Sebastiano Aglieco: ‘Radici delle isole’, La vita felice 2010

 

Radici delle isoleSebastiano Aglieco

2009, 204 p., brossura

La Vita Felice (collana Sguardi)

 

“Poetico” alfabeto emotivo

di Nicola Vacca – articolo pubblicato su Linea quotidiano il 17 marzo nella rubrica Nel verso giusto e in PUNTO, almanacco della poesia italiana n. 1, anno 2011 puntoacapo

“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come si cercano e si accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. Così scrive Sebastiano Aglieco, poeta che ama soprattutto la poesia degli altri, nella premessa a Radici delle isole (La Vita Felice, pagine 203, 16 euro). Per Aglieco la poesia è compito e offerta. Compito di dare forma e senso; offerta del mettere le parole da qualche parte; lasciarle lì, malgrado noi, perché qualcuno le accolga.
Aglieco con questo spirito entra nella poesia autentica redigendo un diario dei libri. Il bisogno di conoscere da vicino l’autore delle parole spinge Aglieco a inventare un modo originale di fare critica letteraria sulla poesia contemporanea.
Nel mettere insieme i poeti e le loro storie, fatte di versi e soprattutto di esperienza, Aglieco preserva la scrittura per interessarsi della poesia che egli intende come cura dovuta a chi vuole parlare delle cose, ferendosi in esse.
Nasce da quest’esigenza tutta interiore l’idea dell’autore di redigere un alfabeto emotivo dei nomi delle persone che ha incontrato leggendo i loro libri.
Senza mai smettere di essere nel tempo, Aglieco incanta il lettore con una prosa suggestiva sulla poesia. Questo diario dei libri è un libro necessario, perché chi lo stila crede ancora con grande entusiasmo che ha ancora senso testimoniare la poesia.
I poeti che Sebastiano Aglieco predilige sono quelli che considerano il fare poesia un atto collettivo del percepire e dell’essere percepiti, del chiedere e del dare conto. Insomma i poeti che sanno rendere conto del loro attraversamento, che sanno guardare le cose sporcandosi le mani con la vita.
“Se la poesia è, in fondo, – scrive Aglieco- un dialogo col Nulla, con la natura deperibile delle parole e delle cose, essa deve prima attraversare l’umanità tutta, non c’è scampo. Forse è in questo attraversamento che si logora e nello stesso tempo si rende necessaria. Da questo punto di vista, dunque, non si scrive per narcisismo – è pura illusione – ma per attraversarsi”.
Le dichiarazioni di poetica che piacciono a Sebastiano Aglieco sono quelle che remano controcorrente, che cercano nella parola non il compiacimento del canone, ma la ragione per testimoniare il passaggio del nostro essere qui e ora, perché “scrivere poesie è un gesto che ci lascia soli, nudi di fronte alle cose, agli altri, a noi stessi”.
Oggi che anche la letteratura è in pericolo l’esperienza di scrittura di Aglieco, che nasce dai gesti e dagli incontri che solo in seguito diventano libri, va preservata perché riporta all’attenzione soprattutto quella naturalezza del poeta che si avvale del linguaggio delle parole per affermare lo sporgersi dell’essere nel mondo senza maschera e soprattutto evitando di parlare al mondo sotto le mentite spoglie dell’affabulazione.
Il poeta cui guarda Sebastiano Aglieco è colui che ha cuore la condizione della parola e che scrive perché sa di trovare nella corrispondenza misteriosa tra le parole e il proprio sentire la giusta via per agire mettendosi sempre in cammino verso l’altro, senza il quale non potrà portare a termine l’esperienza dell’ascolto da cui passa inevitabilmente la salvezza che ogni giorno sembra a tutti noi un traguardo irraggiungibile.
Recentemente Adonis ha scritto: “ La poesia è sempre contro: anzitutto contro il poeta, intendo contro la sua debolezza, sottomissione e arrendevolezza. Contro la macchina dello schiavismo nella società, che è una macchina infernale, contro la bassezza del mondo”.
Di questo è convinto anche Sebastiano Aglieco, quando in assoluta libertà scrive che se la parola si fa luogo di un “ corteggiamento da puttane”, meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo.

 

di Silvano Sbarbati

Il tema del magistero è epocale, scrive Sebastiano. Aggiungo di tutte le epoche. E’ il tema del “tradurre e del tradursi” da una generazione all’altra. Sennò perchè “incidere” segni scrivendo? (A parte l’esercizio del potere, si capisce”).
Perchè lui avrebbe dovuto compiere giornalmente l’esercizio spirituale della scrittura se non per attestarsi nel presente e per (come lui scrive) “sollevare la polvere del mondo”? E’ anche questo un gesto, che si fa con le mani e con i piedi, magari con il respiro soffiando, magari con il corpo che cade a terra…e via dicendo.
E anche il suo libro “Radici delle Isole” mi pare che sia un usare le mani per sollevare la polvere del mondo, un gesto che libera il mondo dal deposito del tempo/morto e lo restituisce alla vista/vita.
In fondo lui questo fa.
Scontrosamente si scontra con le polveri del mondo che hanno forme e spessori differenti e gratta la pagina e la incide per sollevare le particelle…che altro non sono se non l’infinitesimale parte delle cose, triturate. Questa è la polvere che nasconde, no?
E “Radici delle isole” è la pala con cui muove la terra, scuotendo gli oggetti, sollevando la polvere. Un modo diverso dal fare poesia. Fare poesia, ho scritto il verbo fare.
Sebastiano Aglieco l’ho sempre avvertito/sentito come un rutilante/rombante ma appartato motore in movimento. Che scriva poesie sue, che descriva le altre, che faccia teatro, che faccia il maestro.
Adesso anche lui sa che la polvere del mondo, da lui stesso sollevata, va in giro e servono ali per scuoterne le particelle e non permettere che ricadano, inutilmente scosse, ogni volte e ogni volta.
Ho letto “Radici delle isole” e adesso sono qui a dirne.
E mentre scrivo si solleva dal computer la polvere del presente/passato e rivedo Sebastiano che legge parole di altri come se fossero sue. Legge come un attore perfetto, che nell’attimo in cui la polvere si solleva, illumina l’oggetto/mondo e lo mostra a sè e agli altri.
Leggere parole di altri è spalare terra. Senza retorica, perchè Sebastiano prova ad esercitarsi a vivere sapendo (più o meno nitidamente) che come dice Todorov, siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.
E allora andiamo o non andiamo ai festival, facciamo o non facciamo i meeting…Tutto questo è ininfluente se prima non ci diciamo il perchè sincero, a noi stessi, però, a noi stessi. Lasciando nel cassetto i libri propri e quelli degli altri.

di Corrado Bagnoli

Lettura come pietà e custodia “…la charitas che poi sarebbe connaturale ab inizio col poetare, perché non si dà la parola, l’uso di questa senza amore, senza la generosità di un’offerta che è essa stessa amore”, così diceva Mario Luzi in un suo intervento del 1990 recentemente pubblicato sulle pagine del quotidiano Avvenire. Radici delle isole, i libri in forma di racconto, è l’esempio più vivo e toccante di questa modalità di fare e di intendere la poesia. Sebastiano Aglieco mette in guardia sin dalla premessa circa il senso del suo lavoro, del suo diario dei libri, come lo chiama più avanti: “Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura”, e ancora: “La poesia, sollevando la polvere del mondo, ci investe personalmente. Ci chiama in causa. Poesia è cura dovuta a chi vuole parlare delle cose, ferendosi in esse”. Niente teorie, niente canoni, niente griglie di lettura, solo un uomo che prende sul serio la sua parola e la parola di poeti che gli hanno fatto compagnia attraverso i loro libri, perché in questi libri ci si può specchiare, non adulano, ma insegnano con affetto. E’ un libro importante, questo di Aglieco, perché riapre l’orizzonte e la possibilità di stare di fronte alla poesia non semplicemente indicando come sia possibile farlo, ma facendocelo vivere nell’istante stesso in cui leggiamo. Il libro nasce da un’umiltà profonda, dalla disposizione ad un ascolto della parola privo di schermi, innocente e indifeso. Dalla disposizione a imparare ad abbracciare anche le parole non nostre, ad amare prendendo schiaffi, lasciandosi ferire. In uno dei passaggi più belli del libro Aglieco racconta a voce alta quello che lo ha guidato nelle sue letture: “Guardare con risolutezza e con pietà, non temere niente, neanche le parole, strapparle agli altri e rigettarle nella grande mano concava del mondo. Per tutti, in nome di tutti. “ Se la poesia è un’esperienza dello sguardo, se incontrare un poeta è incontrare questo sguardo, questo essere nel tempo, all’altezza del tempo, il lettore Agli eco si pone di fronte a questa esperienza e con umiltà ne vuole cogliere il senso e la direzione, leggerne il compito che si prefigge nel suo offrirsi. Prima che poeti, bisogna essere uomini capaci di guardare negli occhi gli uomini e le loro parole, lasciarsi ferire, fare i conti con la nostra vita intera a partire da parole che ci vengono offerte e che, nella nostra lettura, vengono di nuovo aperte e custodite, rilanciate a noi e al mondo. Questo è quello di cui facciamo esperienza leggendo le pagine di Aglieco che racconta i libri che lo hanno accompagnato e interrogato, i libri da cui si è lasciato ferire come da amici che lo richiamano a una umiltà, a una pulizia, a una verità della sua vita e della sua scrittura. Libri come doni che Aglieco ci restituisce nelle sue parole con il loro dolore, con il loro sangue, dentro una fedeltà umile, nella compartecipazione, nella decisione di corresponsabilità della parola poetica rispetto al destino dell’uomo e del mondo. Così Aglieco ci insegna un modo di vivere prima ancora che un modo di leggere, uno sguardo teso al senso delle cose e delle parole che le nominano, pietà e custodia della loro consistenza povera e gloriosa insieme.

di Marco Fregni in La mosca di Milano n.23

Osservando le idee, i movimenti che lo sottendono il tuo libro, ebbene, ne sono rimasto molto favorevolmente colpito: le tue rotte si differenziano notevolmente per modi ed intenzioni, da ciò che, oggi, si osserva all’interno del mondo delle pubblicazioni “critiche”.
Mi rifaccio ad una bellissima metafora che circolava all’interno del gruppo di autori di “Niebo” in cui il viaggio era molto più importante della meta… La meta era il riconoscimento accademico, la mondanità, mentre il viaggio trova nella sola chiamata il proprio valore e la propria necessità.
Questa era la differenza che esisteva tra Cristoforo Colombo ed i Vichinghi. Il primo aveva scoperto una nuova terra per consegnarla alla cultura, al ritorno per fama e gloria, i secondi erano stati attratti dal viaggio che per essi, i poeti, aveva significazione… Nessuno di loro aveva intrapreso quella rotta per gli onori che ne sarebbero conseguiti… Ma per, appunto, un destino a cui non ci si poteva sottrarre…
Ecco, il tuo libro mi ha offerto questa suggestione… Un viaggio che risponde soltanto al richiamo della parola poetica; un libro su cui navigare in comunione, nella condizione di ciò che autenticamente chiama, lontanissimo da ogni idea di mondanità letteraria, dalle cartografie critiche, accademiche…
La dimensione diaristica con cui apri al lettore, pone già ad “una distanza di neve” questo tuo lavoro da ciò che comunemente si legge. Un tentativo, non voglio chiamarla operazione, che mi ha sorpreso e convinto, in quanto si piazza e “rompe”, rispetto a quel fare e scrivere critico che, quando ufficiale o professionale, a me, e non soltanto a me, pare spesso passare per “artificioso, ingessato”. Ben venga un punto di vista da parte di un poeta su altri poeti, quando poi così autentico, intellettualmente onesto come ogni tua pagina ed intenzioni ispira.
Tutto questo lo rende ancora più appagante e meritorio. Anche per questo atteggiamento si identifica, per differenziazione, rispetto alle regole del mercato, ed assume su di sé valenza, anche etica (per nulla scontata, oggi) in opposizione al dominio imperante delle strategie del potere editoriale. Questo mi pare, già di per sé, un grande e non secondario merito iniziale.
Nella continuità delle tue pagine si percepisce costantemente quest’ispirazione che anima il lavoro, così come la ricerca di voci che possono sommuovere in piena e libera corresponsione con il tuo sentire. Naturalmente, oltre a ciò, si avverte una forte tensione progettuale e letteraria attraverso questa inedita strutturazione “diaristica” che indica un accostamento diretto all’assenza, all’esserci dell’opera, al suo cuore ontologico senza avvicinamenti, almeno così ho colto, indotti da preconcetti o filtri preordinati, da scelte di campo che non siano legate se non all’intrinseco valore della parola che per te significa; la poesia allora non è qui valutata, aprioristicamente, per l’età anagrafica, né, aggiungo per lo stato civile o letterario dell’autore dalla linea d’appartenenza…
Si coglie, ad ogni tua riga, questa apertura verticale che si fa attrarre da ciò che profondamente affascina, da ciò che autenticamente richiama o ferisce…
Molte e belle le pagine di questo volume, i discorsi affrontati, le parole che fanno parlare la lingua, in cui mi sono riconosciuto e che mi hanno convinto ed avvinto. Potrei citare molti passaggi del tuo libro, ma vorrei focalizzare su alcuni spunti con cui mi sono, davvero, incontrato.
A pagina 69, scrivi che “nelle parole noi non cerchiamo l’allusione o l’inganno ma una voce che vorremmo sentire prima delle parole della scrittura.” Condivido molto questa affermazione che mi pare un chiaro e netto taglio contro tutta quella vanità dello scrivere ad ogni costo, senza, appunto, che esista una voce autentica, primigenia, abitante, prima ed al di là della scrittura stessa. Non ho mai tanto sopportato letterariamente, non personalmente, e nemmeno capito, tanti, pur intelligenti autori, che hanno fatto dello strumento linguistico, della scrittura il mezzo e il fine, (tanta neo avanguardia, poesia sperimentale ed altro, dei passati/recenti anni); coloro che non hanno dato corpo e forma ad alcuna voce originaria e precedente, (tutto il sangue a questa voce originaria), quella da cui, ritengo, debba nascere la richiesta potente della scrittura, che viene sempre e solo dopo, a cui dobbiamo grandissima dignità e necessità, ma che deve, ritengo, restare strumento, mezzo, non fine ultimo dello scrivere. La scrittura, tocca, deve essere toccata, dall’accensione di una dimensione antecedente, voce ferita sotterranea e comune, in cui ci sia possibilità di ri-conoscimento ed evocazione, di un sentire che soltanto dopo diviene parola… ma questo discorso innescato dalle tue pagine vi porterebbe lontano…
Ho avvertito corrispondenza e ri-conoscenza, (intesa come aspetto del riconoscersi, dell’identificarsi, della comunione, non solo dell’essere grato) con le parole dette nel tuo libro, che innescano un movimento che supera anche l’iniziale è necessario momento dialogico, per dare origine non solo ad una identificazione, ma ad una vera fusione con la voce originaria dell’altro. Lì si verifica l’incontro di due istanze profonde, di due o più interiorità che si riconoscono nello stesso dire, nell’intreccio di una comunicazione che illumina…
Caro Sebastiano, quando leggo alcune tue frasi, ebbene, in esse mi riconosco fino a non differenziarmi più da esse, poiché potrebbero essere le stesse frasi. Così come quando leggo versi che potrebbero appartenere, senza scarto semantico o temporale. Questi incontri fanno sì che l’erranza della ricerca abbia tregua nella parola incontrata, nel superamento dell’abusato orizzonte epistemico.
Questo è il passaggio, che permette alla voce, se dialogante, se autentica e ri-riconosciuta, (la tua lo e), di essere perenne ed originaria, (pre-culturale, appunto), voce-ferita comune. Voce che si sceglie e chiama a questo compito, diventa rappresentativa di un territorio condiviso, e tenta di superare anche il tempo e il luogo della storia, (così mi piace immaginare)…
Vorrei aggiungere che si coglie con immediatezza un altro punto, tra le tante nervature e i sommovimenti che animano le scelte di questo lavoro, diretto a quel progetto di comunicazione, “cum panis”, offerto a chi lo sa cogliere ed apprezzare. Il pane per tutti, quello che non si rifiuta a nessuno purché voglia e desideri, (e risponda), a ciò che chiama, aggiungo, dando spazio ai luoghi della parola offerta…
Accennando nello specifico alle acute meditazioni che hai dedicato ai “Dialoghi con il padre”, ebbene, esse mi hanno mostrato quanto siano riuscite a cogliere riguardo alle intenzioni che avevo affidato a quel libro… e di quanta profonda transitività sia riuscita ad attraversare lo spazio che separa, soltanto fisicamente, la pagina scritta da colui che la legge.
Parole, le tue, che descrivono un “atto… inconcluso e non pacificato fino l’ultimo testo”; parole, le tue, che tornando verso me hanno detto, sui miei testi, illuminando, ciò che ancora non conoscevo.
Sono certo che questo tipo di scelta, quella che anima il tuo bel libro, possa allargare l’incontro con molte ed altre voci poetiche. Non è merito da poco. Perché proprio in alcune lontane schegge, in alcuni lacerti, che paiono dimenticati tra pagine talvolta sconosciute, nasce l’incontro, l’antidoto all’indifferenza. Molti libri, allora, vivono o rivivono attraverso le tue parole. Ritrovano senso e luogo nelle tue pagine, come le tracce di quelle regioni che ancora non avevano nome preciso, né necessità (critica) di tale nome, da cui Vichinghi tornarono per darne racconto, visione, squarcio (poetico), che mai aspirava all’accademia… Questi territori archetipici chiedono come appartenenza anche soltanto un appunto, ma significativo, nel diario, e non una descrizione didattica dalle topografiche precise, poiché si mostrano-svelano soltanto a tratti… poiché nascono, come sottolinei tu, da dimensioni preculturali dove non tutto può, ed è possibile, che venga spiegato; (il diario di bordo, nella navigazione, non è forse la narrazione anche apparentemente minima, ma espressiva, di ciò che accade: gli eventi, le frasi dette ed accolte, ciò che nel viaggio ha generato vero incontro? E non dalla mera descrizione tecnica degli eventi.
Spero, vivamente, che questo libro, il tuo progetto, non siano che un inizio. E confido, altresì, che altri racconti come questi ti attendano, continuando a scegliere un punto di vista creativo, un punto di vista inedito che superi i pur acuminati strumenti della critica per dare diversa, e più profonda misura, a ciò che lo richiede.
Come scrivi, anche a me pare che ogni tua pagina sia un arrivederci, verso parole che non sono ancora state scritte o scritte ed apparentemente dimenticate, verso quelle che sapranno essere così autentiche da richiedere, esse stesse, spazio d’accoglienza e comunione.
Si intuisce ad ogni riga il tuo dono profondo e disinteressato. Anche di questo, davvero, ti ringrazio.

di Ottavio Rossani apparso sul semestrale PIU’LIBRI, settembre/ottobre 2010

Questo libro è una sintesi del lavoro critico fatto da Aglieco sul suo blog, radici delle isole, che lo ha impegnato per più di due anni. La vita è poesia, sembra dire Aglieco, e i poeti cercano di penetrarne i segreti, di giustificarne l’esistenza, e di qualificarla. La scrittura può prendere qualsiasi forma, può svilupparsi in infiniti rivoli. Compimento del critico, perciò, non è quello di elaborare una teoria, ma raccontare la poesia e dunque anche i poeti, nei limiti dei testi, o addirittura entrando nella personalità degli autori. Non prevaricando, non cercando di giudicare i buoni e i cattivi, i veri e falsi poeti. Il lavoro del critico non è stabilire graduatorie, ma leggere la scrittura e raccontarla. Ci sono due motivazioni profonde, necessarie, dietro la ricerca di Aglieco: una ludica e una didascalica. Ha elaborato un filo “raziocinante” che lega le letture, per offrire ai possibili lettori un panorama letterario contemporaneo. Basta leggere tutti i nomi dei poeti presi in esame per rendersi conto dell’estensione temporale e della consistenza qualitativa dell’indagine letteraria. Si tratta anche di recensioni, ma l’elemento fondamentale è il filo che collega tutte le pagine e cioè il gusto narrativo. Tra una recensione e l’altra c’è il racconto, in cui l’autore parla di qualsiasi cosa. Aglieco, nella seconda di copertina, ci dice: “vorrei che questo libro fosse letta come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un messaggio letterario. Non si discute di alcuna teoria. Si indica piuttosto un compito: il racconto dei libri”. A un certo punto definisce il libro “un diario di libri”. A me sembra che sia qualcosa di più. Anche se l’andamento può somigliare a quello di un diario. Aglieco come critico/poeta si abbandona a riflessioni che attengono, come dicevo, più alla poesia. E scrive “racconti poetici”. Parte da un elemento e sviluppa una sequenza letteraria che è prosa poetica. Poesia come compito e offerta. Le parole sono sempre scolpite nel seno di una tradizione. Se la poesia è un compito, non si può mettere in primo piano il poeta, la sua foglia d’alloro, ma le parole, come sangue che devono nutrire il mondo. Scrive Aglieco: “scrivere è una forma dell’agire”. Le recensioni sono a complemento o a provocazione dei pensieri. Nascono dall’ascolto delle parole dei poeti e solo poi dalla necessità di mettere ordine nelle enfasi emotive determinate dalle letture. Alla fine, il nucleo di tutte queste pagine è questo: le parole possono fare male o bene; è necessario costruire una lingua che sappia comunicare l’urgenza della collaborazione, della convivenza, della comunità.

di Giovanni Nuscis su La poesia e lo spirito

“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. “(Il libro) è dedicato al lettore: un lettore responsabile, che sa leggere con libertà, che costruisce le sue parole intorno ad altre parole, alimentandole della fiducia del senso e riportandole al duro cemento.”
Radici delle isole di Sebastiano Aglieco (La Vita Felice, Milano 2009) è dunque ben più di una raccolta di scritti – saggi, recensioni, note di lettura; è una riflessione ininterrotta sulla scrittura, sulla vita, sui libri letti, con l’impiego d’una prosa intensa e poetica. Ed è questa la ragione della sua attualità, a distanza di due anni dalla sua uscita, della sua probabile tenuta nel tempo. Un libro profondamente etico: “Meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo, dei suoi riti millenari di morte e asservimento.” “Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere.” “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non debba più niente a nessuno.” Anche se “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.”, dice Tzvetan Todorov richiamato dall’autore.
Emerge da questo libro una fisionomia del poeta: “Noi non siamo i tappeti della modernità. Siamo una stanza, una piccola stanza grigia e spoglia, con una sedia. Noi offriamo il silenzio necessario che la modernità rifiuta.” La poesia, però, “non è il mondo e non deve coincidere col mondo. Il mondo è il suo campo di battaglia, non può allearsi col mondo. Poesia è coscienza del mondo. E’ il mondo che si pensa. E’ il grande Narciso pensante e senziente che la modernità ha cancellato, riducendo il suo sguardo a moncherino, a protesi di se stesso. Se questo sguardo coincidesse con il mondo, totalmente, sarebbe condannato ad annegare come il Narciso moderno.” Perché “alla poesia compete il rischio necessario del dichiarare, che è cosa diversa da ricostruire dei fatti.” Anche se “La parola è condannata a tornare ai suoi ranghi, alla preghiera quotidiana. Gli occhi ciechi devono guardare, percepire con prepotenza i pochi lacerti di luce se non vogliono annegare nell’illusione che il mondo è solo ciò che si vede. Perché non può esserci distanza tra le parole e le cose.” “Vorrei parlare dell’ombra come del luogo in cui le cose si formano; ma anche del luogo in cui le cose, le parole, decidono di abitare per ritegno, in onore della sottrazione. /…/ Una poesia che si espone alla piena luce è condannata a bruciarsi. /…/ e quando si compie il passaggio necessario del mostrarsi, del venire avanti, al poeta non spetta più il giudizio; al poeta è dato solo il tempo del morire un poco. Ogni poeta, è vero, conosce una solitudine tutta particolare che gli deriva dalla convinzione di avere creato qualcosa di assoluto; assoluto per sé, prima che per gli altri, quindi autenticamente tragico; esposto, nudo. E’ questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a chiedere il pegno dell’attenzione. Prima del rientrare, prima dell’esporsi nuovamente all’ombra, questa attenzione da parte degli altri è dovuta.”
Si parla di poesia, che mai prescinde dalla dimensione umana e terragna dello scrivere, e cosmica, del vivere: “Scrivere è un peso, non un passatempo. E’ duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa. Quando un poeta muore ci consegna il dono dell’incompletezza. Sta a noi proseguire da dove egli si è fermato. […] Un elenco telefonico di nomi che mai si leggeranno, persi nell’indifferenza e nel silenzio, sacrificati per uno solo di loro, in nome di un atto antico come il mondo: occorre che tanti muoiano perché uno sia salvato. Piccole afasie, sviste, slittamenti, dimenticanze: sono gli atti di chi legge: omertà della Storia, vigliaccheria della Storia.” Cosa è in fondo la grandezza? “I grandi sono dei gran bastardi. Prendono senza dire. Hanno bisogno di fagocitare per diritto a esistere. In questo modo noi santifichiamo la violenza del mondo, autorizziamo il metodo, le epurazioni della Storia. I veri grandi si spogliano, rimangono nudi e si fanno guardare: “Sono tutto qui. Mi vuoi?” Il compito della poesia allora è anche: “essere nel tempo, all’altezza del tempo, pena il silenzio. Essere luogo e fiato. Lacerarsi nell’impoetico. Accettando il tempo, accetto di morire, accetto di essere divorato con tutte le mie parole. Accetto di non essere potente.” Allo stesso tempo “scrivere poesie presuppone il gesto della consegna, che è dono nella gratuità, e investe il lettore di un compito. […] La scrittura è ancora atto del graffiare sulla materia sensibile, dello sporcarsi le mani nei segni e disegni incisi nel grande libro dove la foglia, il foglio e il figlio sono la stessa cosa. La scrittura è transeunte: permette il passaggio e non rimane, ma rivive, nell’urgenza del nostro tempo, del nostro essere qui, ora.” Un gesto della consegna non isolato, ma dentro un percorso infinito di dono e restituzione: “Io chiamo te, lettore, nella trama della mia storia che può esistere solo perché un altro lettore ha aperto la porta, ha permesso che io entrassi. Il testo, quindi, ci chiama al compito di rievocare – nel tempo presente che infinitamente si ripete e chiede senso – un nome.”
Sebastiano Aglieco è un maestro, un maestro vero, e speciale, per sensibilità e cultura, la cui didattica non potrà mai trovarsi in un programma ministeriale: “Ciò che si ottiene, insegnando, non è certamente quello che i professori pretendono e prevedono. Insegnare vuol dire leggere nell’altro la propria sete, la propria perdita. Insegnare, oggi, vuol dire abitare lo stato di precarietà insito nel divario tra la richiesta di una prestazione sociale – il contratto che l’insegnante firma davanti alla comunità – e il viaggio solitario negli abissi dell’anima. Senza reti di protezione e senza conforti. Anzi, assumendo spesso il ruolo di un guerriero compassionevole. Perché solo il guaritore ferito può guarire.”
Il libro racconta le opere di novantuno autori italiani contemporanei, un lavoro ragguardevole ma senza azzardo di antologizzazione; che non vuol essere neppure “la stesura di un catalogo di giudizi”; bensì il tentativo di “una mano gentile e acuta che conduca i poeti e la poesia verso la propria chiarezza.”: per “l’obolo che dobbiamo quando qualcuno ci parla”.

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