La Poesi@ nella Rete n.5: Cosa si vede dal confine

 

Intervisto Giampaolo De Pietro, che ci presenta un punto di vista territoriale dalla sua terra d’origine, la Sicilia. Giampaolo adopera uno stile molto personale, tra piccola cronaca-prosa poetica e l’occhio “allungato” verso i salotti buoni del Nord.

 

Una tua breve presentazione

Mi chiamo Giampaolo De Pietro, ho trentadue anni; a credere al mio documento d’identità, che indica la data di nascita, potrei anche dire di averne “più” trentatré che trentadue. Scrivo versi; esco, a prendere aria, o la trattengo – è il respiro, un non-meccanismo, una fortuna, la mia carta d’identità, a dire il vero, quasi segreta. Lavoro in una libreria di quelle che si dicono indipendenti, da qualche mese, nella città in cui sono nato e sì! cresciuto, Catania. Non leggo i miei versi ad alta voce, alcuni li so a memoria per il tempo che arrivano, altri li dimentico o li cancello spesso insieme alla memoria del telefonino, taccuino dell’ultima ora. Mi domando ancora se il disordine convenga o meno alla scrittura, che considero il sassolino di una strada fino a fine giornata – e così, dato il disordine, prevedo una sommossa di organizzazione, ma intanto il giorno è già finito, e, a volerlo, i sassolini si sono fatti tanti, come tracce, talvolta inaspettatamente ‘ordinate’, di tempo e cammino. Avevo pensato di “assommare” il tutto alle “spalle” degli scontrini, sul retro dei rulli commerciali che si sprecano tanto di numeri e pochissimo di parole. Magari un giorno li pubblicheremo, questi conti che mai tornano – bianchi sempre di schiena.

 

Quali spazi in Rete frequenti o hai frequentato e come hai immaginato la funzione del tuo blog?

Gli spazi in rete che frequento, oggi, sono quelli più imprevisti che, attraverso la mia curiosità per la parola scritta, passano per la fotografia, arrivando all’illustrazione, per finire in musica. Il blog è stato, il primo, una specie di “apertura” di qualche anno fa – un decennio, veramente – e non è poco. (il mio vecchio blog-laboratorio è: www.gpdd.splinder.com; il più recente è anche un laboratorio fotografico, compresi illustrazioni e suoni : www.profilodiuncappello.wordpress.com). Ho cominciato a pensare al confronto “di scrittura” attraverso un sito di utenti-scriventi, poesia la si chiamava anche allora, il verbo era scrivere. Di lì tanto parolare, e qualche amicizia, qualche poeta incontrato e mai abbandonato, fino a ora. Fra queste la carissima amica, e poeta – tra i miei preferiti – Dorinda Di Prossimo, marchigiana. Alcune amicizie vere, insomma! C’è anche Martina Campi, poeta dalla voce piena di brividi, veneta che vive a Bologna. Pian piano si sono diradati e aperti gli orizzonti e gli occhi, ho incontrato luoghi e non-luoghi interessanti e formativi, addirittura nel segno di una “forma di critica” che mi ha consentito di cercare e trovare sempre più interlocutori, sbagliando spesso, chiaramente, e talvolta stupendomi, a fortuna. Incontrando, ad esempio, Sebastiano Aglieco, poeta e maestro alle elementari, persona che scrive con il senso pieno (civile, umano) dell’essere, e legge e ascolta, e insegna, milita nel senso migliore del (e nel) verso. La funzione del mio blog era quella di uscire, per provare a parlare un tantino più ad alta voce, inizialmente. Poi, di sperimentare anche più consapevolmente – come quando prendi parte ad un coro e fai finta di cantare, all’inizio, e pian piano ti si richiede davvero di farlo, di tirarla fuori quella benedetta voce che ti serve a cantare, anche stonando, ovviamente, col rischio certo di disturbare il tuo orecchio (che se ne rende conto a mezza voce gradualmente alzando il timbro) e quello di chi hai accanto. Poi, per rispetto anche dell’altro, provare ad intonare quel tuo modo, a tuo modo – credo molto nell’educazione, secondo me il semplice aderire (alla pagina bianca, ad esempio) o no, è già un modo di esserci (o non esserci).

 

Come si vede, dalla sicilia, la poesia dei salotti buoni del Nord?

Come fare, se pur muniti di cannocchiale (buona volontà, curiosità – sguardo che ci prova a non tergiversare) a guardare fin dentro a un salotto? Sembrerebbe di origliare, e se è una cosa un poco insolente da fare da dietro la porta, figurarsi con la distanza geografica, anche ideologica (diciamo così). Insomma, i salotti mi mettono ansia. Non so gli altri siciliani che tipi di cannocchiali abbiano. Però le piazzette del nord mi piacciono, frequento poeti amici e amici poetici ‘del nord’ – non ne farei una questione di nord-e-sud. La Sicilia non mi pare una landa (desolata perché) abbandonata dalla poesia, nient’affatto. Del resto quel suo essere isola nella penisola, la rende sì tale da non isolarsi del tutto, ma prendersi il proprio tempo – pendere a spunto e navigare a tutto mare dai bordi al centro – io non so farne un discorso di abbandono politico, ma credo che la vivacità dei siciliani (isolani) sia pari alla loro stessa sfiga di isolati. Persone del sud, proverbialmente accese dal calore dell’ora più calda e della terra più vicina alla terra, e poi quelle che più debbono sopportarlo questo benedetto sotto-mezzogiorno, questo abbuiare un po’ più tardi (invernale, ché i giorni estivi a nord sono più duraturi, luce parlando), pagarne le spese; e le conseguenze, intanto ? – sono un poco stanco dei gruppi che fanno l’isola, di quelli che dalle università si arrogano il diritto di non espandere che una forma di letteratura regionale e “pochi dintorni” (quelli che hanno studiato per un’unica, tonda tesina, magari). Con il rischio (e l’evidenza, in alcuni casi) di sopravvalutarsi, a picco, dopo essersi dissotterrati dalla sottovalutazione spropositata di sé. Il clima è mite, è mite ancora? Quasi equatoriale, e questa primavera lo sta dicendo a chiare lettere. Così, se vi fossero delle “scuole” o situazioni di aggregazione, qui, si sono già disgregate al nascere – per non avere l’equilibrio climatico o forse solo quello ‘mitico’ della continuità, dell’assetto e del confronto a pieno scambio di poetiche della via di mezzo.

 

Chi sono i poeti siciliani, contemporanei e non contemporanei, che hai frequentato?

Sebastiano Addamo, Gesualdo Bufalino, Bartolo Cattafi, Ignazio Buttitta, Antonio Pizzuto, Lucio Piccolo, Beppe Salvia, Adriano Spatola, Salvo Basso, Rosa Balistreri, Nino De Vita, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Angela Bonanno, Sebastiano Aglieco, Saragei Antonini, Salvatore Schembari, Carmelo Zappalà, Enza Scuderi, Giuseppe Carracchia. Alcuni davvero frequentati, altri ‘fiutati’ soltanto e da approfondire, altri che mi sto di certo dimenticando di dire.

 

Esistono dalle tue parti, che tu ne sappia, situazioni di aggregazione con una certa incidenza sul territorio? (gruppi, poetiche, manifesti d’intesa. Ma anche nuovi progetti… )

Probabilmente sono esistiti, gruppi con poetiche precise e determinate dall’ ‘incombenza del territorio’. So di un gruppo, un collettivo di artisti catanesi, attivo in anni in cui io ero davvero troppo piccolo, tra gli ottanta e i novanta, Famiglia sfuggita. Conosco tra loro alcuni artisti dalla ricerca molto attiva, come Daniela Orlando, Biagio Guerrera, CaneCapovolto (Alessandro Aiello e Zoltan Fazekas). Un altro gruppo, fondato e formato dai bravissimi e sensibili Massimo Corsaro e Marzia Andronico, Segnalemosso, interessati a un linguaggio espressivo che accomuni teatro e poesia. E’ nato di recente un arsenale (si chiama proprio L’arsenale) per le arti e la musica, conosco fra loro alcune persone che mi sembrano serie e motivate. A livello editoriale, piccolo e timido (ma determinato a fare, con decisione, libri di autori amati), si è appena ufficializzato il gruppo “incerti editori”, nato da Francesco Balsamo e me (lungo un viale alberato che parte da, e porta verso i paesi Etnei), e cresciuto anche grazie alla bravissima autrice e amica veneta Daniela Andreis (tra l’altro conosciuta attraverso il suo seguitissimo blog), e la collaborazione (nonché la poesia e il lavoro) di Saragei Antonini, Vincenza Scuderi, Dorinda Di Prossimo e chi vi si unirà tra altri autori, traduttori, collaboratori e soci.

 

Una delle mie ossessioni, nel corso di questi anni, è quella di raccogliere in uno spazio, fisico o mentale, non saprei… la comunità dei poeti siciliani…credi che sia un progetto realizzabile?

Forse “raccogliere uno spazio” è sempre possibile, al di là dello spazio stesso – richiede tempo, chiaro.

 

Pensi che la poesia che si fa in Sicilia possegga delle connotazioni tali da farla identificare con una idea di territorio?

Non credo vi siano delle connotazioni territoriali nel mio leggere poeti siciliani, ma è chiaro che esistono “modi” e territori da scriversi che la Sicilia conosce e riconosce. Un sentire che può ri-portare da qualche parte riconoscendo magari tratti del tragitto, cori e odori, sensazioni e (addirittura) limiti e aperture, e per fortuna grandi sorprese e pure speranze.

 

Esiste, a tuo avviso, una discrepanza, stilistica o tematica, tra i poeti che hanno deciso di continuare a vivere nell’isola, e i tanti emigrati?

Se esiste la discrepanza tra chi scrive da “emigrato” (seppure questo è forse solo un sentimento comune degli inizi, degli esordi, della distanza dai luoghi nativi) e chi invece da abitante del luogo dove è nato e cresciuto… ? Penso proprio che il contrasto possa essere quasi “organico” – diciamo pure mentale – e torno a un fatto di colore, clima, (…) sottile bisogno di sentirsi di casa e forte bisogno di sentirsi a casa. Ma i luoghi “naturali” a mio avviso sono quelli in cui si può vivere anche se non vi si è nati, abitandoli, scegliendoli anche se per la brevità o la lunghezza di un periodo, o una pagina.

 

Isolanità e lingua (dialetto, vernacolo), spesso sono accomunate da urgenze sotterranee. Come vedi la produzione in dialetto (lingua). Pensi che ci sia un’urgenza nello scrivere in dialetto?     

Isolanità e lingua: la prima sembra essere addirittura errore grammaticale – parola quasi nuova che “il vocabolario del pc” ad esempio sembra non accettare! La lingua è sacrosanta, il dialetto è il tronco del suo albero. Tronco chiama radici. Potrebbe essere il basso, tenore di quel coro. O il contralto, la voce che staglia. Il passaggio, la meta. Un risolvere quasi la questione, una libertà a stonare. Prendi il canto di Rosa Balistreri, perfetto. Perfettamente: doloroso, vivo. L’urgenza di chi scrive in dialetto parrebbe un anti-classicismo? Forse il contrario. Una sete probabilmente così forte da soddisfarsi meglio bevendo l’acqua dalla sorgente. L’isola ha le sue diramazioni dialettali, così come la penisola e le lingue regionali. Così, mi pare come una suddivisione, uno studio degli alberi genealogici, davvero intricato e poi, addirittura, semplice nelle sue fondamenta. Fondamentale conoscerlo e riconoscerlo, il dialetto – almeno il proprio – è un po’ come quel discorso della voce – come faremmo a parlare se ogni volta la voce che sentiamo – e vediamo, quasi – uscire dalle nostre corde e poi passare attraverso le bocche, ci risultasse estranea? Di “estraneo”, forse, v’è solo “lo sguardo”(il bellissimo libro di Herta Muller, una delle scrittrici contemporanee che più amo)?

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