spoon River di Masters: ma una Spoon River più disperata, spigolosa, e tutta trasferita nel nostro presente dilaniato. Alborghetti doveva essere ben cosciente del rischio non piccolo che un simile progetto di scrittura poteva correre, cioè quello di scivolare nel sentimentalismo, nella denuncia più facile, nei buoni sentimenti politicamente corretti. Ecco allora che, spiazzando il suo lettore, egli sceglie una scrittura a tratti ardua, stilisticamente complessa, in cui l’esperienza della marginalità e dello sradicamento echeggiano appena per frammenti, per fotogrammi fulminei: proprio la commistione tra una materia atrocemente reale e un linguaggio poetico tendenzialmente alto, non di rado fortemente chiuso e formalizzato, produce degli esiti sorprendenti, di non comune vigore espressivo, di cui basterà fare un solo esempio:

Non aveva mai pregato in questo luogo
e il peso della solitudine sentiva maggiore
dall’arrivo e antecedente: sono morti

tutti prima che io arrivassi, al massimo ricordo
gli odori ma neanche i nomi adesso.
E qui o là diceva che terra vuoi che sia dove l’uomo

smette d’essere uomo e diventa animale, che Dio vede?

 

Non è facile indicare con esattezza delle radici culturali di riferimento, per un autore di questa natura; si potrebbe forse pensare a Giovanni Giudici, a certe cose di Elio Pagliarani (su tutte, forse, il poemetto La ragazza Carla), oppure a un modo imprevisto di elaborare il modello di Giampiero Neri, forse mettendolo in relazione con una ricerca di segno diverso come quella di Tiziano Rossi. Ma vengono in mente anche punti di riferimento ben più distanti nel tempo (e lasciamo solo tra parentesi i più distanti e  alti di questi ipotetici modelli, quelli del Parini, del Porta, fino alle idee di un Paolo Valera circa la necessità di sprofondare dentro le cose del mondo come un palombaro ): un certo filone inglese, per esempio il Tony Harrison di V. e altre poesie, o ancora la chiusura sintattica e formale che incastona una bruciante realtà sociopolitica in certe zone estreme dell’opera di Durs Grünbein.

Fatto sta che, a partire da qualcosa del genere, e da un bel cocktail di ottime letture e di profonda disperazione, l’attenzione e la curiosità di Alborghetti si sono da qualche tempo indirizzate verso un altro infernaccio quotidiano, di cui il Registro dei fragili scandaglia con pietosa lucidità i meandri, le zone d’ombra, i luoghi più ripugnanti. Punto di partenza: un fatto di cronaca, uno dei tanti desolanti fatti di cronaca degli ultimi anni, accompagnati ogni volta dal chiacchiericcio mediatico che sappiamo: una madre uccide il proprio figlio, in un paese di provincia (provincia geografica, e insieme provincia o periferia psichica: il posto dove forse tutti viviamo). Alborghetti prova a capire, e anche in questo caso sceglie la via dell’osservazione diretta, dell’esplorazione personale, non tanto dei protagonisti del dramma, irraggiungibili (o definibili solo attraverso gli specchi deformanti della disinformazione giornalistica), bensì del luogo che allegoricamente racchiude e orienta la tragedia: il supermarket, con tutto l’annesso orizzonte di esistenza mercificata, di merci in vendita o in offerta, di modelli di vita preconfezionati e paralizzanti. Supermarket reale, vero e proprio luogo (o non luogo) della vita associata, ma anche supermarket telematico, di cui notizie scandalistiche e talk show mediatico rappresentano la massima diffusione ed espansione. L’autore, battendo una sua pista, segue i clienti, in particolare le famiglie, ne spia le scelte, i percorsi, ne registra i frammenti di dialogo, i probabili sogni, le inevitabili catastrofi; lo fa nella concreta realtà del negozio e della via cittadina o periferica, ma anche nella realtà virtuale della TV e dei siti internet, attraverso la crudele spettacolarizzazione che negli ultimi decenni ha frugato con isteria nelle miserie di una famiglia italiana sempre più allo sbando, sempre più incline allo sfascio, all’autodistruzione, all’infanticidio, e che l’attacco del Canto XXXVIII  infilza subito sul suo spillone:

Quando accadono quei fatti ecco, appare la tivù
a riprendere la casa
con davanti chi commenta, il microfono alle labbra

come fosse una preghiera, sussurrare concitato gli sviluppi della cosa
poi la ridda di interviste per sapere di quei fatti
il passante va fermato che ci dica un suo qualcosa

nella gloria nazionale, apparire in tre minuti
per spiegare almeno un fatto anche quello più privato
un aneddoto preciso

Una simile costellazione tematica, a dir poco anomala per un libro di poesia, basterebbe certo a dire con quanta attenzione, con quanta speranza si debba guardare al nuovo libro di Fabiano Alborghetti, così diverso rispetto ai più generalizzati (e spesso soporiferi) paradigmi: qui non si parla affatto dell’io e dei suoi turbamenti, né di soggettive disperazioni; la voce che parla è puro sguardo, gesto di conoscenza e di restituzione, non di sfogo. Ma l’interesse si fa anche più acuto di fronte alla sorprendente scelta espressiva dell’autore, che costruisce i suoi “canti” (termine già di per sé particolare e inatteso, che non si lascia certo intendere in modo semplicemente antifrastico; siamo, è vero, lontanissimi dalla tradizionale e antica regione del “canto poetico”; eppure, da questa landa brutalizzata e mercificata, è davvero una sorta di canto che sembra salire verso l’altro – senza dimenticare che canti  sono anche e prima di tutto quelli di Dante…) sulla base di un ottonario quasi cantilenante e ossessivo, a volte franto o spezzato da un verso improvvisamente più breve, a volte prolungato nel lamento di un ipermetro, di una voluta imperfezione ritmica:

Occorre molto, occorre avere
per sapere che felici non si accade e il prodotto è un senso primo
colma fitto ogni altro smarrimento: è una vita che lavoro

certe cose sono diritto come prendere il prodotto
senza il marcio della rogna senza essere fregati
e chi si fida di quei nomi, i mai sentiti alla tivù?

Poi la fame nominava: niente basta
mentre fuori nel parcheggio tra le auto tutte in fila
il carrello accanto e pieno

scaricava nel baule,
ogni sporta chiusa bene perché niente si smarrisse
perché nulla andasse perso

fosse preda d’altre mani…

(Canto IV)

 

Questo ottonario ora esibito ora nascosto, frequentemente raddoppiato a creare un verso lungo, sempre capace di riemergere come una disperata monotonia, è come una nostalgia che avvolge e allontana ogni cosa, un desiderio impossibile che tinge le vite di insoddisfazione o di rabbia; l’effetto è visibilissimo, produce uno sfondo ritmico prolungato, sommesso, quasi da coro tragico o grottesco:

Metteva il figlio in fondo al dire con l’orgoglio
del buon seme messo bene nella donna e ne vantava in ampi gesti
con parole da rivista da barbiere: figlio forte

ripeteva quando cresce come me deve pensare
e poi gli insegno anche il mestiere. Lo prendeva per le spalle
lo scoteva come merce mentre il figlio gli annuiva

troppo intenso d’emozione per quel ruolo designato…

                    (Canto V)

 

Il risultato complessivo è quello di un libro compatto, coerente e perturbante: i suoi due aspetti felicemente antitetici, cioè la radiografia quasi imperturbabile, quasi scientifica di una realtà, e contemporaneamente l’assunzione quasi compassionevole, quasi pietosa, di quella stessa realtà trasformata in breve frammento ritmico, convivono in questi testi, feriscono e accarezzano insieme. La ferita non è quella, ingiuriosa, della semplice condanna sdegnata; la carezza non è quella, melliflua, di un’assoluzione troppo facile e indolore. Lucidità e pietà si contemperano e si potenziano l’una con l’altra, e il lettore ne assorbe la voce, e appunto il canto. Ma è una voce che incide, questa, un canto che interroga: una voce e un canto che Fabiano Alborghetti è andato a cercare in posti pericolosi e terribili, rischiando ancora una volta di smarrirsi. Invece ha saputo riemergere, e riportare a galla questo Registro dei fragili; sembrerà strano a dirsi, ma si tratta di un gesto di speranza, nonostante tutto, di un gesto d’amore.

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