Una costruttiva complessità. Nota su “Al termine” di Franco Riccio

Franco Riccio - Al termine - Copertina (255x350)“Al termine”, di Franco Riccio, è un libro in cui i confini tra parola poetica e analisi filosofica sono davvero labili.

Definire magmatica questa scrittura mi sembra corretto e, nello stesso tempo, non esatto.

Corretto, perché l’intenso flusso di originali pensieri e di riferimenti ad autori di grande rilievo si manifesta in modo assiduo e, verrebbe da dire, naturale; non esatto, perché l’evidente propensione all’evolversi di pronunce molto controllate conduce a esiti precisi, rigorosi, che con lo scorrere di una massa eruttiva hanno ben poco in comune.

Insomma, il magma di Riccio compie il suo percorso per via di distinti lineamenti.

Si legge alle pagine 20 e 21:

“Niente è perduto.

Mordacità di una memoria, stratagemma della dimenticanza: fa della sua negazione l’apertura di una redenzione dalla morte, da essa stessa praticata con la pietrificazione della parola, attraverso la medesima tonalità linguistica, all’interno della quale l’indicibile si codifica e assume forma di trasparenza, rifrangenza con il relativo indice di rifrazione di una originaria genealogia di acquisizione del diritto dell’uomo di organizzare a sua misura il suo vivere nel distacco da un destino predeterminato e che alla parola profetica della Sibilla sostituisce la costruzione del discorso, frutto del suo agire poetare, obliato nel compiuto semantico per l’istanza ontologica di una regolarizzazione di un rapsodico irriducibile”.

Siamo al cospetto di un’esplicita affermazione dell’aperto.

Il destino dell’uomo non è dato a priori, ma è costruito dal suo agire e dal suo parlare.

Un parlare definito quale sorta di azione poetica ritenuta non tanto attività artistica esercitata entro specifici àmbiti, quanto vero e proprio modo di essere, volontà e capacità di stare al mondo.

Ogni uomo non è mai solo (anche qualora abbia scelto di condurre l’esistenza dell’anacoreta), ma è, in ogni modo, parte di un discorso.

“Niente è perduto”, poiché la possibilità di un esserci diverso e migliore non viene meno.

Anzi, è già in atto, come mostra la durata senza tempo in cui, come dice Rilke, è immerso l’animale e di cui l’uomo, come dimostrano gli stessi versi dell’autore delle “Elegie duinesi”, può avere consapevolezza.

Ritornare a essere animali?

O, forse, opporsi a ogni tendenza filosofica troppo progettuale?

Dobbiamo tenere presente che ciò che siamo è anche ciò che siamo stati.

Non si tratta di accettare o di rifiutare in toto talune idee: occorre, più correttamente, prendere atto della possibilità di una continua costruzione ulteriore.

Nessun occhio, guardandoci dall’alto, ci costringe.

Siamo dinanzi alla ripresa del tema del libero arbitrio?

Non in senso stretto.

Il Nostro non propone l’eventualità di una scelta esterna originata da un’intima energia in grado di condurre ad azioni positive o negative, indica, piuttosto, la via di un procedere nel e col pensiero che può riuscire a farsi coscienza e, perché no, civiltà.

È necessario opporsi agli imperativi della disgiunzione o per aprirsi all’anche, bisogna ribellarsi alla tirannia del perché per frequentare il vasto, articolato, territorio del come.

Certamente, la sofferenza e il dolore ci affliggono, tuttavia il sogno di un diverso esistere tende a perdere i suoi connotati onirici se, anziché ritenerlo semplice utopia, lo consideriamo componente di una realtà che non dobbiamo accettare a priori.

Il sogno, insomma, a certe condizioni ed entro certi limiti, entra a far parte della vita concreta.

L’aperto che ora si schiude dinanzi ai nostri occhi non ignora i limiti, al contrario affonda in essi le sue radici: non è astrattezza, bensì opportunità.

Davvero, “Niente è perduto”.

Certo, riprodurre

“in forza illuminante gli impulsi intellettuali degli uomini a riscrivere quell’ordine simbolico sulla base di una nuova intelligibilità”

non è facile, ma, a ben vedere, è proprio ciò che è frutto d’impegno a riempirci di soddisfazione.

Perfino un panorama che ammiriamo non è un’inerte quinta, è uno spettacolo naturale oggetto della nostra attiva contemplazione: quella meraviglia esiste perché noi esistiamo.

Occorre, dunque, metterci all’opera?

Siamo già all’opera, in ogni modo.

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