Alberto Cappi: Libro di Terra – una nota di Gianmario Lucini

Alberto Cappi, 63 anni, mantovano, è poeta, saggista, traduttore, critico letterario. La raccolta che ha inviato a Poiein è composta di una sessantina di brevissime composizioni suddivise in dieci sezioni. Ogni composizione è una sintesi di brevità e una prova alta di virtuosismo linguistico che lascia intuire un consumato mestiere e una consapevolezza autocritica non comuni.  Non posso che dire bene di queste piccole perle, e il lettore se ne potrà rendere conto leggendo alcune che ho trascritto fra quelle che mi sembrano più rappresentative del suo stile – perché il valore di questa poesia sta, a mio parere, soprattutto nella compiutezza stilistica.  Fra queste segnalo la splendida e brevissima “Maria” (dieci parole), per la sua intensità, il suo slancio emotivo, e per la mirabile sintesi di un pensiero poetico così ampio in così poche parole.

Detto quanto sopra, doverosamente, soggiungo però che la poesia di Alberto Cappi soffre (sia ben inteso, a soggettivissimo parere e senza pretese di verità, sia pur critica) di almeno due aspetti che a volte, mi sembra, potrebbero non soddisfare alcune aspettative.  Ad esempio certi toni un po’ retorici, o forzosamente “alti” più che retorici, che mi fanno arricciare il naso (alcune parole a caso dalle prime poesie: “tazza / albale”, “oscuro sole”, “in conchiglia che celeste / aduna”; “fatale lacuna”.  Qualcuno potrebbe obiettare che, giustamente, il poeta usa un “altro” linguaggio da quello che si usa nella prosa – e ci mancherebbe, anche se bisognerebbe intendersi a fondo su questo concetto per avere un parametro comune di riferimento, che i critici non hanno.  Ma si potrebbe anche ribattere che la poesia non sta nel linguaggio particolare, anche se ogni poesia ha un suo linguaggio che non potrebbe essere diverso (se il poeta ci sa fare).  Insomma qui troviamo qualcosa che urta, e precisamente l’uso un po’ manieristico degli aggettivi che, unito alla vetustà di alcuni lemmi, produce un “di troppo” nello stile, che – ricordo, sempre soggettivamente – non convince.

Il secondo aspetto è quel giocare con le parole, che fino a una certa “misura” (e, ovviamente, anche qui il concetto di “misura” è quanto di più soggettivo) vivacizzano il testo, ma quando questo gioco diventa eccessivamente reiterato, allora si ha come l’impressione che diventi fine a se stesso, gioco appunto, che prevarica, sovrabbonda, distoglie, trasforma il senso della lettura, la riduce a una sorta di lallazione e gioco di sillabe troppo imparentato con l’enigmistica – che è una pregevole occupazione che però distinguerei dalla poesia; e lo sottolineo perché molti considerano anche il gioco con le parole, un modo di poetare.

E’ però vero che, anche per mezzo di questi espedienti, Cappi riesce a costruire una poesia che ha una musicalità straordinaria, e questo gli va riconosciuto.  Dal punto di vista “musicale” infatti, credo che egli sia capace di costruire le poesie migliori che si possano leggere.  I ritmi che egli trova e l’uso spregiudicato ma così suadente delle cesure, sono piacevolissimi.

Un poeta dunque, che per certi aspetti ammiro e considero un esempio magistrale, ma che per altri mi convince meno, ma che leggo con piacere, considerandolo uno fra i migliori poeti dei nostri anni – nonostante quanto ho affermato e anche se di lui ho letto soltanto questa raccolta.

(di Gianmario Lucini su Poiein)

 

Alberto Cappi – Dieci poesie da Libro di terra


scendono a bere con colei che miete
il miele duro d’alveare nella tazza
albale                     da oscuro sole
scendono e vanno per ere di dolore
in pianto e canto così che vita
sia sorella a morte unita

***

mare di tuono pinna e penna
di miraggi miracolo di terre
sottratte tratte a sedimenti
d’affilate spoglie a unguenti
di lune di rugiada ad esca
che si adagia sulla schiuma
nella doglia della bruma

***

timide saette umide violenze
di parola schiaffi d’orizzonte
il cuore in gola un ponte
che ti nega traversata la data
d’un amico che si annega e
il fiume il sole un lume

***
a Davide Mattellini

sassi e ciottoli di voce con
cui pavimentammo inverni estate
il tempo del legame col silenzio
la preda ch’era pietra e pesce
l’ozio della tarda primavera
era autunno la fonte della sera

Gesù

Gesù giocava con briciole
di sabbia erano molecole
che in su spingevano ali
erano bombe di azzurro
colombe senza pianto
piuttosto un canto
sussurro senza uguali

Giuseppe

Giuseppe fa legname dell’arca
che un giorno l’ha salvato
Giuseppe d’acqua parca
Giuseppe in santo rinato

Maria
io ti prego
Maria
tenera
eterna
materna
idea di Dio

***

è qui che abitiamo cedendo
all’erba il nostro respiro
è cadendo cadendo nel giorno
nel giorno nel giro delle ro
tanti stelle di immobili notti
di neri buchi di gufi o vere
comete sul ramo

***

far della sera farfaro e snella
la tua figura di donna o farti
bella nel giorno in cui s’avventa
il tempo far del mattino un canto
far fare mar mare mormorare il
nome di fanciulla, Raffaella.

Colonia d’Uruguay

Colonia deserta nel tuo mureto
nel sasseto d’acquaviva del ricordo
libere mura moenia saliceto
lieta salita sul far d’argento
un momento rioplatense e vento
vento vanto volto volo

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