Poesia per raccontare l’individualità dell’essere

 

(intervista di Paola Turroni, Stilos, nr. 1 / 2010)

«Certe cose vanno fatte per trovare il giusto spazio», scrive Fabiano Alborghetti in Registro dei fragili (Casagrande Editore, Bellinzona 2009). E sia chiaro fin d’ora, “certe cose” non sono dalla parte del giusto, sono il risultato cattivo di una vita impiegata a far misura, con modelli imposti in maniera subdola, fin dentro le nostre camere da letto. Alla fine “certe cose” hanno una spiegazione nel lato più indicibile di noi, sono una colpa collettiva.

Alborghetti, classe 1970, già con L’opposta riva (Lietocolle, Como) aveva turbato e interrogato tutti, vivendo tre anni con i clandestini per poterli raccontare, con un’amarezza, una rabbia, una gioia che solo da dentro si possono conoscere. E che solo il verso restituisce integri.
«Offrirsi certi» e «contro un corpo inefficace», la fatica della perfezione, della supposta perfezione, sta all’origine dell’omicidio, omicidio in senso lato. Alborghetti scrive: «delle forme messe accanto» e poi «il figlio messo accanto», accanto diventa il contrario di dentro. Nella sua indagine non cerca spiegazioni, piuttosto scopre gli impulsi, il fiato corto sopra le cose. Un fiato che torna spesso nei suoi versi, il figlio che non dorme, la ginnastica, l’amplesso, e quel guardarsi intorno attonito di una donna infelice. Il corpo della donna è in un vortice, silenzioso e percepito solo dall’interno, che impedisce ribellione perché ha tutto l’aspetto della linearità, «sono un corpo dentro i corpi e quei tutti vanno avanti/e li chiamo col suo nome ma nessuno che risponde//mentre vanno avanti insieme e non so la direzione/perché intanto ho roteato perché sono messa dentro/e non posso che restare ed ognuno che mi spinge».

In una nota lei scrive «questa raccolta nasce da un fatto di cronaca». Sembra una dichiarazione che allontana dalla poesia, e invece è proprio lì, nel reale nudo e crudo, che c’è il canto, pur disperato che sia. Là dove la televisione assottiglia, la poesia ispessisce. Come nasce il suo lavoro?

Dall’immersione totale nel mondo, come un palombaro che passa dalla superficie alle profondità. La cronaca è la superficie, le notizie che leggiamo, i fatti che accadono sono una superficie. Dietro c’è altro: moventi, maturazioni, disastri, cose con una storia. E’ lì che io vado, tra questi frammenti per ricostruire un insieme. Per farlo devo vivere sul campo perché esigo che la storia che racconterò sia vera o veritiera. Seguo le persone, ci vivo per un giorno o per tre anni, annoto tutto, entro nelle loro case, entro nei loro gesti. Poi viene il documentarsi, studiare, leggere e seguire ancora una volta la cronaca, capire come evolve, dove il frammento va.

 

Anche la televisione, con i suoi telegiornali e news dell’ultimo minuto, con le trasmissioni di opinionisti, entra nel libro, con tutta la sua crudele superficialità, con la sua descrizione degli eventi e le sue immagini ripetute, dell’orrore e della normalità. Perché la poesia fa più male della cronaca?

Fa più male perché resta. La televisione offre una cronaca fatta da barbagli al fosforo, un effetto stroboscopio che non permette il tempo perché esige un tempo ritmico, scandito e fitto. L’occhio e l’attenzione sono come in una sorta di coma farmacologico e al tempo stesso in iper-sollecitazione. C’è cosi tanto mostrato che tutto diventa invisibile, è massa di cose, informazioni e persone. La poesia non è una massa, è una singolarità, ed ecco perché fa più male: chiede attenzione e focalizza. La cronaca offre il sorvolo, la poesia scava, cerca, trova. E restituisce, soprattutto ciò che non si vuole.

 

«Occorre molto, occorre avere/per sapere che felici non si accade e il prodotto è un senso primo/colma fitto ogni altro smarrimento». Lei va a indagare i perché, i gesti infinitesimali, coglie le parole, tutto quello che definisce una giornata e che alla fine costruisce un terrificante movente. Insomma c’è da spaventarsi a leggerla, lei si è spaventato a scrivere?

Si, perché ho scritto di vite reali, persone con nome e viso, partendo proprio dal fatto di cronaca: una madre uccide il figlio. C’era la foto sui giornali, c’è stato quel viso di madre aspirante velina per mesi, era una persona per davvero, non un’invenzione letteraria.
Io ho messo sulla carta comportamenti che, guardandomi attorno, vedevo essere presenti o moltiplicare ovunque, come una catena d’addizione. E quei buchi, quelle ombre, i sotterfugi, le menzogne, le mediazioni, quella ricerca di sé per mezzo di oggetti, cose, luoghi che possano confermare chi o quanto siamo. Sfuggire l’anonimato divenendo però una massa di singolarità identiche. Fa paura, è un buio senza nomi dove ognuno grida il proprio ed è inghiottito dal nulla compatto del chiasso. E’ un luogo dove non c’è spazio per l’altro, nessun altro, perché mina la singolarità. Come la famiglia che prende scena nel libro. E chi sottrae (il figlio in questo caso, nascendo, esistendo) viene eliminato. E’ un atteggiamento applicato anche in altri e più normali ambienti, cose quotidiane. Fa paura, sì…

 

Ci sono tutti i nostri luoghi: la casa, la palestra, il luna park, l’ufficio, il supermercato, la televisione. Tutto sotto un neon freddo e intermittente, con un sesso freddo e veloce. Cosa le hanno detto i suoi lettori?

Per alcuni è stato un parziale riconoscersi, per atteggiamento o pensiero, molte madri per esempio e solo per alcuni Canti. Per altri è stato un negare fortissimo e assoluto, segno che vi si riconoscono più di quel che io possa avere scritto. Infine c’è stato un agghiacciante silenzio, come un muro a difendere una soglia che non si doveva varcare, un qualcosa che a me avrebbe dovuto essere proibito vedere, il regno d’orrore di quanti si sono trovati osservati, analizzati, smascherati e nudi. Restituiti, loro malgrado, a sé stessi.

 

Quel bellissimo canto 14, quasi a metà del cammino che si addentra come una spirale in quello che siamo, è come un lamento di Maria, disperato perché senza coscienza. Così come i rifugiati e profughi di cui parli in L’opposta riva, con le loro storie nascoste. Con quali metodi è riuscito ad ascoltarli in maniera così profonda, così immediata?

Ascoltando per davvero, credo. In Registro dei fragili non posso dire di avere escluso quanto ho io vissuto come bambino, quando ho scritto i Canti che del bambino parlano. Si chiama nelle voci e nelle storie cose proprie e le si accorda con le voci di chi si è incontrato, studiato o sono voci che si riportano senza mutazioni. E’ stato molto difficile ma al contempo anche semplice: cento madri sono poi diventate una madre ed altrettanto per la figura paterna. Non invenzione, non finzione letteraria, però. Piuttosto mettere in accordo un numero x di realtà perché fosse una quella finale, un distillato vero, un archetipo e al tempo stesso un modello universale, riconoscibile perché ci si riconosce.
Molto più difficile è stato accordare le voci delle centinaia di clandestini incontrati per L’opposta riva, molto duro anche: restituire voce e dignità ad un popolo senza nome, negletti senza luogo, raccontare i clandestini, il perché lasciano la propria terra, raccontare della morte, della vita tesa e spesa per una sopravvivenza che è indegno chiamare vita ma nello stesso tempo è un grido di vita e di identità assordante e totale, una che supera ogni nostra benestante concezione. Lasciare che nel libro fossero una massa (ho sottratto appositamente nomi propri, luoghi) ma avere per ogni poesia una voce nitida, una personalità, una individualità che non deve e non potrà somigliare ad altro, perché unico è l’essere umano.

 

Cosa ha provocato secondo lei L’opposta riva? Il metodo con cui lo ha scritto ha cambiato la percezione del lettore? Non intendo solo la curiosità, che fa parte della letteratura e che ha sicuramente mosso il battage promozionale. Mi riferisco proprio all’importanza della Realtà, nella poesia, che va difeso, nonostante tutto. E che lei sa fare molto bene, con «le parole/misurate con pacata dedizione”.

Voglio credere che L’opposta riva abbia provocato indignazione, che abbia cambiato almeno in piccola parte la percezione del lettore verso qualcosa che non è solo un fatto di cronaca, una notizia da telegiornale da assorbire annoiati; voglio credere che le voci, le storie di quanti restano ora in quel libro non siano più numeri anonimi, elenchi di sbarchi, quote o il paradosso di un proclama politico. Se qualcosa di quel libro è rimasto davvero, vivrà in un atteggiamento diverso. E’ ciò che conta, quello cui tendevo quando l’ho vissuto prima e scritto poi.
Voglio credere che accadrà anche con Registro dei fragili per quanto espone; ed è ciò cui deve tendere la poesia che si nutre di realtà: aprire una falla. Il che non significa snaturare la poesia o renderla altro linguaggio, non significa cedere alla facilità d’accesso all’attenzione propria di altri mezzi e non significa somigliare ad altro. Aprire una falla significa prestare attenzione alla realtà, scriverne cercandone i punti essenziali e più pungenti o scomodi o illuminanti e restituirla infine, per far si che si presti attenzione alla realtà. Sembra semplice, vero? Non lo è. Fa paura e ferisce…

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