“Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria” di Rosa Salvia

di Fabio Ciriachi

mi-sta-a-cuore-la-trasparenza-dellariaNella fedeltà a poche ma decisive parole sta il segreto di questa raccolta più densa e articolata di quanto il numero non elevato di poesie che la compongono (58) possa far pensare: “sorte”, “acqua”, “sangue”, “pietra”, “cielo”, “strada”, “rocce”, “albero”, “foglie”, “anima”, “mare”, “radici”, “sogno”, “luce”. Certo, nessuna parola di per sé fa poesia; affinché questo avvenga ci vuole di legarle fra loro (o anche di ribadirne la reciproca libertà) in un tessuto sapienziale di relazioni e rispecchiamenti che renda esplicito e visibile ciò che dell’esistenza, altrimenti, tende a disparire; e che verifichi, delle parole, soprattutto la specifica attitudine speleologica, perché è proprio attraverso lo svelamento dei suoi territori più profondi e segreti che la vita, di colpo, riesce a includere (accogliere) e ad appagare mostrando la brulicante mobilità che anima la geografia di ogni destino.

Con Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria Rosa Salvia mostra di avere l’innocenza e il dolore necessari per fare tutto questo, dispone le sue parole nella forma alta e unica della poesia, e compone testi dagli incipit memorabili: “Il mio corpo senz’utero / mi umilia / come il mondo umilia Dio” (pag. 23); “Il ficus raggrinzito / cui quiete di sole insegna / morte” (pag. 26); “Nella vostra marcia, / o pinguini, / fateci da guida, / stateci vicini” (pag. 56); “Picchia il sole sulla battigia / picchia il sole sulla mia testa / picchia il sole sulle vestigia / d’un dolore che non s’arresta” (pag.67); e anche dalle clausole fulminanti: “come i bambini che giocano con le frange / del sole nei giardini // imparando a meditare gli alberi.” (pag. 25); “la ghiaia dei viali rimane così bianca / da sembrare il dolore del mio volto / che muta.” (pag. 31); “il mare è una distanza / più vicina del pensiero.” (pag. 33); “Mente la luce / Il mare si ritira Non han voce le pietre.” (pag. 41), oltre che dai titoli genialmente allusivi come “Le forme della sorte” (pag. 17).

Una decisa tensione etica, ben evocata dal titolo, innerva di sé tutta la raccolta, a riprova che non c’è tratto del personale, anche il più privatamente intimo, che possa venire esentato da una dimensione politica se lo si inquadra da quella distanza a tutto tondo (leggi sensibilità) che anche la poesia di più appassionata aderenza alle cose cantate (e questa lo è) sa creare fra sé e gli oggetti del proprio riflettersi. A ben vedere, le parole scelte da Rosa Salvia per comporre le sue toccanti variazioni sui loro temi, hanno tratti contraddittori – foglie/pietra, sangue/luce, acqua/cielo, rocce /albero, sorte/sogno – ma non conflittuali, e davvero pare calzante il riferimento al Bachelard dei Quattro Elementi Originari: Aria, Acqua, Terra, Fuoco, che fa Gabriela Fantato nella perspicace nota critica che introduce la raccolta, per come evidenzia l’attitudine dell’autrice a lavorare senza eccedere i limiti dei pochi ma fondamentali ingredienti di una innata vocazione “alchemica”.

Passando con grande agilità dall’astratto delle sensazioni al concreto di luoghi, persone e animali a lei cari (con un’ampiezza di temi che sa comprendere il defunto cane Max e la povera Elisa Claps tornata da poco alle cronache, il padre dalla intermittente presenza in famiglia e l’infanzia delle amiche del cuore, la madre morente e la poetessa lucana Isabella Morra) Rosa Salvia istituisce una versificazione così libera da mettersi sempre al servizio del dettato a cui offre ogni volta la voce più vera, capace di estendersi dal verso breve de “La marcia dei pinguini” (pag. 56) a quello più esteso di “A tutte le donne del mondo” (pag. 57) e di “Scirocco” (pag. 71), dalle metamorfosi ricorrenti “le piante si mutano in molluschi” (pag. 34), “e l’anima mia farsi timone” (pag. 44) alla denuncia esplicita della loro ambivalenza: “ma ciascuna cosa che muta / è dono e mancanza” (pag. 36), sempre coniugando, come è nella realtà, l’alto e il basso, la vita e la morte; pronta a riconoscere, attraverso il corpo vivo del testo, il profondo legame con la tradizione quale si evince dalla breve poesia di pag. 51: “Chiave del cielo fra le rocce / l’aquila / volo divino / faro torcia stella / o sopra il tuo raggio d’amore / crocefissa.” che come implicito omaggio (poco importa se volontario o meno) sviluppa a livello di aria (l’aquila) quello che Montale, con “L’anguilla” (in chiusura di “Silvae”, quinta sezione de La bufera), mirabilmente costruisce a livello di acqua e terra: “l’anguilla, torcia, frusta / freccia d’amore in terra”, dove sono notevoli non solo il ricorrere in entrambi i testi di “torcia” e “amore”, ma soprattutto la sequenza incalzante dei tre sostantivi, “faro torcia stella”, “torcia, frusta, freccia” con in più il “rocce” a fare assonanza con “freccia”, e da ultimo “l’aquila” che, dall’alto del suo cielo, si accorge di dividere sei settimi delle sue lettere del suo nome con “l’anguilla”.

È grazie alla misura esatta con cui dosa i suoi pochi ma fondamentali ingredienti, quindi, oltre all’abilità nello sconfinare dai territori della ragione a quelli dell’emozione e viceversa, che Rosa Salvia riesce a scongiurare il rischio, altrimenti schiacciante, di quello che lei più paventa (e noi con lei) e che acutamente definisce, nella poesia a pag. 33 con un verso di icastica potenza: “stanchezza di tutte le ipotesi”.

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2 Comments

  • Qui, un “bravi” a Rosa e a Fabio sta proprio bene. Contento che si sia realizzato quest’incontro, anche perché la dimensione etica della scrittura è un orientamento che li accomuna, perché sempre presente anche nella poesia di Fabio – che meriterebbe qualche attenzione in più. Francesco

  • Questa nota di lettura così acuta e attenta dello scrittore e poeta Fabio Ciriachi alla mia raccolta “Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria”, giunta peraltro del tutto inaspettata e dunque ancor più gradita, mi aiuta a credere con maggiore convinzione nel periglioso viaggio della poesia. I contrasti, le ombre, le luci, sono in effetti aspetti di una stessa realtà, dell’intrinseca unità dell’essere. Mi ha particolarmente colpito la riflessione di Fabio Ciriachi circa la dimensione politica della mia scrittura. In effetti, a prescindere dai contenuti specifici, ritengo fondamentale per chi scrive riuscire anche con i versi a trasmettere un messaggio aperto ad una visione più ampia, per sfuggire alle trappole di un narcisistico e per certi versi sterile ripiegamento sul proprio io. GRAZIE! Rosa Salvia

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