Lo scambio

“Ognuno di noi, per quanto impensabile, è fondamentale per l’altro, anche se questo fosse il suo peggior nemico, anzi… a maggior ragione.”

Affacciato alla finestra delle mia camera ragionavo sull’ultimo articolo che ho pubblicato su ‘Poesia 2.0’.
Mi ha molto colpito il commento della mia ‘vecchia migliore amica’: “Sotto stress il cervello arcaico si rivela”. Sarà difficile spiegare la lunga serie di suggestioni che mi ha provocato questo messaggio, anche perché non è un caso che io abbia scritto ‘vecchia migliore amica’.

Leggendo il suo commento sono tornato a più di dieci anni fa, alla mia adolescenza. Per me le relazioni umane sono sempre state la priorità assoluta. Ho sempre profondamente creduto che la casa non fosse un luogo fisico nel senso comune del termine, fatto di quattro mura, un tetto, mattoni calce e servizi igienici… ma che risiedesse nell’altro. Ed è incredibile; è incredibile come ogni cosa che riguardi l’essere umano sia fatta di scambio con sé e con l’altro.

Affacciato alla mia finestra ho cominciato a vedere, pensare, percepire e ragionare le cose soltanto in termini relazionali. “Tutto è in relazione con il resto”. E viceversa. La verità stessa, quella del nostro respiro, delle nostre interazioni col noi ed il mondo esterno, il bianco e il nero, il sopra e il sotto, il morbido e il duro… è incredibile la semplicità di tutto questo, che mi commuove… si fonda sulla relazione di scambio. Ogni contrario, il flusso delle cose, l’uno e il molteplice da cui e a cui ogni cosa ritorna, tutte le contraddizioni della nostra esistenza, ciò che muove l’universo, il nostro sentire, pensare, muoverci… tutte queste cose sono profondamente legate, anzi, sono proprio figlie di questa verità di cui la verità si nutre.

Questa ‘dimensione’ della… della vita più che della realtà… mi lascia sorprendentemente basito.

Ogni contraddizione o incoerenza si risolve nella relazione che intercorre tra una cosa e l’altra. Tutto si risolve nello scambio. Nella creazione di una relazione, che sia questa affettiva o anche soltanto materiale. La prima cosa che facciamo quando nasciamo è cercare e stabilire il primo contatto con nostra madre. Che è calda. Morbida. Una connessione solo ed esclusivamente dettata dal bisogno di attaccamento. La prima relazione che stabiliamo nel mondo è quasi come fosse dettata da questa necessità stessa di relazionarsi, dal bisogno insito in ognuno di noi di accendersi e cominciare ad apprendere cosa voglia dire nascere, crescere, vivere e morire. Una meta relazione, la relazione che si relaziona con se stessa, che parla di se stessa attraverso il primo essere vivente con cui interagiamo, e che si è preparato a quel momento appositamente quasi per colmare questa impellenza atavica, preistorica, primordiale. Se si considera il mondo come una serie di relazioni che entrano in contatto con altre relazioni lo si riesce, forse, a comprendere molto meglio. La felicità della scoperta che ha voluto attraversarmi in quel preciso istante in quel determinato luogo è venuta meno appena mi sono reso conto che non solo ogni bellezza… ma pure ogni tragedia umana, in realtà, si gioca in una partita fatta di scambi, di qualsiasi tipo essi siano.

Qui non parlerò certo della complessità di questo argomento. Mi limiterò a ragionare su un punto che ha, io credo, dei legami con la mia ricerca. L’essere umano è costituito alla base e da sempre da un meccanismo teso verso il commercio. Lo stesso scambio potremmo considerarlo un sinonimo di questa commerciabilità dell’esistenza. È insito nella nostra natura (e qui non saprei proprio come procedere per spiegarvi il mio disagio di fronte a questa condizione comune) nella nostra evoluzione come specie, nella nostra storia antica e recente, nel nostro dna, nella nostra cultura il fatto di essere dei ‘mercanti’. L’essere umano è uno strumento di scambio. È egli stesso la moneta che poi ha forgiato nella realtà. In verità non ha fatto altro che amplificare una sua caratteristica innata, così come è nato ogni tipo di invenzione umana, dal cannocchiale al computer, che non sono altro che strumenti di amplificazione delle nostre capacità. (Che paura mi fa questa affermazione!)

Ma si… essere dei mercanti a livello sistemico, strutturale, naturale. O viceversa. Ogni cosa. Le idee, i sentimenti, le cose del mondo, l’acqua, il pane, il vino, la carta… tutto è ed è sempre stato soggetto, fin dai primordi, ad uno scambio. E come sempre la manifestazione più concreta, quella più immediata di questo meccanismo è il profitto. Ed ecco che il ‘dio denaro’ fa capolino nella mia piccola riflessione.

Cos’è il profitto? Bene, ecco! Per esempio sicuramente nella mia cultura ora come ora profitto vuol dire fregare più gente possibile e  fare più soldi possibile. È proprio una tendenza della società in cui vivo, con le sue dovute eccezioni, è ovvio, ma pur sempre una tendenza culturale. Cos’altro è il denaro, se non la manifestazione, la concretizzazione più materiale delle modalità di scambio degli uomini? Uno strumento dello strumento per lo strumento. Cosa vuol dire? Che egli stesso chiama a sé lui medesimo attraverso se stesso. Non è un caso che io abbia voluto personificarlo. Il denaro prende il posto dell’uomo laddove riesce a creare un logorio rispetto al potere che ne deriva e che non si possiede. Il potere che deriva da questo mezzo per il mezzo è alla base di ogni attività di scambio dell’uomo. Da qui passano la cultura, le lotte. Da qui passano le discriminazioni, le giustificazioni ad ogni costo, e tutta la storia dell’uomo. Da qui passano i poteri che hanno utilizzato questo potere per avere altro potere, per avere il potere di cambiare l’assetto del pianeta ed assicurarsi un futuro in cui ci si possa ancora assatanare di potenza. (E qui Nietzsche non c’entra niente, e mi rivolgo a chi me lo ha scritto dopo aver letto il mio pezzo, perché la volontà di potenza non è “assatanamento di potere” ma “disgregazione del concetto di Io”). Perché è questo ciò che noi siamo abituati a sperimentare, questa incapacità di leggere cosa sia davvero questo potere e dove risieda, in che modo potrebbe essere utilizzato al meglio ma… anche qui correrei il rischio di andare fuori tema, e scusatemi infatti!

Progettare è il più ampio e grande potere che viene assoggettato dal potere dei soldi (e surrogati). Comprare. Si… stavo ragionando su questo. Cos’è davvero ‘comprare’? Di cosa si tratta, di comprare se stessi, la propria fatica, le altre persone? Come si può accettare che la moneta di scambio all’interno di una società civile sia il denaro? Mettiamo il caso di un panino. Banale ed esplicativo. Quando compro un panino cos’è che sto comprando? Ma certo… mi direte voi, e soprattutto chi di voi ha studiato economia si farà due risate sentendo parlare di questo argomento con tanta rozzezza, ma… io voglio mettere luce solo su quanto sia ridicolo e da pazzi credere di poter comprare qualcosa che è il frutto di un’altra cosa… che nasce dall’uomo e ritorna all’uomo. Abbiamo dato un prezzo al nostro ‘tutto’, al nostro mondo, alle nostre umanità, al nostro scibile, ad ogni cosa sia frutto dell’intelletto, della manodopera, della fatica umana. E ancora non ci siamo resi conto che l’unica moneta di scambio possibile siamo noi stessi, le nostre capacità, le nostre prospettive, che in una società civile che funzioni in modo sano dovrebbero essere le prime e le uniche monete di scambio. Se ognuno ragionasse così, se si potesse cambiare il cervello dell’umanità in questo modo, se ognuno lavorasse per il bene comune, per il bene superiore, quello della specie, di tutta la specie umana, e non solo di un gruppo di uomini che detengono il potere economico (potere che tra l’altro chiama a sé per essere conquistato atti spregevoli e le bassezze umane più degradanti… non staremo qui spiegare ne perché e ne come mai!) le cose camminerebbero di pari passo con noi, io credo, anziché essere irraggiungibili o precederci.

Qui l’arte costa, la cultura costa, e coloro che hanno tra le mani le sorti del popolo sguazzano in questa dimensione delle cose. Ecco perché non credo nell’arte borghese. Nell’arte di chi imprigiona una forma e la vuole possedere e controllare ad ogni costo. Quale minaccia e inettitudine umana si nasconde dietro la volontà di piegare a sé una parola, un colore, un pezzo di legno… e quanto è breve il passaggio dalla manipolazione di queste cose alla manipolazione dell’uomo? Possibile che solo io mi renda conto che il potere crea l’uomo a sua immagine e somiglianza? Possibile che nella storia dell’umanità nessuno abbia capito che questa è un ottima interpretazione del concetto di Dio? … Perché l’ubbidienza, l’assoggettamento dell’essere umano a questo modo di vivere la vita passerà sempre di mano in mano solo per mezzo del sangue di altri esseri umani. Io mi accorgo di quanto sia sbagliato tutto ciò. Di quanto ogni frutto di questo ventre pervertito sia a sua volta un prodotto perverso che ha bisogno di catarsi per comprendere la bugia nella quale esistiamo e transitiamo come esseri viventi. Ovvero che nulla può essere comprato! Nulla può essere venduto soprattutto, figuriamoci i frutti della creazione umana. È tutto sbagliato alla base. Lo scambio delle cose umane dovrebbe costituirsi a partire dalle cose umane.

Immagino un mondo in cui la bugia e l’illusione della possessione non esista, in cui ogni mestiere non sia vissuto come obbligo, ma come consolazione e soddisfazione delle proprie attitudini, consapevoli di vivere in un mondo in cui ognuno vive a partire da questo presupposto, in cui ci sia affrancamento dal lavoro, e non occupazione. Che significa Schiavitù! Tutta la struttura della nostra società, in realtà, è completamente errata in principio. Si parla ancora di occupazione, per esempio, anziché pensare a modalità alternative di vissuto e di condivisione delle cose, delle idee, dei sentimenti.

Io credo in una ristrutturazione completa dell’uomo, credo profondamente che l’uomo abbia la facoltà di fare nuove tutte le cose. Credo nell’impossibile. Bisogna fare l’impossibile. Un bambino piccolo è impossibile, noi lo appelliamo così quando ci strema. Bisogna trovare la via per uscire dall’umano, per uscire da tutto questo, e incominciare di nuovo… per ristrutturare lo stesso umano.

Non c’è più, soprattutto in questo periodo storico, e io me ne accorgo sempre più frequentando questo stato di cose, essendone testimone diretto, lo scambio basato sulle emozioni, sulla sensibilità, sull’immaginazione, sull’affetto di cui ogni essere è provvisto, ma lo scambio ormai ha preso forme, si è materializzato in questo mondo come mera soddisfazione materiale. Il materiale è fondamentale, il processo che la spiritualità fa nel corso del suo transito in ognuno di noi è questo, in un tutt’uno tra ciò che è metafisico, impalpabile, astratto, e ciò che è concreto, tangibile, fatto di materia che si trasforma. Siamo in un momento storico in cui la materia si sta agglomerando nel mondo, in una sorta di secondo medioevo, dal quale sboccerà di nuovo qualcosa di nuovo e di altissimo. Perché nel basso è l’alto. E nell’alto è il basso. E tutto ciò che sprofonderà negli abissi tornerà nei cieli, la materia si rifarà forma, la forma di nuovo si sgretolerà in materia. È nel processo naturale delle cose. Sono il maschio e la femmina che si consumano e tornano a nuova vita, sono il morbido e il duro, come accennavo all’inizio, che si relazionano tra di loro attraverso una relazione di scambio. (Che poi a pensarci bene… anche la chimica, la biologia, la fisica… funzionano così, ogni cosa del mondo funziona così!…)

Dio, la sua morte, la sua resurrezione, le ideologie, ogni cosa morirà in questo medioevo di cui siamo partecipi, e la nostra funzione di essenze che ora transitano nella materia tornerà di nuovo nella bellezza. È questo ciò a cui io anelo, anche in questa vita singola e sparuta: la bellezza. La bellezza certo di una nuova epoca, forse una bellezza più punk che altro… ma pur sempre bellezza. E so che il sopra e il sotto sono, in fin dei conti, la stessa cosa, come noi lo siamo. Ritorneremo agli ideali, ai concetti, ancora più nobili, ancora più alti, perché saremo passati per la miseria, e saremo diventati dei miserabili, che è l’unica forma di esistenza che io riconosco e mi sono. Io che sono un niente e un miserabile nemmeno riesco ad arrivarlo. Il momento di parlare di queste cose si è concluso, dirà qualcuno, e invece io sento sempre di più l’impellenza di farlo. Perché la lanterna di cui Nietzsche ci ha raccontato ora non c’è più, è morta pure quella, e la fiammella che in ognuno di noi dovrebbe scandire la vita… si sta esaurendo… perché è inutile cercare la luce fuori, quando il fuoco che è dentro di noi… noi stessi non lo vediamo più, e non sappiamo nemmeno più che questo esista. È il buio totale. E nel buio totale, io credo, la vita comincia a nascere o a morire per sempre. Come nel grembo materno dal quale siamo tutti, volenti o nolenti, stati partoriti o… come alcuni di noi… abortiti.

Abbiamo perso la luce. Dio. Abbiamo perso noi stessi. Ora stiamo tranquilli, passato il tempo dei falsi miti, degli imbecilli che vanno dietro ad altri imbecilli, passato il tempo… tutto si risolleverà. O marcirà all’inferno senza possibilità di. E il vuoto che, per esempio, io cerco, troverà pace. Forse.

“La luce che crediamo di dover trovare nella prassi, e che passa per la prassi, è dentro di noi.”

“Io lavoro presso la vita, nell’apertura di un brano, oppure nella morte dell’ultima nota suonata. Io sono alla ricerca di uno scambio tra la nostra umanità, per la ricerca di un’altra identità, che sia la mia… e che sia la nostra, nella spontaneità di un gesto elegante, nella spontaneità di chi avviene nell’attimo, nella scelta profonda di liberarsi dalla libertà, per decidere se davvero è ciò che vogliamo. Io credo nella persona che mi è accanto come nel più incoerente degli esseri dotati di dubbio. È per questo che io amo.”

Citazioni: Anonimo del 4000 d.C. Gianni Ruscio, Carmelo Bene e mio figlio.

A mio figlio.

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2 Comments

  • caro Luigi,

    finalmente ho la conferma che ciò che sto cercando di fare, ovvero iniziare da zero e costruire qualcosa mattone dopo mattone, sta riuscendo. io non ho la pretesa di cercare soluzioni, ma solo di parlare di alcune cose come se fossi un bambino di 4 anni che vede il mondo per la prima volta. è questo che il mio sguardo sta cercando, purezza, innocenza e genuinità. mi lusinga il tuo commento, anziché buttarmi giù, perché appunto vorrei trovare persone come te che abbiano la voglia di capire e di capire da capo, per cercare nel corso d’opera del mio progetto di venire a capo di qualcosa. io non so… ma sto cercando pian piano una strada, e tu, e voi… siete i miei compagni di viaggio, o chiunque si avvicini a questi scritti come un bambino che vuole conoscere per capire ed accettare. solo da ciò e in ciò si potranno trovare i germi per fare nuove tutte le cose, questo ne è solo il primo passo…. almeno io, che sono sognatore, lo spero……..

    grazie del tuo commento, non finire mai di farmene!

    gianni r.

  • IL CANCELLIERE (facendosi avanti a passi lenti). Quale fortuna pe’ miei vecchi giorni! Morrò contento. — Ascoltate adunque, e considerate ciò che sta scritto sul gran libro del destino che ha convertito tanto male in bene (legge). “Sia noto a chi lo vuol sapere che questo foglio vale mille corone. A garanzia si dà una quantità stragrande di tesori sepolti entro il suolo dell’impero. Tutte le misure sono prese perché tanta copia di valori, che già entrano nelle casse dello Stato, serva al pagamento della carta.”

    L’IMPERATORE. Io sospetto che vi sia qui qualche delitto, qualche mariuoleria mostruosa! Chi dunque ha contraffatto la sigla imperiale? Un crimine siffatto non è stato punito?

    IL TESORIERE. Consulta la tua memoria. Tu stesso vi hai apposto la tua firma, e non più tardi della scorsa notte. Tu rappresentavi il gran dio Pane. Io ed il cancelliere ti abbiamo parlato in questi termini: Poni il colmo alla gioja di questa festa, e consacra la salvezza del popolo con un tratto di penna. Tu l’hai fatta questa firma, e molto chiaramente. Quindi migliaja d’artisti l’hanno riprodotta a migliaja. Ed affinchè tutti potessero godere di tanto beneficio, non abbiamo indugiate a bollare gran numero di biglietti d’ogni valore, da dieci, da trenta, da cinquanta, da cento. Voi non arrivate a farvi un’idea del bene che ne risente il paese! Guardate la vostra città, non ha guari ancora sì scombussolata, e già presso alla ruina, come rinasce d’ogni parte alla vita, ed esulta ebra di piacere! Quantunque si sappia che il tuo nome forma da tanto tempo la felicità del mondo, esso non attirò mai come ora l’ammirazione e l’amore. Oramai non v’è più bisogno dell’alfabeto; quella firma basta a rendere tutti felici!

    L’IMPERATORE. I miei sudditi le accordano il valore dell’oro puro? L’esercito, la corte acconsentono a riceverla in pagamento? Per quanto ne sia stupito, debbo lasciare ch’essa abbia corso.

    IL MARESCIALLO. Sarebbe impossibile d’arrestare il corso della carta, che vola, si sparge colla rapidità del baleno. La bottega degli incaricati del cambio è spalancata, e fa onore a qualunque effetto, ricevendolo con qualche ribasso, è vero, contro oro ed argento, di cui tutti si servono, presso il macellajo, il panattiere, e l’albergatore. La metà della gente non sogna che feste, l’altra si pavoneggia in nuove acconciature. Il merciajo taglia, il sartore cuce. Il vino zampilla nelle taverne al grido di: Viva l’imperatore! Fumano le marmitte, girano gli spiedi, rumoreggiano le stoviglie.

    MEFISTOFELE. Chi passeggia nei punti appartati sugli spalti v’incontra la bella delle belle splendidamente abbigliata, che coprendosi un occhio col ventaglio di piume ci guarda coll’altro e ci sorride… Non v’è bisogno di spirito o d’eloquenza per ottenere più presto e più largamente i favori dell’amore, né di presentarsi col borsellino o coi sacchi ricolmi; un piccolo foglio di carta si porta così facilmente in seno, e s’accoppia così bene coi biglietti amorosi. Il prete lo ripone piamente nel breviario; il soldato rimane più agile ne’ suoi movimenti, e la sua cintura è più leggera. Mi perdoni Vostra Maestà, e non creda che io voglia attenuare il merito della grande opera, coll’enumerarne i più piccoli beneficii.

    FAUST. L’immensa copia di tesori che dorme sepolta entro la terra de’ tuoi Stati, rimane senza profitto. Tale sterminata ricchezza non può imaginarsi dal pensiero il più vasto; la fantasia non vi arriva per quanto alto e sublime sia il suo volo. Ma gli spiriti cui è dato di scandagliare il fondo delle cose, concepiscono per l’infinito una confidenza infinita.

    MEFISTOFELE. Quella carta è assai più comoda che l’oro e le perle. Si sa precisamente ciò che si possiede senza bisogno di pesare né di cambiare, e si può godersela e scialare colle donne e col vino. — Si vuole dell’oro? C’è lì presso chi fa il cambio; e se mancasse il metallo, non si ha che a scavare alcun poco il terreno, si mettono all’incanto coppe e monili, ed ecco subito ammortizzata la carta, e svergognati gl’increduli che si beffavano insolentemente di noi. Una volta che se n’è fatta l’abitudine, non si vuole altro. Ed oramai in tutti gli Stati dell’imperatore basterà stendere la mano per avere oro, giojelli e carta a bizzeffe.

    L’IMPERATORE. Voi avete ben meritato del nostro impero. Voglio adunque che la ricompensa sia il più possibilmente adeguata al servizio reso. Noi vi confidiamo i tesori rinchiusi entro il suolo dello Stato; voi ne siete i più degni custodi. Voi che conoscete in quali profondi nascondigli giacciono riposti, vegliate a che gli scavi non si facciano che per ordine vostro e colla vostra guida. Adempite adunque, o padroni dei nostri tesori, con alacrità ed accordo i doveri del vostro ministero, nel quale si riunisce il mondo superiore e l’inferiore, ambedue felici di trovarsi insieme.

    Questo nel Faust a proposito della moneta. Un passaggio più “contemparaneo” che riassume in pochi versi questo tuo intervento, Gianni, è invece una poesia di Ida Travi tratta dall’ultima raccolta TÀ:

    Ma quali provviste, Olin

    La merce siamo noi, siamo la merce
    Che può fare acquisti

    Olin, te lo dico in un orecchio
    E tu dammi l’orecchio

    Quando l’aquisto riguarda il pane, i tempi
    Sono prossimi alla redenzione.

    Quindi no, non sei il solo a pensare ciò che pensi (e nemmeno il primo, a quanto pare :D).

    Trovo sempre che sia un po’ complicato rispondere a, intervenire su o commentare un tuo intervento: affronti temi davvero molto molto ampi con una naturalezza, una disinvoltura e una certa “ingenuità” e genuinità che mi risultano disarmanti.
    è complicato rispondere ai tuoi “sassi lanciati nello stagno” perché… come darti torto leggendo ciò che scrivi? Però, alla fine della lettura, mi rimane sempre un senso di incertezza, di incompletezza. mi viene sempre da chiedere: e dunque? che si fa?
    Certo, non si pretende qui di affrontare temi che da secoli necessitano di tomi per essere trattati, però credo che potremmo fare un tentativo: partire dal generale per spezzettarlo in parti ogni volta più particolari, cercando di centrare i nuclei veri, basici del discorso che si sta portando avanti in questo spazio e tentare una “risposta” al quesito che di volta in volta ci si pone. Perché dire quanto sia fatto male il mondo è impegnativo; ciò che è davvero molto complicato è dire come fare a renderlo migliore!

    un abbraccio
    Luigi

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