Parola ai Poeti: Fabiano Alborghetti

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Visto il numero di pubblicazioni, sembrerebbe che la poesia italiana sia davvero in vita. Se guardiamo più da vicino, cercando la qualità, allora c’è da mettersi le mani nei capelli: di qualità se ne trova, ma sommersa da un mare di mediocrità. Decine e decine i volumi pubblicati, prefazioni illustri quanto inutili, editori mercenari e parameci che nutrono e vengono nutriti da un mercato insano. La poesia non vende granché ma in compenso centinaia di autori pagano per pubblicare. E’ una salute discutibile.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il primo libro lo pubblicò LietoColle. Non sapevo bene cosa aspettarmi: ero un neofita, non avevo rapporti con il “mondo poetico”. Le delusioni le ho superato lavorando ogni giorno, da solo, combattendo. Sono state molte ma sono sparite di fronte alle soddisfazioni: sono arrivate dall’apprezzamento di chi ha letto il libro, anche da certa critica: uno fu Raboni, ad esempio, che mi tenne d’occhio. Lo saprò solo dopo la sua morte, quando mi chiamerà la editor di Scheiwiller per una proposta.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore di poesia in Italia farei come ha fatto ora Giulio Milani di Transeuropa, rilanciando la collana di poesia con un progetto coraggioso come l’attuale Collana Inaudita che abbina un CD di grandi cantautori e un libro di poesia.
Un editore di poesia in Italia deve però scontrarsi contro due fattori: un pubblico della poesia che è risicato o nullo e una situazione culturale disarmante dove non c’è interesse né investimento.
Certo è che ogni autore di poesia vorrebbe vedersi trattato come la Knopf trattava i suoi autori, in America, negli anni ’50 e ’60. E ogni autore di poesia vorrebbe vedersi coccolato e promosso con un lavoro ad hoc, con attenzione.
Troppo spesso invece, l’editore è poco più di uno stampatore. L’autore ha ragione nel chiedere all’editore maggiore impegno, ma bisogna anche vedere chi è l’autore e chi l’editore. Nell’editoria di qualità c’è la collaborazione di entrambi.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

La buona poesia di domani resterà stampata. Magari nascosta, ma presente e tangibile.
Il web certamente offrirà delle occasioni e dei canali nuovi a patto di riuscire a scrollarsi di dosso da un lato la consapevolezza di essere parente minore della carta stampata, dall’altro quel dilettantismo becero che porta più danni che benefici.
Il web è il Nuovo Mondo ancora da conquistare: tutti arrivano e ognuno costruisce, senza un piano regolatore. A vedere quanto accade nel web, si ha più l’impressione di guardare un agglomerato urbano di favelas che non qualcosa di ordinato e abitabile. Il rischio è questo: dilettantismo e iperproduzione. Chi (o come) ne farà le spese è facile intuirlo.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Non una comunità critica, ma decine di comunità critiche. Magari in dialogo tra loro. Sono anni che teorizzo un assieme di forze che veda “osservatori” (o chiamiamoli promotori, critici, comunità critica) per ogni regione d’Italia, lavorare assieme. Monitorare quanto accade, farne dei sunti, proporli in un superportale web come accade in Svizzera con CulturActif.ch: quanto accade in ambito letterario, appare mensilmente sul sito e poi una volta l’anno è riassunto in un volume (il titolo è VICEVERSA). Da li si possono tratte poi tutte le antologie possibili, scuole, tendenze, movimenti, mappature.
Ciò che invece accade ora in Italia è che ognuno è re, non scambia informazioni o se le scambia usa una piattaforma propria, inattaccabile, un feudo chiuso.
Pochi hanno un potere assoluto e lo usano (spesso) pro domo sua (ma lo fa chiunque abbia un canale di diffusione di pensiero, che sia rivista o blog). Se cosi continuerà, nulla cambierà.
I primi critici dovrebbero però essere i poeti diventando autocritici : ho consapevolezza che la critica di poesia è ormai lontana dai media e dai giornalisti ed è allora compito del poeta occuparsene con cognizione ed onestà ma smettendo di parlare “poetese” e tornare a parlare alla gente, al lettore comune. E smettere di costruite muri. Quando accade, i risultati pagano.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Quale canone? Chi lo decide? Indispensabile per chi? Ognuno ha le proprie opinioni in merito e per ognuno c’è una risposta diversa. Che ognuno quindi risponda per se.
Certo è che le regole si possono infrangere solo se le si conosce. Non scordiamo che la tradizione serve per comprendere, oltre che per formarsi. A discrezione di ognuno scegliere poi se applicare quanto imparato o accantonarlo e intraprendere nuove strade. Se sapere e decidere di ignorare o non sapere fingendo di ignorare. C’è una differenza sostanziale.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

In un paese come il nostro occorre prima un Governo. Uno capace di uscire dl buco nero e fondo nel quale sprofonda tutto, Economia, Sanità, Cultura e quant’altro.
Quando accadrà, un buon Ministro della Cultura da teorizzare è una persona competente in più arti, culturalmente vivace, curioso e capace di creare forti aree di competenza date in mano a chi è capace.
Per spiegarmi meglio ti porto un esempio chiaro: in Svizzera abbiamo PRO HELVETIA, l’Ente Svizzero per le Arti. Si occupa di tutto l’universo creativo: teatro, musica, poesia, arti figurative, tutto. Ottiene uno stanziamento in danaro dal Governo Federale che viene amministrato indipendentemente per portare avanti progetti, dalla lettura del singolo poeta dietro casa, al Festival di Teatro e Danza in Cina. Le entità all’estero (esistono diverse sedi fuori dalla Svizzera oltre a comunicare con le Ambasciate) fanno capo all’ufficio centrale e vice versa in uno scambio continuo. L’arte elvetica in ogni sua forma o viene promossa in casa o viene esportata.
Un Ministro della Cultura serio, dovrebbe copiare questo sistema, che è rodato e paga, certamente adattandolo alla realtà nazionale, ma partendo da punti fermi. Ciò che invece accade in Italia è vedere quanto tutto sia raffazzonato, come ogni cambio di Governo cancelli quanto fatto in precedenza. Non c’è mai un punto di proseguo ma solo riavvii da zero e tutto è in stallo perenne.
Un modo per promuovere la lettura, però, davvero non c’è. Potrei dire che meno televisione è la medicina, ma non è vero. In Svizzera abbiamo in prima serata di sabato un programma di un’ora solo dedicato ai libri. Nelle tre radio nazionali ci sono rubriche che parlano di libri. Abbiamo Festival, programmi nelle scuole, Cantonali e privati. E’ che sono cambiati i tempi e la gente ha subito una metamorfosi, in parte grazie alla televisione, in parte col Web. Un metodo non c’è. Perché in Olanda un libro di poesia vende come minimo 5000 copie e in Italia 100? Educazione sociale e culturale mantenuta nel tempo, suppongo. Ma una vera soluzione non c’è, piuttosto una serie di tentativi, tutta la resistenza che si può opporre, anche attraverso la scuola e la formazione degli insegnanti .Uno dei danni maggiori (causa d’allontanamento dal leggere) è dato dall’educazione scolastica, spesso carente. E non imputiamo tutti alla riforma Gelmini: parliamo invece di insegnanti che non hanno idea di cosa si pubblichi in poesia dopo Saba o Montale. E’ possibile un black-out cognitivo di oltre mezzo secolo?

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Formazione capace nelle scuole. Applicherei alla lettera il metodo di Sir Ken Robinson (vi invito a capire chi è usando il web) e applicare i suoi innovativi metodi di formazione e interazione. Questo un primo punto essenziale. Poi certamente l’apertura di biblioteche ovunque e con fondi da usare, come accade in Colombia da 10 anni: hanno risollevato una nazione offrendo libero accesso agli spazi ed ai libri riducendo il tassi di ignoranza e criminalità in modo impressionante. Ed è forse l’unico paese al mondo dove un festival di poesia vede 5000 persone sedute ad ascoltare i poeti. Sovvenzionare, come succede in Slovenia, o in Svizzera, le Arti e chi se ne occupa, facendolo con cognizione e non far piovere sprechi.
Infine, non è solo una questione di migliorare la diffusione della cultura poetica. I poeti dovrebbero smettere di essere così centro-centrici e ombelicali e mettersi in contatto col resto del mondo. Non ruota tutto attorno alla poesia che è solo una delle possibili arti. E’ importante certo, ma occorre che dialoghi con tutto “il mondo fuori” possibile. Da cosa nasce cosa e arte nutre arte.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Io sono entrambe le cose ma ognuno deve sentire la propria condizione. Essere apolide è una universalità, un occhio rivolto al tutto senza costrizioni di lingua o confine. Un cittadino sa del confine e della lingua ed appartiene ad un luogo specifico. Ma la definizione di Apolide non è “cittadino del mondo”? I due stati corrono paralleli.
L’autore, però, in questo caso il poeta, ha l’obbligo di essere onesto prima di tutto con se stesso. Se mente a se stesso mentirà anche al pubblico. Essere onesto porta ad essere autocritico, e quindi allo scrivere sinceramente. Non chiudere gli occhi ed essere onesto è il comportamento che io ritengo essere più importante.
La definizione migliore credo la riassuma il poeta americano Jack Gilbert: «Molta, troppa poesia di oggi potrebbe anche non essere stata scritta. Non mi è chiaro perché sia necessaria la disonestà, né capisco certe nuove maniere di sistemare le parole sul foglio. Nessuno lo proibisce, certo. Si può scrivere qualsiasi tipo di poesia, ma là fuori c’è tutto un mondo diverso».

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione concorre a trovare l’idea, un certo andamento. La disciplina è ciò che gli darà la forma. Io l’ispirazione la trovo stando ad occhi aperti e leggendo (e leggo tutto, poesia, narrativa, quotidiani, giornalacci da barbiere) . Da una scintilla forse minore nasce poi il libro, grazie alla tecnica. Occorrono entrambe.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Entrambe le cose. La poesia ha sempre un messaggio, anche se troppo spesso riguarda solo l’ombelico dell’autore.
Negli ultimi anni c’è però un ritorno della cosiddetta Poesia Civile. E’ una buona cosa. La poesia diventa messaggio, chiede e fa dire, porta emozione e suggerisce idee.
Il rischio a scivolare nella retorica o nella presunzione. Dare le risposte, a voce del poeta come fossero rivelazioni universali e totali: in questo caso la poesia diventa dannosa anche a se stessa. Deve invece sollecitare domande.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Mia moglie la ama quanto me: è bibliotecaria ed è, assieme a me, direttore artistico per la parte Svizzera del festival PoesiaPresente.
Altre persone sono più volubili: chi la legge per caso, chi non l’ha mai letta, chi la ricorda dai tempi di scuola e chi la odia. In generale la situazione direi che è disarmante.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Si, lavoro in ufficio, nine-to-five, perché di poesia non si vive: non ora, almeno, anche se guadagno abbastanza bene. Alternative non ho e faccio buon viso a cattivo gioco. Beato chi può. Diciamo che patteggio….

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Io non spero per il mio futuro: io faccio per il mio futuro.
Ho davanti la stagione svizzera di PoesiaPresente 2011; un programma radio che conduco; diversi festival ai quali l’ente svizzero per le arti richiede che io sia rappresentante ufficiale della mia nuova nazione. E un libro da scrivere per il quale raccolgo ora materiale e che sarà forse pronto nel 2015.
A me in poesia non manca nulla.
Per il futuro della poesia in generale, mi auguro (e lavoro perché accada) che resti più viva che mai. Per i poeti non so cosa sperare. Quelli bravi, necessari, avranno modo e mezzi di confermare la propria unicità: a loro auguro volontà ed occasioni.

 


 

Fabiano Alborghetti nasce in Italia nel 1970, vive in Svizzera.
Ha pubblicato Verso Buda (Faloppio, LietoColle, 2004), L’opposta riva (ibid, 2006 – in traduzione inglese per la Marick Press di Detroit, USA) e Registro dei fragili (Bellinzona, Casagrande, 2009 – in traduzione francese per le Editions d’en bas di Lausanne, Svizzera).
E’ consulente editoriale, ha creato e conduce La voce di Gwen, l’unico programma di diffusione della poesia in una web-radio Svizzera; scrive per riviste e portali web. Da qualche anno è uno dei rappresentanti ufficiali della poesia in Svizzera su chiamata di Pro Helvetia (l’ente svizzero per le arti). E’ direttore artistico per la Svizzera della rassegna PoesiaPresente.

www.fabianoalborghetti.ch

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