Fabiano Alborghetti: ‘Verso Buda’

 Verso Buda

Fabiano Alborghetti

2004

Lietocolle


Il libro di Fabiano Alborghetti ci parla di un viaggio, un piccolo grande viaggio verso il limitare del proprio immaginario, appena oltre il cerchio della città: verso Buda; toponimo che inevitabilmente evoca sconfinate distanze ma che in realtà richiama una collina e una casa nell’Oltrepò Pavese. E’ lo sguardo che lascia Milano, il suo frenetico pulsare, mentre tutto rallenta e il vino “è troppo acerbo/per essere compreso ora,/che ancora è lavoro e filari” pag 15.
Il tempo, quindi, è “il meccanismo complesso di una pendola”, come precisa Fabiano in una nota, “gli accadimenti e la stasi si alternano (…) in centri concentrici e dove al movimento alto-basso prende piede un secondo movimento avanti-indietro tra i rimandi tra presente attivo e l’andata e ritorno”.
Vuoto e pieno: tempo quotidiano –  quello della polvere sottile e del rumore –  e quello, ancestrale, dove le voci sono presenti e scostanti, ma ricorrenti e precise. In questo tempo ritmo/vuoto il verso cerca una sua faticosa misura, un modo per dire le cose con disciplina, senza ambiguità e senza sciatteria. Si avverte nel libro questo sforzo dello stare in una misura, che è la stessa dei lavori ancestrali, della cura della terra, la quale può essere cantata solamente nell’idea di un  suo ordine. In fondo, fecondare è una promessa di ordine.
Così le prove più belle si trovano proprio nei momenti di questa descrizione: “L’uomo che intinge le unghie/nella pazienza intagliata del fare/lo vedo (oltre collina)/cronista dal corpo addormentato/appeso ad un cielo che sa pesare,/che tiene gli occhi aperti/acceso dalla bellezza” pag. 15. Il cittadino si è concentrato nella cronaca; annota, descrive, e così può osservare il trascorrere del tempo, la fatica di un fare mesto, concentrato. Può vedere la bellezza. Questo ci dice che il velo di Maya della nostra epoca è l’affastellamento e l’accumulo, il rumore assordante, le chiazze di verde ritagliate fra i palazzi.
Ritmo del tempo, dunque, scandito dai rintocchi di uno strumento; e tempo nebuloso in cui il prima e il dopo è il volto di una divinità misteriosa. “E’ tutto ancora vivo alla finestra/e non ha perso tempo da quel momento in poi/come se non fosse accaduto niente” pag. 40. E’ lo sforzo di trovare posto alle parole, espresso in un lucido frammento: “Le parole/trovano sempre un posto dove stare:/a volte sopra un foglio, a volte/dentro un cuore” pag. 34.
Se la parola è, come dice Marco Munaro, “ripercorrere rapidamente – in un lampo, miracolosamente chiaro e giusto – la genesi della scrittura dai suoni e dai rumori della realtà fino ai suoni della lingua umana e alla loro trascrizione alfabetica, senza iati”[1], essa dunque si fa depositaria dei ricordi di un viaggio; è l’immagine stessa  della terra che ci parla in un alfabeto sensibile. Occorre, poi, conoscere la fatica di chiudere le finestre, e sognare dentro una casa, accanto a una sposa. Questo è il tempo in cui la parola chiede tempo, ci obbliga all’attesa. Ci obbliga alla ricerca di un verso, alla misura dell’andare a capo – operazione decisiva per poter distinguere, dare senso al  balbettio quotidiano.

[1] “L’alfabeto di Comenio”, a cura di Mariacristina Colombo, Il ponte del sale – Rovigo 2005
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