Parola ai Poeti: Rosaria Lo Russo

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Ottimo, direi. In Italia ci sono tanti ottimi poeti, soprattutto giovani e soprattutto donne.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato a pagamento il mio primo libro nel 1987. Ho capito che era il momento giusto quando le poesie si sono organizzate in raccolta ed è venuto fuori L’estro, un piccolo libro, molto lontano dalla poesia che scrivo adesso, ma che aveva una sua ragion d’essere, quindi non sono pentita di averlo scritto e pubblicato. Certo il mio primo libro vero e proprio, diciamo maturo, è stato Comedia, uscito con Bompiani nel 1998.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Mi piacerebbe che gli editori grossi, tipo Einaudi e Mondadori pubblicassero la molta buona poesia che invece esce con editori spesso piccoli e sconosciuti, invece che pubblicare i raccomandati o i loro amici personali, questo ovviamente per quanto riguarda le nuove proposte, e che più editori capissero l’importanza di allegare all’opera in versi il cd del poeta che li legge, insomma che venisse data più importanza da parte degli editori all’aspetto orale della poesia. Comunque editori piccoli ma importanti come la d’if di Napoli, Sossella di Roma e Transeuropa lo stanno facendo. La mia preferenza, sia per le scelte degli autori che per il look editoriale non filo accademico, oltre che per la presenza dei cd audio o video, va a questi coraggiosi editori.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior richio?

Al web deve restare associata l’uscita cartacea perché il vantaggio del web è la maggiore diffusione delle idee e delle scritture, ma lo svantaggio è il consumo troppo rapido. La poesia ha bisogno di essere letta e riletta ascoltata e riascoltata: è questa la fruizione estetica che richiede, perché è una stratificazione di significati che la contraddistingue dalla prosa, oltre che l’aspetto orale della lingua poetica. Quindi: comunicare, diffondere, proporre posia tramite internet e al contempo fissarla in un libro con allegato cd.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Deve costituirsi una comunità critica in cui si svolga lo scambio delle idee: questo è lo scopo e la ragion d’essere della letteratura. La comunità di critici e poeti e scrittori e artisti in generale ha il dovere di mantenere vivo lo scambio culturale la diffusione delle idee la creazione di nuove idee e di proteggere tutto questo ovvero di proteggere la democrazia. Il nostro paese ha enorme bisogno che questa comunità abbia suoi spazi editoriali cartacei e già ne ha molti e validi nel web. Riviste elettroniche come Absolute poetry per esempio. Sono inoltre enormemente contenta che sia risorta la rivista, cartacea e web, “Alfabeta”, la gloriosa, col nome di “Alfabeta2”: importantissimo luogo di resistenza culturale nel nostro paese dove chi governa sta facendo di tutto per distruggere la cultura e il libero pensiero.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone è un limite e al contempo uno strumento indispensabile. Scopo di ogni poetica dovrebbe essere innovare la tradizione, anche fino alla sovversione. Ma se non opera all’interno di una tradizione un discorso letterario rischia di essere velleitario, o quantomeno dilettantistico. Anche quello del poeta è un mestiere artigianale oltre che un’arte.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

In Italia un Ministro della Cultura dovrebbe avere moltissimi finanziamenti, dato che il nostro paese produce e ha sempre prodotto soprattutto cultura, nei secoli. Paese di poeti, santi e naviganti, ora che ci si muove in aereo e che i santi son così pochini forse sarebbe meglio proteggere di più i poeti. Per esempio finanziando a dovere i molti festival di poesia che sopravvivono malissimo perché smpre più poveri e che invece sono molto importanti perché luogo di incontro e scambio di idee tra lavoratori che di solito operano in solitudine, i poeti, la cui voce, proprio la voce recitante, ha invece tanto da dire, soprattutto ai giovani, alle menti in formazione. La poesia, attraverso la performance, diventa importante come la musica pop. Perché lasciare solo ai cantanti pop la possibilità di diventare memorabili? Se gli aedi non avessero cantato oggi non avremmo l’Odissea. Se Dante non fosse stato tramandato a voce, oltre che dai copisti, l’italiano così com’è non esisterebbe. I poeti inventano la lingua e il linguaggio è ciò che ci permette di essere animali intelligenti e sociali.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

La scuola dell’obbligo. Positivamente e negativamente. Positivamente la letteratura, con inquadramento storico, viene insegnata e deve continuare ad essere insegnata a scuola, però negativamente la scuola rende i poeti indigesti allo studente tramite la parafrasi che avalla l’idea, rovinosamente presente nell’opinione collettiva, che la poesia sia “difficile” e quindi vada tradotta in prosa. Invece a scuola si dovrebbe insegnare la poesia come genere a metà strada tra scrittura e oralità, tra elementi storico-contenutistici e elementi formali retorico- metrici che in ultima analisi sono musicali. Fruita tramite la corretta lettura ad alta vce, la poesia smetterebbe di essere un linguaggio ostico. La sua osticità dipende dalla errata fruizione scolastica della poesia, che dovrebbe essere proposta da professori che avessero seguito anche corsi di aggiornamento sia storici: non fermare lo studio della poesia a due secoli fa, sia tecnici, ovvero professori che avessero imparato a leggere la poesia ad alta voce, ovvero secondo le sue proprietà formali metrico-retoriche.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Un cittadino la cui responsabilità è nientemeno che quella di diffondere un linguaggio che rappresenti lo stato storico-sociale del periodo e del luogo in cui vive e che quindi modifichi la sua società essendone coscienza linguistica, ovvero coscienza.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Ispirazione e, dopo, disciplina, responsabilità stilistica, scelte di linguaggio. Aspetto l’ispirazione prendendo appunti che poi rielaboro; porto sempre con me un quadernino per prendere questi appunti, che mi vengono di solito dall’osservazione di fatti, o dall’ascolto di parole.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia è in un’idea che emoziona. Senza idea non c’è, senza emozione nemmeno. Il cosiddetto messaggio, o contenuto, è indispensabile, altrimenti non si tratta di poesia ma di giochi di parole.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non lo si può sapere. Ma credo che siano affascinati dal ritmo, che è il cuore di ogni arte, anche della poesia.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

No, per fortuna. Mi dedico alla poesia a tempo quasi pieno, a parte le mie molte occupazioni di casalinga. Traduzioni, saggi, laboratori, lezioni, pubblicazioni, performance, letture/editing di poeti giovani: mi occupo della poesia a tutto campo.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Spero di poter diffondere maggiormente la conoscenza della poesia nel mio paese, l’Italia, in cui ancora la poesia è un’arte ignota perché troppo affaticata da pregiudizi. Pregiudizi di ogni tipo: i poeti sono pazzi, la poesia è difficile, è un’arte elitaria, è noiosa, è per intellettuali tristi. I poeti sono gli artisti del linguaggio e quindi delle idee, e la poesia può essere popolare al pari della musica. Manca di rendere sensibili le istituzioni a queste realtà note solo nel piccolo ambito dei fruitori della poesia e dei partecipanti ai festival di poesia, che sanno bene che la poesia è tutt’altro che noiosa!

 

 


 

 

Rosaria Lo Russo è nata a Firenze, dove vive. Si è laureata in Lettere Moderne discutendo una tesi in Storia dello Spettacolo presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, dal titolo La protagonista di Pirandello. Miti, personaggi e ruoli, vincitrice del “Premio Nazionale Luigi Pirandello” bandito dal Centro Nazionale di Studi Pirandelliani di Agrigento, nel 1992.
Poetessa, traduttrice, saggista, lettrice-performer, attrice e insegnante di poesia, si occupa di poesia e di teatro e dei rapporti fra le due arti, di drammaturgia, letteratura teatrale e letteratura comparata moderne e contemporanee.
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: L’estro (Firenze, Cesati, 1987), Vrusciamundo (Porretta Terme, I Quaderni del Battello Ebbro, 1994), Sanfredianina, in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano (Milano, Crocetti, 1996), Comedia (Milano, Bompiani, 1998), Dimenticamiti Musa a me stessa (con sedici disegni di Renato Ranaldi, Prato, Edizioni Canopo, 1999), Melologhi (Modena, Emilio Mazzoli, I Premio Antonio Delfini 2001), Penelope (Napoli, Edizioni d’if, 2003), Lo Dittatore Amore (Milano, Effigie, 2004). E’ presente in molte antologie poetiche, fra cui Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano (Crocetti, 1996).
Il monologo drammatico in prosa poetica Sequenza orante implorazione derelizione derelizione implorazione (Firenze, Gazebo, 1995) è stato recitato in prima assoluta da Piera Degli Esposti al Teatro Studio di Scandicci (Firenze, 1995).
Sue poesie, traduzioni (da John Donne, Sylvia Plath e Anne Sexton) e saggi critici sono apparsi su “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, di cui è redattrice, “Testo a fronte”, “L’Area di Broca”, “Poesia”, e in varie antologie, fra cui Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano (Crocetti, 1996).
Ha curato tre volumi di traduzioni di poesie di Anne Sexton, Poesie d’amore (Firenze, Le Lettere, 1996), L’estrosa abbondanza (Milano, Crocetti, 1997, insieme ad Antonello Satta Centanin e Edoardo Zuccato), Poesie su Dio (Firenze, Le Lettere, 2003) e la traduzione delle poesie di Erica Jong, Miele e sangue (Milano, Bompiani, 2001).
Dei suoi volumi di poesia, Comedia è stato finalista ai premi: Premio Letterario Feronia- Città di Fiano 1999, Premio Internazionale di Poesia Tivoli Europa Giovani, Premio Letterario di Poesia Camaiore; Lo Dittatore Amore. Melologhi ha vinto il Premio L’Aquila-Carispaq 2005.

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