Il pensiero poetante di Flavio Ermini

 

La progettualità che sottende il lavoro poetico di Flavio Ermini rientra a pieno titolo con l’argomento del presente capitolo. Soglia, infatti, è parola che nel poeta veronese incarna l’apertura stessa entro la quale l’intero suo discorso av-viene; una soglia fortemente declinata in senso derridiano, quale arci-struttura in “differimento continuo”. La vicinanza tra le due posizioni risulterà più evidente dopo che avremo messo in chiaro le osservazioni di Vattimo relative al “pensiero della differenza” così come si manifesta nel filosofo francese. In sostanza egli rileva l’originale lettura del Dioniso nietzscheano offerta da Derrida ne La scrittura e la differenza (Einaudi, 1971), lettura che pone l’accento, anziché sulla compresenza originaria – nella Nascita della tragedia – della “coppia dionisiaco-apollineo”, sulla “originaria differenza interna a Dioniso stesso”, la quale si sostanzia in una tensione costantemente attiva e fuori dalla “storia” fra “slancio e struttura” (G.Vattimo, Le avventure della differenza. Che cosa significa pensare dopo Nietzsche e Heidegger, Garzanti, 1980, pp.76-77). In altre parole, alla pienezza eternamente presente dell’essere platonico-cristiano, Derrida sostituisce un essere concepito come “travaglio e mancanza di fondo” (Ivi, p.87), che trova nella scrittura della differenza una pratica reale, un accadere, sempre e di nuovo, della “differenza originaria” (Ivi, p.82).

Gli elementi di contatto della poetica di Ermini con quanto appena rilevato sono molti. Anzitutto l’accento posto sul “senso” quale differimento continuo che accade nella scrittura, nel grafein, in un’erranza che si fa “carico della morte di Dio” e dunque della “propria radicale appartenenza al niente, fino al punto di riconoscerlo come proprio essere” (F.Ermini, Dell’inizio, in AA.VV., Verso l’inizio, Anterem, 2000, p.9). Un niente che tuttavia non vegeta nell’inerzia del non-essere, bensì, similmente ad Eros (o al Dioniso derridiano), “è forza perpetuamente insoddisfatta e inquieta” che scuote dall’interno l’unità dell’io, fino a collassarla e rivelarne così l’originaria duplicità e lacerazione (in “Anterem” n° 61, editoriale). In tale disposizione, che tiene insieme “ragione” e “follia” (Apollo e Dioniso), il poeta può finalmente “destinare al poema una parola che abbia recuperato la capacità originaria di fondare il proprio senso” (Dal Silenzio. Il Dire Inaugurale, in “Il Cobold”…), sradicandosi da qualsiasi tradizione giacché, come Ermini scrive altrove, quel luogo albale è un “non-luogo”, un orizzonte cioè fuori dalla storia (Fuori luogo. Radice ed erranza in tre poeti di fine Novecento, in “Testuale”…).

In questo senso – ed entrando nello specifico erminiano – il poeta, “strappando la parola alla storia”, “assume la cultura dal suo principio e la fonda nuovamente”, (Dell’inizio, in op. cit. p.12 e p.10), con ciò mettendo l’accento su due punti fondamentali:

1) l’inautenticità delle parole messe in forma dalla logica del dominio, entro la quale Ermini colloca l’intera tradizione platonico-occidentale, in linea probabilmente non soltanto con Derrida e con l’affermazione horkheimeriana secondo la quale tale “mentalità” risale “ai primi capitoli del Genesi” (M. Horkheimer, Eclisse della ragione [947], Einaudi, 1969, p.93), ma anche con la lettura di McLuhan relativamente all’influenza avuta dall’alfabeto fonetico nel determinare “la fede occidentale nella ‘logicità’ della sequenza” (M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare [1964], Garzanti, 1986, p.105);

2) il dialogo essenziale che ogni volta il poeta istituisce con la propria lacerazione originaria la quale, a sua volta, affonda radice in quella silenziosa dell’Essere; si tratta di un dialogo fondato sull’ascolto di quel silenzio ricchissimo di potenzialità, che il rumore della storia ha ingabbiato fino a svuotarlo, fino a renderlo imbarazzante; un dialogo, il suo, che si traduce in un pensiero-scrittura immediatamente dislocante – tra “la radice” e “l’erranza” com’egli afferma in Fuori luogo – in un pensiero che non vuole ricomporre la differenza, e sceglie invece di darsi quale passaggio, “gesto del venire al mondo”, evento colto nella sua radicale e continuamente autoriproducentesi differenziazione; questione chaotica (nel senso generativo esiodeo) che in Ermini si concretizza nella seguente domanda “cruciale: come è pensabile il pensare ‘altrimenti’ della poesia?” (Dell’inizio, cit. p.12). Il corsivo sottolinea la natura procedurale del poetare erminiano, la cui simultanea messa in forma di slancio e struttura, di convivenza germinativa “degli opposti”, costringe il senso ordinario – quello della consequenzialità logica ed immaginativa –  ad una necessaria e continua indeterminatezza, spingendo in tal modo il lettore ad intraprendere un viaggio senza mappe (e perciò massimamente avventuroso ma anche, occorre dirlo, rischiosamente spaesante giacché mette in corto circuito la possibilità stessa della collocazione spazio-temporale) nella terra di nessuno, nel “fuori luogo” del discorso “inaugurale”, là dove gli opposti simultaneamente s’incontrano e divergono, essendo dimensioni di un originario lasciato essere, finalmente, nella sua natura differenziantesi (e dunque fecondamente chaotica).

Karlsar (Anterem, 1998), l’ultimo ‘pensiero poetante’ di Ermini, va dunque letto con questa disposizione/disponibilità all’erranza, consapevoli che il mondo in cui l’apertura linguistica ci colloca non è scorza delle geometrie euclidee né orizzonte etico preformato, bensì l’oscillazione stessa dell’origine, quella mobilità senza scampo da cui gli uomini, come scrive l’autore, essenzialmente provengono (Dell’inizio, cit., p.10). Un movimento, sia detto chiaramente, che non porta in alcun luogo (senso) assolutamente conosciuto e nemmeno assolutamente sconosciuto (insensato): il “fuori luogo” dice infatti la soglia, il punto di contatto fra luce ed oscurità, quella stessa linea indecidibile che marca il confine fra il Mediterraneo e Karlsar, l’Oceano Mare in cui l’Ulisse dantesco s’inabissò. E appunto perché soglia, la parola inaugurale di Karlsar istituisce un’alleanza tra il solare mondo dei vivi, con il mare nostrum carico di cose già incontrate (mani, foglie, roseti, saliva, labbra: tutti detriti di un mondo in sfacelo, ma qui ricollocati in una luce aurorale), ed il notturno mondo dei morti, l’aldilà di cui nulla sappiamo e che traspare, inquietando il lettore, nello spostamento del senso che il testo continuamente produce. Ma anche questa prossimità estrema tra luce ed ombra, tra vita e morte, tra di-qua rassicurante e di-là minaccioso, non è decisa per sempre: e così allora Karlsar diventa, per gli antichi uomini del nord Europa, l’abitabile, mentre il Mediterraneo si fa terra dell’altrove, cui le colonne d’Ercole annunciano la pericolosità, in un gioco circolare, che attesta, qualora ce ne fosse bisogno, che la verità dell’origine è luce ed ombra insieme, dentro e fuori, alto e basso, congiunzione e disgiunzione, anche e soprattutto in senso grammaticale, se è vero, come scrive Ermini, che “il possibile – ciò che può esistere – non preesiste alla parola” (Ivi, p.12). A quella “parola”, ovviamente, che si voglia capace di attingere dall’inizio, di portarlo nel nome lasciandolo essere nella sua alterità perturbante eppure rigeneratrice. Rigeneratrice per chiunque sia disposto al distacco dalla rete di convenzioni in cui la storia lo ha relegato (un’epoché non dissimile da quella pirroniana e del “satori” buddhista), ma anche e soprattutto per il poeta – testimone dell’origine – il quale, con quel “fuori luogo” abissale dialoga e così autenticamente cresce, come per altro ci suggerisce la frase di Foucault messa in esergo a Dal Silenzio: “Quando scrivo, lo faccio soprattutto per cambiare me stesso e non pensare più la stessa cosa di prima”.

(Stefano Guglielmin, Scritti nomadi, Anterem, 2001, pp.118-122)

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