Altre Voci n.17: Salvatore Ritrovato: ‘La differenza della poesia’

Se la critica della Poesia è, in genere, non praticata come si dovrebbe, la critica della Critica è cosa quasi del tutto irrilevante perché si sa, mentre i libri di poesia  si può far finta di averli letti, un testo che si occupa di critica letteraria –  o che sollevi questioni non specificatamente legate alla letteratura, come è dei libri migliori – no, per la semplice questione che solleva problemi concreti, obbliga a letture e rimandi comparati, difficilmente accende partecipazioni emotive ma richiede una lettura stratificata, la capacità di legarsi a visioni, scenari e polemiche in atto o assopite.
Né, detto questo, leggere un libro di critica letteraria può essere demandato alle specializzazioni di pochi se il problema più urgente rimane, come è detto, “Leggere”, leggere, semplicemente.
Perché oggi, si chiede Ritrovato, un ragazzo dovrebbe mettersi a leggere L’isola del tesoro di Stevenson? “Perché L’isola del tesoro è un classico? (…) E allora? Possibile che il verbo principale arrivi dopo cinquanta parole, in un periodo fitto di accidentali? Chissà quanto tempo ci vuole per scoprire dov’è il tesoro! Meglio preamboli meno sofisticati. (…) Ci vuole un incipit energico. Magari “Svegliati, svegliati, cazzo…”
p. 91

La disaffezione alla lettura, uno dei grandi mali individuati in questo libro, mette ancora di più la poesia in una situazione di marginalità per la sua intrinseca vocazione ad essere linguaggio individuale, che non si rivolge al gruppo, come fa la canzone, erroneamente associata, come genere e fruizione, alla lirica.
E’ detto appunto:
Pure, si continua ad affiancare, o peggio, a paragonare la canzone alla poesia, attribuendo all’una le prerogative dell’altra, e viceversa. Ma non sono tante e tali le prerogative fra i due generi, ancorché limitate al versante verbale del testo, da imporre un elenco in questa sede, là dove, invece, su una differenza occorre riflettere: “Ciò che solleva la poesia lirica all’universale –  scriveva Adorno – è l’immersione in una realtà individualizzata (…) La figurazione lirica spera di attingere all’universale attraverso una individuazione implacabile”. La canzone innesca, diversamente dalla poesia, un meccanismo di fruizione simbolica di tutt’altro tipo: durante l’esecuzione l’individuo entra nel gruppo del fans, partecipa e interviene, anche fisicamente, alla performance; alla individualità di un tempo privato di lettura di un libro di poesie, si contrappone la coralità del tempo pubblico dello spettacolo, in cui si canta all’unisono una “lirica autobiografica”
p. 11.

L’analisi della lirica come genere, è condotta, quindi, nella tensione e nella chiarezza di considerare l’evoluzione nel tempo dell’utilizzo delle forme, e di come queste, mutino sotto i nostri occhi e si rivestano di una certa ignoranza semantica; e di come noi ne tradiamo l’evoluzione, ghiacciandole all’apice del loro successo storico e continuando a fruirne per ciò che non sono più, che sono state nel momento della loro massima rilevanza storica  –  vedi l’importante saggio su “Ciò che resta della lirica”.
“Oggi, nell’involuzione finale di ciò che significa   “fare poesia lirica”, “s’intende l’evacuazione spettacolare di un soggetto che rimedia allo stress col narcisismo e al senso di colpa della “Coscienza” con l’ansia di dire tutto, ovunque, sempre.”
p. 77.

Secondo questa interpretazione, la crisi della poesia, oggi, sarebbe dovuta alla sua inattualità, “perché non le importa di disattendere la sua contemporaneità con il pubblico”, p. 10.
Alcuni punti finali, quindi, per questo libro:
In che cosa la poesia è differente;
Che cosa intendiamo quando parliamo di impegno in poesia;
Quale antidodo contro la morte della letteratura;
Quale il compito della critica.
Argomentazioni cruciali, che ricevono risposta di limpida saggezza, e che qui riporto in alcuni stralci con le parole dell’ autore:

Il problema non è il realismo ma l’immaginazione, cioè la capacità di immaginare la realtà –  che può avvenire anche attraverso triangoli, ellissi, spirali, in forme non per forza realistiche. In fondo che cos’è il realismo? Questione per solo adulti. Se chiedessimo a un bambino di tre anni di disegnare un volto, avremmo il disegno di un uovo con due manici per orecchie, due fessure a spillo per gli occhi e una sghemba per la bocca. (…) Perché dovremmo misurare il valore del suo disegno dal grado di approssimazione realistica al volto ritratto? (…) Ma l’immaginazione oggi ci viene rubata! Al suo posto, i mezzi di comunicazione, ce ne offrono un’altra: contraffatta, manipolata, drogata, camuffata, edulcorata, ecc. E’ una falsa immaginazione che produce – la definisce bene Scurati –  una “letteratura dell’inesperienza”. (…) Quel che, fra trent’anni, potrebbe sopravvivere di Gomorra, è l’immagine dei ragazzi che giocano seminudi nell’acqua sparando raffiche col mitra. Capita anche con altri libri: alla fine resta un’immagine. (…)

La letteratura, e in particolare la poesia, deve puntare senz’altro all’immagine, non per dimenticarla la realtà, o al contrario, per contemplarla estaticamente: a) evitare il rischio di esaurirsi in un raffinato esperimento sulla lingua, che però non lascia tracce; b) cogliere il nesso essenziale che ci lega alla realtà, cioè l’immagine mentale.
p. 65/66

La letteratura, dico la grande Letteratura, in Italia, è in pericolo, è in pericolo perché pochi la leggono. E del resto, pochi lo sanno. (…) Esistono antidodi? Ne vorrei indicare almeno tre: lentezza, silenzio e verità. Beh, se scrivo lo faccio lentamente, e in silenzio; non c’è un editore che mi consiglia, eventualmente, scene di sesso e inserzioni di turpiloquio per vendere meglio. Se scrivo, cerco di ragionare, e mi prendo tutto il tempo che ci vuole. Lentezza significa muovere le parole sul foglio una alla volta, valutarne la necessità. Silenzio significa cercare le parole nel colloquio con se stessi, in quel tempo secretum che sottende l’ascolto dell’altro (…) Lentezza e silenzio mi portano a un tempo naturale, alla misura fisiologica del mio respiro, alla sua radice terrestre e terragna, e quindi a quella verità che (direbbe il poeta) “giace al fondo”, dove posso riconoscere il poco o il nulla del mio essere e, insieme, la solidarietà universale della specie cui appartengo.
p. 91/92 

Il dubbio sorge a questo punto sul fatto che l’impegno significhi rappresentare il male (guerre, conflitti, crisi, ecc..) e non anche il bene (sogni, amori, gite in campagna, ecc.). La poesia non può fare a meno della storia, contro la quale ama rivendicare, anche nelle favole pastorali apparentemente inerti, un suo ideale di libertà (…) ma soprattutto non può vivere sopra o sotto la storia: quando lo fa, o è sfogo di qualche anima bella, o è materia da comizio. La poesia deve stare in guardia da se stessa, e nutrirsi di una verità che non si risolve in una metafisica dogmatica o nel culto formale di una propria inaccessibilità. Ritengo questo un punto centrale per la poesia che non cessa, ancora oggi, di nutrirsi di sentimenti introspettivi e riflessivi, di ricordi personali ma autentici dell’incontro con la storia.
p. 41

Che cosa può fare oggi la poesia? Il suo impegno alligna su un’eccellente radice letteraria: quella della letteratura come testimonianza civile, limpida e tormentata, giudizio severo e sarcastico della storia.
p. 41

Che cosa ci si aspetta dal poeta? Che parli del presente: che si uniformi alle aspettative sociali aderendo a una cultura della responsabilità; che rifiuti gli impulsi autonomi del soggetto e le pressioni dell’industria editoriale; che sappia indicare un nuovo orizzonte utopico, e così via. Ma il poeta è irresponsabile, nel senso che non ha risposte, non le impone, semmai le suscita interrogando la storia. E se si rifiuta di parlare quando un regime politico glielo ingiunge? O tace, o diventa un dissidente che avanza dubbi e ipotesi, negando in una forma eterodossa il “falso” presente. Il poeta, insomma, ha una “reazione mimetica”.
p. 44

La poesia si nutre di sentimenti “privati”, ma non privati nel senso della storia. (…) Non credo che l’impegno si possa misurare nella forma, tanto meno nei contenuti: è un’energia che  percorre una poesia e può esprimersi tanto in forme consuete, non prive di lirismo, quanto in forme inedite, sperimentali. (…) Non definirei la responsabilità come una cosa positiva e la irresponsabilità come negativa. Se responsabilità vuol dire dare risposte, irresponsabilità vuol dire che la poesia non pretende di dare risposte. C’è anche un’altra forma di responsabilità, almeno da Rimbaud in poi: qualcuno ha legato la poesia alla propria esistenza in una maniera tale che parlare in termini letterari di responsabilità nei confronti di qualcuno, dico di responsabilità umana, può apparire presuntuoso. Legare la letteratura a dei valori etici, soprattutto quando questi valori non sono legati all’esperienza, è rischioso, a mio parere, perché è facile fare della maniera. (…) Voglio dire che gli ideali vanno legati a un’esperienza concreta.
p. 45

Bellezza è innanzitutto un evento verbale. L’Iliade, si sa, è una estetizzazione rispetto all’evento della guerra. Forse è la migliore di tutte le estetizzazioni scritte su una  guerra di cui gli uomini, nei secoli, avevano perduto memoria e documenti. L’arte salva la realtà dall’oblio e dall’ideologia del “documento”, e la restituisce allo spazio infinito della “finzione”, in cui battaglie mai combattute appaiono più vere di qualsiasi servizio di telegiornale. E appaiono più vere perché rispondono a un’idea di bellezza, non a una bellezza ideale, che la poesia trova nelle parole, ed è intrinseca alla natura umana. (…) La bellezza, infatti, non prescinde dalla complessa questione della mimesis, e in particolare dal nodo di realtà e finzione che il poeta risolve quotidianamente nel suo lavoro, torcendo il collo agli automatismi espressivi, alle interpretazioni sommarie, agli stereotipi che oscurano o manipolano la realtà. (…)
p. 48

E’ chiaro come non possa esistere una opposizione tra letteratura e vita. Per noi sono tutte e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l’assoluta necessità di sapere qualcosa di noi, o meglio di continuare ad attendere con dignità, con coscienza una notizia che ci superi e ci soddisfi (…) Per un letterato non c’è che un’unica realtà, quell’ansia del proprio testo verso la verità; il resto è stata materia nobile ed ormai abbandonata (…) La letteratura è la vita stessa e cioè la parte migliore e vera della vita.
Carlo Bo
p. 32

 

(pubblicato su Compitu Re Vivi)

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