Vicolo Cieco n.13: Verso il plurale

L’incapacità della poesia di riconoscere una pluralità, rivendicando un’esclusiva emozionale, cercando di mettere un sigillo Dop al testo, ne mette a repentaglio le interazioni e ne preclude le possibilità per l’esigenza di “firmetta”.
Una sorta di monoteismo poetico, o meglio monomusismo, precludono alla poesia di stemperarsi nel carattere mutante della parola, producendo effetti di allontanamento, perché laddove oggi una parola non diventa dispositivo non potrà mai essere immessa nel flusso della comunicazione. Parola contributo di un processo creativo espanso che gradualmente riveda la mitologia di un arte che non potrà più essere spacciata come frutto di una solutidudine esistenziale, ma globale.
La negazione dell’autore plurale calpesta la realtà dinamica racchiudendosi non tanto in una referenzialità, quanto in una stagnazione sopratutto relazionale.
Il tu del quale spesso oggi si legge è diventato un interlocutore caricaturale, privo di socialità, su cui la poesia proietta un’affettività egoica e scriteriata. Un tu incapace di diventare risorsa umana collettiva.
Non tanto l’esautorata definizione di poesia civile, quanto la latitanza della civiltà della poesia hanno contribuito alla creazione di un tu asociale.
Non sapere più riflettere sui cambiamenti antropologici in atto oggi ha scatenato il disinteresse verso autori incapaci di trasportare il loro baricentro intellettuale al di fuori di un orizzonte di mutamenti. Se poesia in soldoni deve essere anche metafora in cui riconoscersi, questa noia che leggendo ci assedia non aiuta. Se fosse vero, ma non è che la poesa la leggono i poeti, avremmo il dovere di chiederci perchè non si sappia più produrre un’ arte di resistenza, una parola di opposizione in grado, se non altro, di  fornire la temperatura emotiva su cui edificare il futuro.
Credo sia arrivato doverosamente il momento di congedare retaggi settantini come il personale è politico e cercare invece di responsabilizzare una parola per restituirla non più come evento, ma come partecipazione.

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8 Comments

  • Capito. Affermava la stessa cosa Claudio Del Bello nel suo intervento a letteratronica che mi è piaciuto tantissimo e che potete leggere qui: http://www.odradek.it/blogs/index.php/2011/03/09/tutto-in-primo-piano-e-lo-sfondo?page=2

    Forse questa pluralità è possibile con la rete se la si usa in questo senso.
    Anche il fatto che un testo qualunque esso sia non si ferma alle pagine scritte dall’autore ma continua a crescere e trasformarsi con gli interventi altrui è un segno di pluralità. Vediamo cosa siamo tutti capaci di fare.

    Luigi B.

  • c’è un antefatto che è il riconoscimento creativo di una pluralità,
    credo che la vera mutazione stia in soldoni qui dentro, cercare di esautorare l’autore per stemperarlo in una modalità collettiva

    che lo si voglia o no ogni scrittura oggi è partecipata, nemmeno io sento liberarsi dall’autore come un esigenza, mi accontento della semplice ammissione
    abrazos
    ale

  • Capito Ale!
    però il punto sta proprio qui:
    1. come liberarsi dell’autore?
    2. perché?

    è una questione su cui sto riflettendo da molto tempo e che non riesco del tutto a capire, forse perché non è una esigenza che sento o della quale non percepisco la importanza. Questa “voglia” di togliere di mezzo l’autore è figlia del decostruzionismo (figlia naturale dunque del 68). Se togliamo l’autore chi diavolo dà, offre il senso che noi dovremmo accogliere e trasformare, cambiare, contribuire a costruire?
    Sono assolutamente d’accordo con te sulla necessaria svolta partecipativa, comunicazionale nel senso antropologico del termine, della poesia e dell’arte in genere. Ma se si toglie l’autore non vi è circolazione di nulla. A meno che non si supponga che le parole arrivino da una dimensione terza – Dio?
    Se poi per eliminare l’autore si intende il fatto che la poesia possa essere anche anonima, allora ci siamo. Però, di nuovo, da dove decidiamo di far giungere la voce?
    Non so se mi sono spiegato…

    Luigi B.

    (è importante questo punto perché da questo dipende molta della produzione avanguardistica)

  • liberarsi dal dispositivo vuol dire liberarsi dal ditino che lo pigia
    ci sarebbe da riflettere su questa forma di relazione, il meccano dell’attuale poetico e forse dell’arte tutta funziona come dispositvo, liberarsi dall’autore è gia un primo passo. E’ proprio questa cosa della poesia che si realizza in molti modi che vorrei tornare a “vedere”mi interessa molto di più di chi la fa
    un caro saluto
    ale

  • la poesia si realizza in molti modi – Aleksandr Balagura è poeta nel film, e non solo lui. qui con più di 1000 giaccio! e si sta bene. Pippo Pollina è poeta, in musica – e ci fa molto bene

    solo ciò che è molto visibile ha pubblico, ma la poesia può essere visibile? e il suo non avere pubblico è miseria o grazia? (io direi: a seconda dei casi: tutte e due le cose). antropologia, appunto… allineo queste righe da un pc non mio, delirando e in attesa di fare altro – di tradurre la Beata Angela. un abbraccio a Luigi, qui, di passaggio e a presto!
    massimo

  • Parole, versi, poesie e non, trasciniamo pensieri traducendoli dentro involucri che tendono senza mai andare, eppure la parola versata è persa, non già più mia né più tua, ma di se stessa nel lento o rapido fluttuare del suo percorso, l’idea di un incontro senza scontro se non dei sensi e di emozioni trasmesse o tonfo, pesante talvolta assente, nudità che si vestono di aria e fluttuano. Noi siamo “nessuno” e continuano a pretendere di “essere” vestendoci di inutilità, che almeno la poesia cammini…ma siamo noi a frenare l’impulso perché poco inclini a dimenticarci.
    Grazie per lo spazio…

  • “laddove oggi una parola non diventa dispositivo non potrà mai essere immessa nel flusso della comunicazione.”

    Non so, Ferni, dov’è il settarismo della catasta dei poeti in questo intervento. Mi sembra piuttosto il contrario. Vedi l’espressione di cui sopra, che non condivido in pieno – anzi per nulla.

    Sì, è vero: il tu posmoderno è solo un IO travestito, dunque asociale. Però non posso essere d’accordo sul fatto che la soluzione al problema sia (solo o principalmente) far diventare la parola un “dispositivo” per immetterla nel “flusso comunicativo”.

    È un approccio “semiotico” alla scrittura ed alla lettura che resta cieco di fronte a tante cose che intervengono nel rapporto tra parola e uomo e che oltrepassano di gran lunga la “comunicazione”.

    La responsabilità non è solo di chi scrive ma anche di chi legge. La produzione di nuovo senso (e non significato) è il risultato di un miracolo: due uomini (colui che scrive e colui che legge) scampati per un attimo alla tragedia dell’alienazione del discorso, della parola come dispositivo.

    In tal senso sono d’accordo sulla necessità di produrre “arte” come luogo di partecipazione. C’è però bisogno di sensibilizzare altrimenti non si va da nessuna parte.

    Luigi B.

  • Anche quella che dice Alessandro è settaria,come partecipazione che tende a mostrare quello e quest’altro, non produce flusso ed è statica, addirittura stantia a causa della referenzialità del luogo in cui si immette:la casta:catasta dei poeti, un fascio anch’esso.
    f.f

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