Intervista a Maurizio Cucchi

DOMANDA. Come si presenterebbe a persone che non la conoscono? Chi è Maurizio Cucchi? Di che cosa si occupa?
RISPOSTA. In effetti la domanda è imbarazzante, proprio perché oggi nessuno ti chiede “come stai?”, ma “cosa fai?”. Oggi occorre rispondere indicando un’attività socialmente riconosciuta, e dunque che produca reddito. La poesia non rientra in queste categorie. Per questo preferisco glissare, magari scherzando con battute, tipo: “carrettiere”, o “latifondista”, o “mendicante”.

DOMANDA. Lei è uno scrittore, ma, prima di tutto, siamo di fronte a un lettore. Quali sono gli autori e i testi sui quali si è formato e si forma, e che hanno influenzato e influenzano la sua scrittura?
RISPOSTA. Sono un lettore appassionatissimo, da sempre, e oggi, se possibile, anche di più. Dovrei indicare moltissimi titoli e nomi. Risalendo indietro nel tempo, e dunque citando autori e opere che da ragazzo mi hanno indirizzato, direi T. S. Eliot, soprattutto per il suo Prufrock; Baudelaire; Federigo Tozzi per l’insieme dei suoi romanzi e racconti, ma anche per un testo anomalo come Bestie; Kafka, soprattutto per America; Proust e la Recherche; Edgar Allan Poe.

DOMANDA. Ha pubblicato la sua prima raccolta poetica nel 1976, a trentuno anni, “Il disperso”, Mondadori. Dunque una scrittura adulta: chi o cosa l’ha spinta a scrivere testi in versi e poi a pubblicarli?
RISPOSTA. Adulta sì, comunque il libro è stato scritto tra il ’70 e il ‘73/’74, dunque da un giovane tra i venticinque e i ventotto anni. Ho sempre scritto, che mi ricordi, per lo meno dai quindici/sedici anni in poi. Ho scritto in prosa (inizialmente soprattutto) e in versi (in seguito quasi soltanto). Ho scritto soprattutto in versi perché la sintesi estrema della poesia mi era più congeniale, perché nella poesia il valore e le virtualità della parola emergono e si incidono con maggiore energia. Chiunque scriva desidera pubblicare, lo sappiamo. Io ho avuto la possibilità di esordire nella collana più prestigiosa e la cosa mi ha fatto ovviamente piacere.

DOMANDA. Con la sua prima raccolta poetica si impone all’attenzione della critica e del pubblico. Come è riuscito a pubblicare con una casa editrice tanto importante fin dalla sua prima pubblicazione? Ci può dire qualcosa di questa sua prima opera?
RISPOSTA. In effetti le ambizioni erano più basse, anche perché osservando la realtà e le cose, frequentando librerie e biblioteche, vedevo che per un giovane Lo Specchio di Mondadori non era propriamente la sede più facilmente raggiungibile. Avevo peraltro pubblicato in Almanacco dello Specchio, all’inizio del ’74, e lì c’era stata una serie di consensi netti, come quello di Pasolini che non avevo e non ho mai conosciuto. Il disperso era stato mandato alla Mondadori da Giovanni Giudici che lo aveva molto apprezzato. In casa editrice piacque a Forti, fu apprezzato esternamente da Raboni, ebbe la decisiva approvazione di Sereni, e così decisero di farlo.

DOMANDA. Che cosa caratterizza la sua scrittura poetica rispetto ai poeti suoi contemporanei? Quali sono il filo conduttore e l’aria ispiratrice che fin dai primi versi l’accompagnano? E come si è evoluto il suo scrivere?
RISPOSTA. Non credo di poter essere io a rispondere alla prima domanda. Quello che posso dire è che ho cercato sempre di praticare una scrittura plausibile e antiretorica, di escludere ogni possibile esibizione di artificio, di avvicinarmi il più possibile a un registro prosastico conservando la massima attenzione all’armonia del suono. Nel corso del tempo credo di essermi mosso verso una maggiore asciuttezza espressiva, verso un’economia della parola che ritengo un dovere morale del poeta.

DOMANDA. E’ del 2005 il suo primo romanzo, “Il male è nelle cose”, Mondadori, seguito, nel 2007, dalla sua seconda opera narrativa, “La traversata di Milano”, Mondadori, e nel 2008 dalla terza, “Jeanne d’Arc e il suo doppio”, Guanda. Sta decisamente andando verso la narrativa?
RISPOSTA. Non direi. Il romanzo è uno solo, ed è stato scritto tra il ’65 e il ’66. L’ho ripreso quasi quarant’anni dopo, l’ho sistemato e tagliato, l’ho ambientato al nostro tempo, ma nella sostanza (protagonista, comprimari, vicende varie, finale) è rimasto lo stesso. La traversata di Milano è un libro di prose, non direi neanche narrative, ma libere “passeggiate” in prosa. Jeanne d’Arc e il suo doppio è un libro di poesia in versi per teatro, scritto in una prima versione nell’89 e solo ampliato prima della nuova uscita in vista di una nuova rappresentazione. La prosa mi piace, forse ne scriverò ancora, ma non sono un narratore. Infatti in maggio uscirà il mio nuovo libro di poesia.

DOMANDA. Come avviene il suo processo di scrittura, in particolare in versi? In quali ore, con quali modalità? Scrive di getto oppure rivede i suoi testi, sia nella forma che nei contenuti?
RISPOSTA. Rumino parole, frasi, versi; ripenso a motivi, sensazioni, immagini. Prendo appunti dove capita, e quando è il momento, quando l’insieme mi sembra vicino a essere maturo, metto in ordine, copio o trascrivo. E a quel punto, in genere, entra qualcosa di nuovo e di imprevisto. Che so: un verso, solo una parola. E magari è la parola decisiva.

DOMANDA. Oltre ad essere scrittore, si occupa anche di critica. Scrive sull’”Unità” e su “Tuttolibri”, ha una rubrica di consigli poetici sullo “Specchio della Stampa”. Insomma ha un punto di vista privilegiato sul mondo della letteratura italiana e della poesia in particolare? Che cosa vede? Dove si sta andando?
RISPOSTA. Sull’Unità ho scritto tanto tempo fa. “Specchio della Stampa” è a sua volta un’esperienza ormai remota. In ogni caso ho sempre fatto attività di giornalista culturale (sono iscritto all’albo dal ’71 … ) ed è cosa che faccio sempre volentieri. Purtroppo, di poesia in senso stretto, i giornali parlano poco, eppure la poesia è in salute e le ultime generazioni (i nati negli anni ’70 e ’80) sono particolarmente vive e ricche di promesse e nomi validi. Il problema è che i media si occupano d’altro, le case editrici maggiori quasi non pubblicano poesia, e il rischio è che questi giovani rimangano chiusi in un ghetto che rischia di renderli autoreferenziali. Spero che sia una crisi di passaggio. Ma il contesto non è tale da indurre ottimismo.

DOMANDA. Perché non si legge poesia. E’ una tendenza italiana o anche all’estero è così? Perché tanti lettori trovano difficile la poesia? Che cosa ne pensa? Quale è la responsabilità dei poeti (se di responsabilità si può parlare); quale quella degli editori; quale quella dei lettori e, non ultima, quella dei librai e dei mezzi di informazione?
RISPOSTA. Non si è mai letta molta poesia. Purtroppo. Oggi i lettori sono aumentati, ma non quelli di poesia. I media spingono verso il facile e l’immediato. Propongono surrogati come le canzoni, perché il mercato domina e vendere cantautori è molto più facile che vendere poesia. I poeti hanno colpa solo se corrompono il loro mezzo e il loro esercizio per accontentare richieste banali. E di solito non lo fanno. Non è un problema culturale in senso stretto, ma, appunto, è un problema di mercato. Un tempo leggevano in pochi e leggevano mediamente bene. E facevano opinione. Oggi leggono in molti, quasi tutti male e i pochi che leggono bene non contano più niente.

DOMANDA. Lei ha collaborato con riviste quali: “Paragone”, “Belfagor”, “Nuovi Argomenti” e, dal 1989 al 1991, ha diretto il mensile “Poesia”. Quale ruolo hanno le riviste letterarie, in particolare nel mettere in luce le nuove generazioni di poeti e nella divulgazione della poesia contemporanea?
RISPOSTA. Le riviste letterarie dovrebbero agire in rapporto al sistema d’informazione del loro tempo. In prevalenza, invece, sono gestite come se nulla fosse mutato in un secolo. Salvo eccezioni, sono quasi solo antologie di testi con recensioni, senza un progetto forte. E passano quasi soltanto tra le mani di chi le fa e ci scrive. In Italia non esiste un mensile culturale capace di far passare un discorso di cultura alta e di informazione seria che metta insieme cinema, arte, teatro, musica, letteratura in genere compresa la poesia.

DOMANDA. Da sempre lei sembra attento alle giovani e nuove proposte, quali sono i “metri” con cui misura la bontà di un autore di versi?
RISPOSTA. Non esistono, ovviamente, regole sicure. Esiste il cosiddetto gusto, che non è cosa banale come molti credono, ma qualcosa che si forma attraverso la cultura, l’esperienza, la lettura continua e appassionata. Solo chi frequenta abitualmente un linguaggio (e dunque non solo quello poetico) può esprimere giudizi competenti e attendibili su quel linguaggio. Anche se, ovviamente, le conclusioni di “esperti” diversi possono essere diverse. Ma questo è anche il bello e il fascino dell’arte in genere.

DOMANDA. Ha qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su larecherche.it? Che cosa pensa, più in generale, della libera scrittura in rete? Quali consigli darebbe ad un autore per lavorare al meglio i propri testi?
RISPOSTA. C’è un solo modo per migliorarsi: leggere e continuare a leggere, frequentare assiduamente il linguaggio poetico, ma leggere anche prosa, narrativa di qualità, cercando di conservare un margine il più ampio possibile di autonomia di giudizio. Rete o pagina scritta, non vedo molta differenza. Importante è la consapevolezza, ma anche la modestia. Della rete quello che non tollero sono gli anonimi. Chi non si manifesta apertamente è un poveretto e un incivile e non deve avere spazio.

DOMANDA. A quando il prossimo libro di Cucchi? Poesia o narrativa? Se qualcosa è imminente, ce ne potrebbe dare una piccola anticipazione?
RISPOSTA. Ho completato a metà gennaio un nuovo libro di poesia, scritto nel corso dei sei anni che corrono da Per un secondo o un secolo a oggi. Ne sono soddisfatto, e spero che lo saranno anche i lettori. Un libro di poesia non si può riassumere o descrivere, quindi invito chi fosse interessato ad aspettare metà maggio, quando sarà in libreria. Posso solo anticipare il titolo: “Vite pulviscolari” e l’editore, Mondadori.

DOMANDA. Vuole aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non le hanno mai posto e alla quale vorrebbe invece dare una risposta?
RISPOSTA. No, non mi pare. Voglio comunque ringraziarvi per la vostra attenzione.

Grazie.

(Intervista a cura di Roberto Maggiani su La Recherche)

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