Del Poeta


di Marina Pizzi

il poeta inguaribile affamato. dai dolori persistenti, mafiosi
lungo il labbro lungo di poter dire. è, in fondo, ipotesi di crescenza
come il bambino nella culla. solo che qui si è soli con le mosche
in faccia tale e quale a tanta infanzia abbandonata. l’alfabeto del feto
è nelle parole che stentano a diluire un futuro che non ci sarà perenne
presente di dolori. in tanta affluenza di sale dai silos la libertà è un
crocicchio di chiodi avvelenati dove gironzolare imposti una vendetta
inaspettata. questa scaturigine sa di baratro anche nel verso più riuscito
verso qualunque elemosina la sorte. è bene che la diga verso il buon fiume sappia
spezzarsi senza alluvione a far cioè che il pranzo combaci con la cena.
poi le spalle si spezzano in un dirupo. una sconnessione che non porta a morte.
ma le dita non sanno sbucciare un uovo né imparare a badarsi. ogni azione
un ordigno apolide. così si straccia la vita dell’amanuense, la somma pace di
perdere il senno e ridacchiare. uno dei giurati si è incaponito a leggere le poesie
del pazzo. è un uomo buono appena svegliato dalle latrine paradisiache-diaboliche
del sogno. un inno di stasi è stato aggiunto alla marea degli altri, gli umani,
sempre indaffarati.
la cometa si è innamorata del lumino più piccino. tutto si processa in un abaco di
chiodi. vieni a mordermi e non mi vendicherò. sarò lasciata in pace per un po’.

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