Altre Voci n.18: La distanza immedicata

Un intreccio epico è La distanza immedicata di Stefano Guglilemin, in cui si fronteggiano parole di senso opposto, poste a interagire in forma di quesito o preghiera: sorta di teatro testuale in cui “se reclami l’opera e l’intero” viene fatto stridere con “dove finisce io dove finisco”. E in cui le posizioni intermedie sono costituite da tutte le forme che l’essere è in grado di assumere, in cui è in grado di sustanziarsi: “se incidi ed espelli se sei terra / cioè pane cioè bocca e cieco / t’infuochi se sei palmo / sospeso tra nero e astro o punto / se sei punto o covo / io che in me batti e sporgi fuori”. L’uomo ha da sempre proiettato sugli dei la capacità di modificare la propria apparenza e sostanza, ma Guglielmin realizza questa dislocazione attraverso la poesia. Una poesia il cui cuore pulsante è la capacità di partirsi da parole distantissime per giungere, in una incessante capacità metamorfica, a definire il soggetto, il medesimo individuo,  in modi sempre dissimili. E la capacità poetica di Guglielmin è tale che il linguaggio diviene strumento plasticissimo, duttilissimo, filo continuo che si snoda senza fratture, piegandosi a descrivere le involuzioni più sottili o quelle più sbalorditive. L’essere umano visto non solo come colui che decide, ma come colui che subisce poiché è giocoforza accettare forze che non sono da noi determinate e che pure contribuiscono alla nostra evoluzione: “però l’amore non c’entra / perché viene di schiena pare / e non ha uscite o maniglie / l’amore / ma sole – spesso – calore / dove passare la pelle ed ogni altra / scorza: / la bocca il pomo la vita…”.   Tale metamorfico moto trascina con sé anche le forme poetiche: dall’epica alla poesia petrarchesca, da quella dantesca fino alla scrittura di Wirgina Woolf ed è infilzato attraverso la metafora del corso d’acqua con il suo moto incessante, presente nei poemi appena menzionati. Come non vedere nello scorrere acquoreo una metafora di tutto ciò che  viene immerso, trascinato, e trasformato: l’acqua è legata a un ciclo, il quale pur compiendosi non si arresta. Non si conosce d’altronde mai sufficientemente o in maniera definitiva e pur tuttavia si ricomincia. E dove si raffigura l’individuo e il peso della sua misera esistenza lì è anche, ineliminabile, la sorte umana, quell’io che diventa noi “che caliamo a picco nella stessa storia / saldi al ramo che butta senza pensiero / senza paura”. L’io e il noi sono entrambi agglutinati dalla forza del linguaggio che plasma e salva: “da dove dico bocca prato dico salva / la via dei canti / salva la notte e il mondo”. Linguaggio che salda insieme fisico e mentale, corporale e spirituale. Nell’affabulazione meravigliosa, nella rete tramata dalla lingua l’intero mondo è tratto: “e niente pensiero solo trame tante cose / rapide nel volo l’intero mondo leso / l’intera specie e ogni luogo sulla pelle / come capro esposto o fàntolo neonato / solo nel sacco / perduto”.   Ma le forme storiche che la poesia ha assunto sono esse stesse individualità non sostituibili con altre: qui la poesia non è pensata come un’essenza. E’ sempre immanente. Ed è presentata nella sua individualità univoca e insostituibile, dotata del potere di deviare il corso della corrente  e di esserne erosa, come lo sarebbe un sasso immerso nel fiume. E’ la scrittura poetica dello stesso Guglielmin, infatti, a variare secondo diverse scansioni ritmiche, diversi grumi sintattici, porosa e aperta a qualsiasi voce, pronta a captare le spoglie, le mutazioni,  le voci: “alla riva finalmente, e senza uscite, solo di qua, si può, nella corrente. pur volendo uscire di là, verso il monte. sulla neve, magari, di nuovo in alto. come un uccello sul biancospino, e amore che canta scendendo da cavallo”. Distinguere è atto imprescindibile poiché i versi sono distinti dalla vera vita. Eppure se la lingua si sfalda è ancora la lingua che salda: “nell’oasi dove l’artificio splende / anche l’odore s’allontana / giallo come il petto della serpe  / fa la lingua malata e la svolta / d’ogni cosa che cade” e uscire dal linguaggio vuol dire miseramente cadere. Non avere più alcun “blu altro avvenire”. Un’analisi, quella condotta da Stefano Guglielmin, che scandaglia la totalità delle  espressioni artistiche (poesia, pittura, musica) ma anche che misura la distanza esistente tra linguaggio poetico e linguaggio comune. Sarà ancora possibile pensare una totalità solo perché tutto è in moto e si scambia posto e senso, e per questo dona forma al soggetto, inserendolo in un corso storico, in una storia collettiva, formata da miliardi di gocce d’acqua.

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