La via crucis della normalità

Mia-Lecomte

È uscito recentemente Intanto il tempo, raccolta di poesie di Mia Lecomte, organizzatrice culturale di rango e poetessa (La vita felice, pag. 78, Euro 10). Questo libro rappresenta l’esito più maturo e condensato del suo lavoro, una raccolta che raccoglie i succhi di tutta la sua opera. Quello che colpisce, in esso, e che ne denota la maestria, è che si tratta di una via crucis della normalità, una normalità desolata, sgranata in modo apparentemente impassibile, con un filo di voce (il dramma si alza verso la fine), quasi non si volesse dar fastidio a qualcuno che dorme. Ma la cosa in questo modo risulta ancora più agghiacciante, sottilmente agghiacciante, più di quello che potrebbe essere un urlo, e fa meditare parecchio e a lungo. Con uno stile impeccabilmente pulito, la normalità delle cose viene sottilmente sfalsata: nella lunga descrizione di oggetti ordinari che caratterizza la prima parte del libro c’è qualcosa di sottilmente anomalo, un piccolo scarto, una piccola deviazione che porta al delirio. E al terrore. Le cose sono minacciose. O dolenti. Il dolore è presente ovunque come una quinta. E anche un presagio di morte. In Bucato (la quotidianità, quindi, più assoluta, di un universo domestico e femminile) leggiamo: «Sventolano appena questi panni / i colori della famiglia intera / con le unghie allineati i capelli / brani e sbrani epiteliali», e in Casa di bambola leggiamo: «Al primo piano comincia il dolore. / Lei è tutta sul letto, decomposta. / Lui la aspetta nella vasca da bagno. / Al piano terra è cominciato da giorni. / Lei è ora in cucina. Ha già pianto e si affretta». Le cose soffrono e muoiono come esseri umani: in Sipario leggiamo che «fuori vanno morendo le palme / una ad una a destra / dal marciapiede in fondo / sull’altro lato a sinistra /come fossero vive/ … /e muore il sacchetto nella teiera / lo spago morsicato dal gatto / … / il cappotto destinato al suo gancio». Le descrizioni degli acrobati del circo sono grottesche, un po’ surreali, malinconiche: fanno pensare ai clowns di Picasso. Tutta l’attività della gente del circo è un paradosso, un rovesciamento dell’ordinario, un ossimoro fatto materia. Gli acrobati col loro mestiere rischioso sono tali solo per un attimo, poi tornano normali e «finalmente tutto è pacificato»; «Risolta la morte / continuano a vivere per inerzia». Verso la fine, come accennato, i toni drammatici si alzano. L’ultima sezione è una rivisitazione di fiabe, e anche in essa la fiaba disvela quietamente l’orrore da cui è nata. Nell’atrocissima Bella la tensione si scioglie in un grido omicida e anche in Gretel e in La fiammiferaia c’è l’orrore della morte. Nella bella Rosaspina il ricordo si trasforma in rimpianto. Un libro che rimane nella memoria e che spinge alla rilettura, percorso da sottili intrecci di senso che rendono pesante ogni pagina. La filosofia è dietro l’angolo. E in Pelle d’asino potrebbe essere nascosta una dichiarazione di poetica e anche una strategia di salvezza: «è una pelle prestata al soccorso che / io avverto più che fosse mia / una pelle così umana nella presa animale /lei mi tiene mi protegge lascia essere / un trofeo impietoso che si allunga / con la forza dell’ombra la mia ombra / mi proietta dovunque nascondendomi / e dismette il destino».

(già su L’Unità)

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