La strada n. 9: L’estate dei Festival Letterari è finita, il pubblico non è giovane.

 

Nell’estate appena conclusasi, per la mia attività di blogger e poeta, ho avuto la fortuna di essere ospite di alcuni dei principali festival letterari del nord Italia. Aspettavo, per questi eventi, una presenza di pubblico molto inferiore rispetto a quella che, poi, ho avuto modo di constatare. Anche quei festival che non hanno ancora avuto modo di radicarsi nel territorio, come kLit, che quest’anno era alla sua prima edizione, sono riusciti a ottenere un numero di presenze discreto.Parolario, a Como, è stato quello che, in termini di pubblico, mi ha sorpreso maggiormente – la presentazione della Generazione Entrante, di Ladolfi, giunta in un anno alla sua terza pubblicazione, in cui alcuni miei testi sono stati antologizzati, ha ricevuto un’attenzione che io nemmeno sarei riuscito a immaginarmi.

Quando si parla di poesia si pensa sempre a qualcosa per gli addetti ai lavori, la poesia, si dice, non muove le persone da casa o se lo fa è perché le stesse a loro volta scrivono poesia, a Como ci attendevano dalle duecento alle trecento persone, per lo più di mezza età o anziane – non erano tutti cittadini della Repubblica delle Lettere, questo è il dato importante. Abbiamo passeggiato con loro e, giunti sotto a uno splendido canforo, con il lago di como che scintillava verde duecento metri sotto di noi, presentato il nostro libricino. A Notturni diVersi le cose sono andate all’incirca nello stesso modo, il pubblico era più eterogeneo, i ventenni 5-6, su un’ottantina di persone. Diverso invece era il taglio di Vignola, per il Poesia Festival – ci siamo intrattenuti a parlare delle ragioni delle nostre poetiche – qui un quarto degli spettatori erano nostri conoscenti, va da sé che avessero tra i venticinque e i trentacinque anni. A Vignola c’è stato meno ‘intrattenimento’ ma più teoria della letteratura, la cornice era diversa, anche il pubblico, diciamo, più esigente.

[Divagazione 1] A questo punto la domanda che mi sto continuando a porre è se la poesia non si meriti, come tratto distintivo della cultura letteraria di un paese, un interesse mediatico maggiore – sarebbero molte le imprese televisive che si potrebbero intentare, penso soprattutto a quel grande contenitore che è la RAI. [/Divagazione 1]

Bisognerebbe a questo punto ragionare attorno a quello che sia il rapporto che lega più fattori: la popolarità di un’opera, soprattutto ahinoi di un autore, la capacità di un festival di promuovere gli eventi che lo compongono, il valore letterario effettivo (o presunto) delle pubblicazioni che vengono presentate. Mi spiego meglio: un festival della letteratura e della cultura è, anch’esso un fenomeno di natura sociale, è il termometro che misura la capacità da parte dell’organizzazione dell’evento stesso di aggregare a un’esperienza una o più coorti generazionali – il pubblico, al di là della differente provenienza sociale, è una miscela eterogenea di:

  • persone che dispongono di strumenti critici,
  • lettori forti,
  • lettori occasionali,
  • non-lettori,
  • amanti della porchetta,
  • fan di questo o di quello scrittore.

Che cosa porta, allora, tutte queste persone in un preciso luogo per una lettura di poesia? Che cosa le convince a farsi una, due ore di macchina, per sentire quello che raccontano tre-quattro ragazzi o giovani-adulti (tornando alla Generazione Entrante). La domanda è cruciale soprattutto se ragioniamo, appunto, in termini generazionali, per la Generazione Entrante il pubblico è stato quasi sempre composto da persone che non appartenevano a questo insieme di individui contraddistinti dall’avere, pressapoco, la stessa età, ovvero non si trattava di venti-trentenni. Erano più grandi di noi, andavano, in genere, dai quaranta ai settanta. Già questo è un fatto che meriterebbe una certa attenzione. Come se le maglie della rete dei festival letterari faticassero a raccogliere i pesci più giovani.

Ammettiamo il fatto che in passato una generazione fosse, molto più di adesso, cosciente di quelli che erano i suoi confini, era capace, come per certi movimenti politici di massa – pensiamo alle mobilitazioni studentesche – di determinare quella che sarebbe stata la sua identità agli occhi del mondo, delle altre generazioni – i tratti distintivi che, in un certo senso, la avrebbero caratterizzata di fronte alla Storia. Ora è difficile che chi appartiene alla mia generazione vada a una lettura di poesia, e non credo si tratti solo dell’avvento dell’era del computer, stiamo sbagliando? Stiamo facendo bene? È sempre stato così? Forse bisognerebbe ripensare alcuni dei moduli che compongono i festival letterari.

[Divagazione 2] SugarPulp ha questa forza attrattiva nei confronti di quelli che hanno un’età compresa tra i venti e i trentacinque anni? [/Divagazione 2]

Forse dovremmo, e questa è un’autocritica, scoprire quella che definirei la necessaria convivenza, e imparare a ‘fare gruppo’, Dovremmo non dimenticarci mai quelle celebri parole di Aristotele:

«L’uomo è per natura un essere sociale, e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo»

Così da non dover condividere il destino di quella generazione in ombra con la quale già ci vengono riconosciute forti analogie in termini di produzione poetica. Questo ci aiuterebbe, presumo, a liberarci dalla sgradevole sensazione di essere dei fenomeni da baraccone, esotiche curiosità, alieni con cui un giostrante affabula un pubblico amante del bizzarro. Che non si fraintenda, lo spazio che viene dato ai giovani è sempre maggiore, e conosco davvero tante persone che appartengono alla mia generazione che si impegnano duramente, e ancora di più che ci spronano ad andare avanti, a impegnarci, a scrivere, a crescere, in un’epoca più felice li si sarebbe chiamati maestri – e quest’estate, proprio grazie ai festival della letteratura a cui ho partecipato ho avuto modo di conoscerne ancora di più.  kLit, del resto, nasceva con questi presupposti. Ma ciò che mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca è stata la quasi completa assenza dei miei coetanei tra le fila del pubblico, eccezion fatta per quei lettori forti o aspiranti editor/scrittori/giornalisti/poeti che, in troppe occasioni, già avevo avuto modo di incontrare.

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2 Comments

  • varie volte, in passato, mi è capitato di discutere con te, Francesco, e con altri di questo argomento. e tutte queste volte non ho mai avuto ben chiaro il termine della discussione, il suo nodo problematico: la poesia o il pubblico?
    Nel caso in cui il nodo problematico sia “il pubblico”, sinceramente (e forse superficialmente) non mi interessa. Nel caso in cui il nodo problematico sia la poesia, intesa come un modo della conoscenza, allora parliamone.

    non mi risulta che in altre epoche (tranne quelle greche, ma solo perché il reggente pagava il teatro a tutti) la poesia abbia vissuto tempi migliori in termini di pubblico. Su youtube si possono vedere video storici di grandi nomi parlare di poesia ad un pubblico sparuto, tra cui c’è per esempio Amelia Rosselli, in una stanzetta anonimissima.
    Forse potremmo avere nostalgia dei tempi (in cui non c’eravamo) di Castel Porziano. Però erano gli anni 70, si capisce: era la moda. Ripetere un castel porziano oggi sarebbe un anacronismo e non funzionerebbe.

    Allora mi chiedo se tutti i nostri timori e i nostri dubbi sulla questione della poesia ed il suo pubblico siano più frutto di nostalgici ricordi di epoche mitizzate in cui non c’eravamo e la storia era diversa.

    io credo che pretendere una ampia platea per la poesia sia un po’ come pretendere una ampia platea per i convegni di astrofisica. con ciò non voglio dire che la poesia sia per pochi; solo dico che son pochi quelli che si occupano di astrofisica. se poi consideriamo che la gran parte della poesia prodotta oggi è “illeggibile” ad alta voce…

    ma diciamo pure che queste non sono che fisime o sottili puntualizzazioni e tralasciamo tutto. La mia domanda allora è: come possiamo anche solo immaginare una fiumana di *gggiovani* che va ad un festival di poesia se il nostro sistema educativo sta trasformando questi *gggiovani* in analfabeti funzionali?

    vogliamo veramente offrire una possibilità ai non lettori di poesia ed alla poesia stessa? bene. allora scordiamoci di scrivere a tutti i costi *facile* mettere qualche rima e piazzarci la musica – il rischio è che diventi hip hop; scordiamoci di mischiare la poesia con il cinema – il rischio è che la poesia compaia solo tra il primo e il secondo tempo; etc.
    Se parliamo di poesia, parliamo solo di poesia, senza “addolcire la pillola”, senza confondere le cose (già non molto chiare). Tra l’altro, se uno va ad una sagra della porchetta e gli rifilano un panino col salame un po’ si incazza no?

    dopo i primi tre mesi di attività di P2.0, ormai due anni fa, si buttò giù un progettino per costruire delle reti territoriali usando gli spazi istituzionali come scuole e università. poi non se ne fece più nulla perché… è complicato. ecco, bisognerebbe partire da lì, dagli incubatori del pubblico di poesia che non c’è. se ogni poeta scegliesse una scuola del proprio quartiere o città e andasse lí a presentare e leggere la sua o la altrui poesia, chissà forse qualcosa di interessante può accadere.

    vogliamo pensare ad un progetto di attività scolastiche curriculari o extra curriculari (tipo 1 sabato al mese) ben stilato da presentare a livello condominiale-regionale-nazionale-mondiale?

    facciamolo, e se va in porto lo si porta avanti un anno intero. a fine anno si fa un festival e poi vediamo chi c’è, quanti sono e quanti anni hanno.

    chi ci sta?

    Luigi B.

  • Interessante. Non ho quasi voce in capitolo sulla questione, perché non ho mai organizzato un festival, e le letture o presentazioni che ho organizzato contavano sempre meno di 10 persone.

    Oggi credo che si riesca a smuovere di più se si accetta l’idea che l’odiato marketing è una risorsa anziché un nemico della poesia: bisogna quindi lusingare il pubblico non avvezzo alla poesia. Triste a dirsi, forse un modo per far questo è non menzionare la parola “poesia” e però immetterla in contesti musicali, filmici ecc. più fruibili (o più abituali).

    Quanto all’assenza di giovani: credo che un lavoro sulle scuole (quello che, mi sembra, stiano facendo Isabella Leardini e Simone Ostan, e siicuramente tanti altri) porterà i suoi frutti nel medio-lungo termine. Però per il pubblico giovane più occasionale… bisogna trovare formule efficaci e nuove, che allontanino la polvere che il termine “poesia” di solito chiama con sé.

    Poi forse c’è da ripensare l’utilità dei festival: per me sono utili se ti aiutano a conoscere autori nuovi e stringere sodalizi, e metterti a confronto con gli altri. A ParcoPoesia io avevo spronato gli ascoltatori a farmi critiche e confrontarci dopo la lettura, ma non ne è venuto fuori niente, anzi a volte ho avuto l’impressione che molti altri volessero solo leggere le proprie cose e non confrontarsi. Di questo mi sono dispiaciuto. Meglio una specie di forma seminariale o laboratorio insomma, che il festival raramente permette… allora, qual è l’acquisto di questo tipo di eventi?

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