Luigi Fontanella: “Disunita ombra”

LUIGI FONTANELLACi sono dei versi nell’ultimo libro di Luigi Fontanella che ci dicono, probabilmente, di un’archeologia dello sguardo, di un inizio, a partire dall’infanzia: «Di fronte al vetro di quella finestra / non c’era angoscia del tempo, ma solo / un piccolo inganno agli occhi / e alla fervida mente», p. 55.

E subito dopo una bella variazione leopardiana: «Cresceva lo sguardo quanto più angusto / era il mio orizzonte».

Tutta la composizione gira intorno al tema di un padre spaiato, forse malamato, e quindi al tema di uno sdoppiamento, di un essere qui e in un altrove – doppio, dunque – ma anche diviso tra conservazione e sperequazione, unità e disorientamento.

Così la prima sezione del libro rappresenta una malinconica variazione intorno a un doppio variamente indagato  – su di sé, prima di tutto, e poi a proposito di una realtà sfocata che occulta la sua voce -. Tema in stretto rapporto con quello della sospensione, dell’osservazione, di una sensibilità acutizzata. Della riflessione narcisistica, anche: ma nel senso di un Narciso delle origini che si specchia nel desiderio di conoscenza e quindi si ri/conosce.

Questo Narciso, dentro e fuori del tempo, abita l’ eterno compimento di una causa; esso è condannato a una ripetizione in fuga, a giungere in un corpo dilaniato, dice Fontanella, «che si sfrangia in tanti / frammenti di luoghi e di spazi», p. 16: molti verbi coniugati in forma passiva –  io mi ritrovo vissuto … non io l’osservatore … –  testimoniano la condizione del vivere a nome di altri, di un Ente che ci sovrasta e che ci assilla.

Questa condizione autobiografica (opera e vita), si espande verso la Vita tutta, in quanto tutti gli esseri si trovano nella situazione di non capire, di non essere capiti; gli esseri visti nel loro stato di animalità, in cammino verso una qualche meta sconosciuta, irredenti nel loro dondolare «abbracciati / in attesa di un treno», p. 17,   muse inconsapevoli atte a far sbocciare i pensieri del poeta, un poeta che sa osservare come pochi lo stato della folla; bellissimo appare, nella descrizione di un corteo, il termine defigurato, a descrivere colui che si stacca, straniero, destinato alla giostra.

Questo perdersi e spaesarsi, si porta dietro una serie di condizioni analoghe: una solitudine malinconica, conscia della necessità di fratellanza, di un essere accolti, malgrado tutto, nel calore di una qualche esperienza condivisa: «Qualcuno cercherà sempre / qualche altro nella strada / con cui tenersi compagnia”, p. 20; uno “stralunìo agli occhi / chiusi aperti chiusi», p.21, stato, questo, del dormiveglia vigile, assai creativo nella poesia di Fontanella. E poi il tema del viaggio nella città – dentro se stessi, insomma  – seguendo una direzione che non porta da nessuna parte: assai simile mi sembra la condizione di questo poeta a quella di Spino, personaggio del romanzo breve “Il filo dell’orizzonte” di Antonio Tabucchi  – si veda, in parallelo,  il testo “L’angelo di neve”, in cui chi scrive si mette a seguire, in una giornata di neve fitta,  una ragazza vestita di bianco,  e così si perde, alla ricerca di non si sa che cosa, per i quartieri della città -.

È presente, insomma, nella poesia di Fontanella, fortissima, la dimensione barocca del sogno nel sogno, dell’essere ombra di un’ombra, «ricordo di un ricordo», ma con la lucidità del peso della legge di gravità che accentua i risvolti drammatici del vivere,  del dover agire per destino e per ripetizione: «un altro giorno di non molto tempo fa, / oggi uguale a ieri, uguale a domani», p. 25. Ognuno per la propria strada, ma tutti invischiati nel medesimo destino di spoliazione; persino, o soprattutto, i maschi spocchiosi di San Diego: «il rosso delle facce riverberà / alle fiamme, e fiamme / saranno i loro corpi insabbiati», p. 27.

Questi viaggi, innumerevoli nei libri di Fontanella, mantengono spesso la dimensione del diario, della descrizione stralunata e della riflessione disillusa – forse il più sintomatico di questa guide/routard, è il “Dittico praghese”: «Non di sé Narciso s’innamorò / sporgendosi sul fiume (…) ma del suo riflesso, di un volto / che ondulava lieve sull’acqua», p. 28: una indicazione che ci dice della conoscenza come inganno, fata morgana che allontana lo sguardo dalla sua focale di osservazione portandolo verso l’ineluttabilità della vertigine.

Così i tempi si confondono, il passato si mostra nel presente in forma di epifanie: «Devo essere già stato qui in un altro tempo…», p. 34; l’agire è teatro e finzione: «Sì, tutto potrebbe ricominciare. / Ma io non sono che l’anonimo di me stesso / dunque ricostruisco un sosia / e un finto scenario che / il sipario di un tempo trascorso / ha forse disperso per sempre», p.46.

Insomma, una caotica e realissima vaghezza di immagini.

Così vedere è intravedere:  «Tutto in questa foto sfuma, svaga, indietreggia, spaura in una dissolvenza precaria. Invano vi cercheresti un volto, una voce, un’ombra, un uccello, un nulla, un piccolo cane che ti lecchi la mano», p. 38.

Infine, drammaticamente, scrivere è riscriversi; persino la rima è «ombra che si autogoverna», p. 77.

Luigi Fontanella riprende in questo libro uno dei temi centrali del decadentismo europeo, e cioè quello della perdita del proprio riflesso,  declinato con risvolti di vario genere fino alle angosce del contemporaneo.

Sembra indicare la possibilità di un ricongiungimento nel gesto innocente del camminare insieme, gridando e giocando come ragazzini, nella consapevolezza di un carpe diem alimentato dalla ferocia di un tempo che viene a mancare e dalla paura di perdere la propria stessa poesia: «rantolo e alimento di questa / poesia che si va svuotando / come il vino rimasto nel mio bicchiere», p. 89, pur sapendo che il filo con l’infanzia con «quel bambino / che spingeva il suo cerchio / e di sera correndo controvento / urlava “ti sfido vento ti sfido vento”», p. 89, non si è mai rotto.

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