Anterem – Il progetto

Le cinque serie di “Anterem”

Il lavoro di ricerca di “Anterem” ha le sue fondamenta nella grande poesia europea e le cinque serie lungo le quali fin qui si articola il suo cammino di conoscenza corrispondono alle diverse strategie messe in atto nell’ambito di questa tradizione per giungere a nominare la parola nel suo primitivo valore – poetante e insieme pensante -, con le sue inaugurali potenzialità di creazione della cosa, di creazione del mondo.

È una ricerca che ha le sue radici nella Grecia arcaica dei Nomothetes e si inoltra con decisione nell’aperto a cui conducono le strade tracciate da Arnaut (le sestine), Petrarca (Fragmenta), Scève, Ronsard (Sonnets pour Hélèn), Jodelle (i sonetti), Nerval, Jean de Sponde, Hölderlin, Rimbaud (Illuminations), Mallarmé, Rilke, Ungaretti, Char, Celan, Zanzotto.

Prima serie (1976-78)

La prima serie ha per nome La parola rizomatica. Aperti in squarci.

Nasce per una letteratura “senza generale” e all’insegna del comandamento di Kant:

«Sapere aude», osa servirti del tuo intelletto.

Evidente nei primi numeri il riferimento a Rizoma di Deleuze e Guattari, volume pubblicato proprio l’anno della fondazione della rivista: 1976.

Vanno ricordate le parole di Silvano Martini (uno dei fondatori di “Anterem“) sul concetto di letteratura rizomatica, perché costituiscono un vero e proprio programma per la prima serie.

«L’albero e il rizoma sono strutture che stanno a indicare due tipi opposti di letteratura. Cos’è un rizoma? Un fusto sotterraneo di piante erbacee perenni, simile a una radice. L’albero, invece, possiede un fusto esterno al terreno, che poggia su radici e si espande in rami. La letteratura arborea è centrica. Quella rizomatica è acentrica. Nella prima tutto si svolge tra vertice e base, in rapporto di chiara concatenazione e di rigida dipendenza. Nell’altra, ogni svolgimento è base e vertice insieme, e tutti gli svolgimenti hanno la medesima importanza. La letteratura rizomatica permette qualcosa di specifico che normalmente non si dà: il collegamento di un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi della sfera vitale. Questo significa che la circolazione del senso ha una libertà illimitata».

Tali riflessioni – pubblicate sul n. 7 (aprile 1978) della rivista rivelano che è svanita l’idea di un centro unitario che rappresenti un riferimento sicuro per la nostra esperienza.

 

Seconda serie (1978-83)

Il nome della seconda serie è Forme dell’infrazione. Il suo programma consiste nell’elaborare nuove strutture di pensiero e dare vita a forme espressive adeguate a parlarne. È il periodo “sperimentale” della rivista, durante il quale viene svolto un grande lavoro intorno allo svuotamento della parola (con preciso riferimento a Mallarmé), alla sia frammentazione (tenendo conto del pensiero di Nietzsche), alla sua connessione con la caducità (Kafka).

Viene seguita alla lettera l’indicazione di giungere all’unità preriflessiva, prelogica della parola. A contatto con le nostre ombre interiori.

L’inexplicable dispiegato è già la nostra instabile e provvisoria dimora. Dietro di sé non ha il verbum divino, ma l’ingens sylva dello stato demonico arcaico.

La rivista si dà con questa serie due occhi esterni e uno interno; un piede nel firmamento e uno sottoterra. Inizia a far segno, con Sofocle e Hölderlin, allo zero, quale effetto di una cancellazione che lo precedeLa poesia mette la propria presenza in contatto perenne con il segreto del mondo.

Ecco perché fondamentale diventa oggi il compito al quale sono da sempre chiamati i poeti: guarire le parole, consentendo l’emergere di un dire che ci preesiste: quella «vera narratio» vichiana, dove fantasia e conoscenza sono una cosa sola. Giungendo a codificare nella frase poetica non solo un’espressione artistica, ma anche vere e proprie forme di sopravvivenza.

 

Terza serie (1983-93)

Le ragioni della poesia. Questo è il nome della terza serie. Qui viene propugnato uno sguardo che muova dalla poesia, dal pensiero nascente.

Qui si parla della responsabilità etica del poeta chiamato a corrispondere al testo.

Qui si afferma che il poeta è colui che parla dal linguaggio e che cerca di condurre il lettore alla convergenza del sapere con l’inconosciuto. Su quel confine spetterà a chi legge individuare la soglia.

Il poeta in fondo ha un solo compito, ma capitale: spingersi fino al limite del dire oltre il quale ha luogo la contesa originaria che nomina l’iniziale differenziarsi del tutto.

La parola del poeta conduce in realtà all’ascolto di se stessi e non della poesia. Ecco perché la parola che stiamo ascoltando è vicinissima a ciò che siamo. Ecco perché scopriamo che non c’è diversità tra quella parola e il silenzio che porta diritto a noi stessi. La poesia, come suggerisce Paul Celan, è «forse soltanto uno sviamento che porta da te a te». Tale riflessione è molto importante. Sarà in questo  «sviamento» che il lettore si collocherà. Questo «sviamento» nasce dal desiderio di dare respiro al respiro della parola; scaturisce dalla necessità di far risuonare il silenzio originario, quel silenzio da cui ognuno di noi proviene e nel quale ciascuno, leggendo, torna a dimorare.

 

Quarta serie (1993-2001)

La quarta serie della rivista è dedicata alle Figure della duplicità.

In queste pagine viene, sì, ribadito che nell’alleanza tra parola poetica e parola cognitiva sta la strada percorribile per l’esperienza di pensiero del poeta; ma si annuncia altresì che ulteriori e decisivi spostamenti vanno compiuti. Utili a introdurci in una tonalità poetica complessa e rischiosa. In una pratica della scrittura di cui non è agevole immaginare i contorni e gli esiti. Uno scrivere che della parola sconvolga i margini, alteri i limiti e mostri le irrisolte contraddizioni. Uno scrivere che si volga alla produzione di segni di nascondimento, dove la parola produca i termini del silenzio da cui trae origine.

Come “Anterem” intenda la duplicità viene messo in rilievo nel numero dedicato all’Endiadi (n. 59, dicembre 1999).

Endiadi, hén diá dyóin, uno per mezzo di due: non una generica ambiguità, ma l'”endiadi”, la vera e propria irriducibile compresenza del due-in-uno.

S’impone, con questa figura della duplicità, la controversa questione sul senso che nel testo si articola quando nella parola viene ripristinata l’inaugurale coappartenenza tra voce e silenzio, mantenendo ferma la differenza che il mondo, costituendosi in categorie, sopprime.

 

Quinta serie

La quinta serie, tuttora in atto, è dedicata agli Elementi della percezione.

Il rapporto fra parola e cosa torna a farsi cruciale. Le cose sono nel raggio dell’attenzione. Ma, come ci dicono i poeti e i filosofi, non se ne coglie mai con esattezza l’essenza.

L’uomo conosce soltanto segni vuoti, non le cose in se stesse. Per conoscerle sono necessari all’uomo una mediazione (il linguaggio), delle leggi (quelle della ragione), l’osservazione (attraverso i sensi). Va da sé che l’uomo può conoscere solo la propria ombra (data dal linguaggio, dalle leggi, dai sensi) che lui stesso frappone tra sé e le cose. E con la parola può esprimere solo la propria opinione.

Il tempo dell’aggancio alle cose diviene un gioco interminabile di avvicinamenti e allontanamenti. E di scoperte minime, che, pur raggruppate, forniscono una somma solo parziale di dati. O una somma totale insensata; essendo l’ingrandimento di un solo addendo: quello più evidente per l’occhio che si muove sul mondo.

Il risultato ultimo, ammesso che ci possa essere, è sempre eleatorio. E quando circoscriviamo quello che ci sembra essere prossimo al vero, avvertiamo ancor più che il nostro calcolo richiede una revisione, che quasi sempre richiede il congedo dall’abituale modo di vivere e pensare.

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