Sfisse – Loredana Bogliun

poe∫eia
adisso i vuravi fà ta∫i la favela
cumo se dèi e fà fusso fineidi
cumo se la noto reivasso de scondòn
fura d’al ∫orno ch’el se iò fato ameico

sculta alura, sculta, a no ∫i imbroio

i anemai ne salouda in belissa
la ierba crisso co l’acqua la bagna
mei i vaghi discalsa in tal fango
(ch’el me par fato de sabia feina)

iè oun suspeir ch’a ghe va incontro
al mondo, i lo inguanti inseina favela

iè cumo revardo a veivi sta festa
in douto oun segrito me pali∫a

alura i sculti, sculti

 

poesia
adesso vorrei zittire la parola / come se dire e fare fossero finiti / come se la
notte arrivasse di nascosto / fuori dal giorno fattosi amico // ascolta allora,
ascolta, non è inganno // gli animali ci salutano in bellezza / l’erba cresce
quando l’acqua la bagna / io vado scalza nel fango (che mi sembra fatto di
sabbia fine) // ho un sospiro che va incontro / al mondo, lo prendo senza
parlare // ho quasi pudore a vivere questa festa / in tutto c’è un segreto che
mi svela // allora ascolto, ascolto

 

*

 

in tala grota
quista favela nasso seita, sconta
calada vula ch’a l’anema se de∫mentega
e al cor no iò pioun ∫magna

∫i firmo al vento

sulo al me rispeiro fà veivi la veita

al gnente culura al seilensio scour

(mei adisso i faghi de douto par dèi
ch’al Signur ∫i in quila grota)

a sircalo i ∫i ∫eidi feissi

iè catà quil posto ch’a no iò logo
i staghi nouda par sinteime douta
gnente se poi dèi de sto fondal mouto

ah sei, iussa

nella grotta
questa parola nasce zitta, nascosta / scesa là dove si smemora l’anima / e
il cuore non ha più affanno // è fermo il vento // solo il mio respiro fa vivere
la vita // il nulla colora il silenzio scuro // (io adesso faccio di tutto per dire
/ che il Signore è in quella grotta) // a cercarlo sono andati in tanti // ho trovato
quel posto che non ha luogo / me ne sto nuda per sentirmi tutta / niente
si può dire di questo fondale muto // ah sì, goccia

 

*

 

brama
i vuravi ∫eighe drento a sto arboro
e faghe crissi le fuie nunsiandoghe
la me ligreia cumo par riverensia
a douti sti misteri de le veita meia

de sempro ghe ∫eivi dreio
a quil ch’a me incurio∫eiva
cumo se al bel fusso de ciapalo
tigneisselo strito strito vissein
magari in tala scarsila imbotunada

coussei par cumpaneia
ch’a nol ∫guli veia

e cun sta brama de capei al mondo
me vidi peicia ogno ∫orno de pioun

anca ancui se distouda in tal scour
al me pensir de capeighe qualco

 

desiderio
vorrei andare dentro in questo albero / e fargli crescere le foglie annunciandogli
/ la mia allegria come per riverenza / a tutti questi misteri della vita mia
// da sempre rincorrevo / quello che mi incuriosiva / come se il bello fosse
da afferrare / tenerselo stretto stretto vicino / magari nella tasca abbottonata
// così per compagnia / che non voli via // e con questo desiderio di capire
il mondo / mi vedo piccola ogni giorno di più // anche oggi si spegne nel buio
/ il mio pensiero di capirne qualcosa

 

*

 

inveito
par savì de mei
begna ch’a tei vaghi
a pestà le fuie d’al busco

i soin caiuda par tera
par fame radeiga

sto ano i arbori me fà festa
e pioun longa ∫i la staiòn
ch’a lassa i pumi cachi soun le rame

co tei ∫arè a catame ciamime forto
coussei tei cugnussarè
al me passo soun sta tera

sei, la tera, salvadeiga ma ameica
al so seilensio scondo doute le me sparanse
scultilo cu la passiensa d’al to cor suleigno

i no sè fà altro par deite de mei

 

invito
per sapere di me / devi andare / a calpestare le foglie del bosco // sono
caduta per terra / per farmi radice // quest’anno gli alberi mi fanno festa /
e più lunga è la stagione / che lascia i cachi sui rami // quando andrai a cercarmi
chiamami forte / così conoscerai / il mio passo su questa terra // sì,
la terra, selvaggia ma amica / il suo silenzio nasconde tutte le mie speranze
/ ascoltalo con la pazienza del tuo cuore solitario // non so fare altro per dirti
di me

 

*

 

la bes’cema
a ∫i douto ingraià
deio creisto
porca vaca putanassa ladra

 

la bestemmia
è tutto incolto / dio cristo / porca vacca puttanona ladra

 

*

 

in squara
i vuravi ∫eighe vissein al sul
ciapalo in seima al monto
par deighe ch’el ∫i bel
col se culura de russo
e la campagna inguanta
la sira squa∫i inciucheida
a ∫i co le galeine stà ∫à drento
preima ch’a in tale ca∫e
a se impeissi le lampadeine
a stà firmi se vido a lon∫i
e no stà cridi ch’a sto mondo
no seia fato cu l’in∫egno
varda dreito inseina ∫eighe
in tondo a quil ch’a te reiva
al sul ta∫o
la tera ta∫o
mei vuravi stà seita

 

armonia
vorrei avvicinarmi al sole / prenderlo in cima al monte / per dirgli che è bello
/ quando si colora di rosso / e la campagna accoglie / la sera quasi stordita
// è quando le galline stanno già dentro / prima che nelle case / si accendano
le lampadine // a stare fermi si vede lontano / e non credere che questo
mondo / non sia fatto con l’ingegno // guarda diritto senza / dubitare di
quello che ti arriva // il sole tace / la terra tace // io vorrei stare zitta


Postfazione di Mauro Sambi

 

Ogni tentativo di commento della poesia di Loredana Bogliun mi sollecita sempre a un movimento doppio e, in qualche modo, antipodale. Da un lato inchioda gradualmente l’intelletto, a mano a mano che vi si addentra e ben presto è messo alle corde alle soglie dell’inesprimibile (la raboniana zattera gremita d’invisibile[1]), alla impossibile sfida teorica di dare (di darsi) una definizione di poesia; dall’altro vorrebbe rapidamente capitolare alla tentazione del sillabario, dell’accostamento illuminante di citazioni, del semplice campionamento di voci tematiche nelle costellazioni verbali in cui si manifestano, lasciando che la poesia illumini e rimandi vertiginosamente a se stessa, in una reflexio infinita di natura contemplativa che ne mantenga in certa misura intatta l’aura di indicibilità e di polisemia di cui si sostanzia prepotentemente. Loredana non è mai un suono solo, un colore solo – è un raggio diffuso/diffratto, è uno sciame ronzante, è il moto, la cui equazione è solo in mente Dei, di tutte, tutte insieme, le “fuie d’al arboro grando”,[2] e tanto più si soccombe al suo incanto quanto più si tenta di catturare le singole linee di quest’immensa e continuamente mutevole correlazione, ottenuta peraltro con elementi di semplicità e trasparenza disarmanti – ormai oltre la soglia del silenzio. Si eserciti il lettore, ad esempio secondo il criterio più neutro e arbitrario che ci sia, a grandi salti: “a”, amur, anema, arbori; “c”, cal, carno, cor; “f”, favela, festa, firmo/a; “gn”, gnente; “l”, louss; “m”, moto, mouto, mouvimento; “n”, noto; “p”, peicio/a; “r”, radeiga, rispeiro; “s”, scour, scultà, seito/a/i, siel, seilensio, suspeir; “”, ∫magna, ∫magnà; “t”, ta∫i “; “v”, veita, vento; ecc. Ancor prima di verificare i contesti, le interferenze, le aggregazioni e i richiami, in una incessante variazione propriamente musicale, anche questa nuda elencazione di voci consente già di per sé l’intuizione di un possibile percorso di senso.

Ma bisogna restare in tensione tra i due poli – la definizione e il sillabario – per tentare un discorso che illumini anche solo di striscio e di rimando queste “sfisse” offerte ora alla gioia e alla contemplazione dei lettori, lo smilzo libro che rappresenta l’esito estremo della poesia di Bogliun, non tanto e non solo in senso cronologico, quanto piuttosto in senso ontologico, di indagine ultima delle radici dell’essere, secondo una strategia che mi pare essere – e mi sforzerò di dimostrarlo – propriamente mistica.

Rileggevo, di recente, “L’immagine del giovane come poeta virile” ne “L’angelo necessario”,[3] là dove sornione Stevens scrive: “che non sia stata ancora trovata una definizione della poesia è un fatto certo”, e via ricamando con colta ironia, per poi chiudere: “Anche se non possediamo alcuna definizione della poesia, ma solo impressioni e approssimazioni, non esitiamo mai quando viene il momento di riconoscerla.” In risposta a questa osservazione, un interprete finissimo come Giacomo Cerrai mi faceva notare che «quella vecchia volpe di Stevens in realtà una definizione di poesia l’aveva trovata: è proprio “l’angelo necessario”, “chi vede me vede di nuovo la terra, libera dai ceppi della mente.”» L’Altro e l’Altrove (ma profondamente terrestri), la visione “pura”, il mero essere, libero dai ceppi illusori dell’io quando l’io si esercita in un movimento di diminuzione e d’umiltà che lo porta a un soffio dall’annullamento, e la terra infine veramente vista da una distanza infinita e con infinita e amorosa sollecitudine, vista in tutta la sua bellezza e fragilità da un nonluogo e da un oltretempo raggiunti con una severa forma di ascesi, sostanziano l’esito ultimo di Bogliun.

Il libro è un arco spalancato che poggia, agli estremi, sul programma esibito, chiarissimo, del gesto di apertura (“adisso i vuravi fà ta∫i la favela / cumo se dei e fà fusso fineidi”[4]) e la parola “gnente” che lo chiude e sigilla – come a dire: tra il silenzio e il nulla. Continuamente ribaditi lungo tutto il percorso,[5] messi in unione e in opposizione alla parola (“la favela” che “me fà ancura ∫magna”,[6] pur nella piena consapevolezza che “dei ∫i cumo issi[7]), silenzio e nulla sostanziano il discorso poetico di Loredana in modo ancora più radicale rispetto al passato – silenzio e nulla sostenuti (sopportati, e infine trasfigurati) nell’immobilità attiva dell’ascolto, il terzo polo nevralgico del libro, anche questo immediatamente dichiarato in apertura.

Mi chiedo da dove taccia vibrando la voce che ascolta la vita e la terra in questi testi.

cumo se dei e fà fusso fineidi”, “calada vula ch’a l’anema se de∫mentega”, “in tal bandon / de sta veita cumo passada”, “oun ateimo de veita despoi de ouna veita”, “lassa donca passà sta veita”, “oun sufio e despoi ∫i noto”;[8] e il percorso che porta a quest’oltrevita è un percorso di sofferenza e poi diminuzione, distacco, umiliazione e annullamento che è il sigillo dei grandi mistici: “iè cumo revardo a veivi sta festa”, “me vidi peicia ogno ∫orno de pioun”, “cumo se fussi sà par teirame indreio”, “i soin caiuda par tera / par fame radeiga”, “al bel ∫i ch’a sulo de grando / tei sè de issi peicio, oun strafaneicio”; “sei, mei i vuravi i vuravi vignei veia”.[9]

Accade qui qualcosa di molto improbabile. Nondimeno qualche rara volta succede, e – ogni volta che succede – l’evidenza che sia accaduto è incontrovertibile (come dice Stevens a proposito della poesia). Non è casuale che capiti solo ai più dotati, e però in larga misura è comunque una questione di fortuna – è l’indizio forse più forte di un altrove radicalmente altro, ontologicamente altro, tutto dentro il perimetro di questa vita (non penso subito, anche se non la escludo almeno come figura, a una prospettiva specificamente religiosa). Un altrove, insomma, in questa vita sperimentabile come reale – la vita vista e amata e cantata dal lato dell’oltrevita, da oltre la linea d’ombra della morte, non per speculum in aenigmate, ma da dentro lo specchio. La morte, l’atteggiamento da tenere verso la morte – e dunque verso la vita – è qui la vera posta in gioco. A pochi è dato di entrare nella morte ad occhi aperti, come raccomanda l’Adriano di Marguerite Yourcenar, e di testimoniare ciò che vedono. A caldo mi vengono in mente pochi esempi, quasi tutti musicali: Il Flauto Magico e il Concerto per Piano K 595; gli ultimi Quartetti di Beethoven; Mahler dal Canto della Terra in poi; i Vier Letzte Lieder e le Metamorphosen di Strauss; Death in Venice di Britten; l’ultimo Saba; qualche pagina fulminante della maturità di Sereni – dappertutto dove canta un io in qualche modo postumo a se stesso. La vista che si spalanca quando la linea di demarcazione ultima occupa ormai tutto l’orizzonte ha un’enorme sapienza alle spalle, ha la forza conoscitiva che viene da una pluridecennale e sempre ribadita auscultazione del silenzio, in perpetua tensione/implicazione con un ininterrotto colloquio con i morti, con le mille cancellazioni e i mille vuoti istriani, figura delle cancellazioni e dei vuoti universalmente umani. Nonostante gli elementi di continuità con la produzione precedente, o forse proprio grazie a questa continuità, la voce ne esce come scavata fino alla trasfigurazione.

Mi chiedo da dove venga a Loredana, il cui sorriso vigoroso e aperto, ancora da ragazza (“mei ch’a i soin deboto fata / e la cal me par strita in tale ca∫e[10]), nulla tradisce – o dice invece tutto? – di questo scavo interiore, la conquista del nondove/nonquando da cui eleva questo suo canto estremo. Nulla so della sua biografia che mi possa aiutare o piuttosto sviare – se non un particolare che mi piace credere decisivo. Loredana ha sempre cantato la vita in lingua mortua, il dialetto dignanese, ma finora l’aveva sempre fatto nel teatro naturale in cui quella lingua era nata e vissuta – Dignano d’Istria e in generale l’Istria. Ora che i casi della vita l’hanno portata lontano, la sua lingua è divenuta doppiamente e integralmente interiore, sradicata, oltre che da un tempo preciso, anche dai suoi luoghi d’elezione, libera di attingere alla più perfetta approssimazione d’eternità che sia dato tentare nel tempo. Non sembri eccessivo il paragone con Beethoven sordo che compone i quartetti estremi.

La via della diminuzione e del distacco, la nube della non conoscenza in cui la voce diminuisce e naufraga, la ricerca e il ritrovamento di “quil posto ch’a no iò logo”,[11] di quell’immobilità per cui “a stà firmi se vido a lon∫i”,[12] di quella luce declinante e infine spenta in cui “ghe  ∫i ouna forsa ch’a se distouda”,[13] di quella notte che invita alla clausura, che “porta in convento”, di quel buio (al scour) che spegne “al me pensir de capeighe qualco”,[14] tutti questi segni, dicevo, rimandano ai grandi mistici. Un’eco chiara risuona fin dalla seconda lirica del libro, “in tala grota”, dove l’anima si smemora e il cuore si acquieta nell’assoluta immobilità del nulla (il vento, che è figura dello Spirito che soffia dove vuole, è fermo, è assente), dove il ritmo, il tempo, come nel movimento ultimo del Canto della Terra di Mahler, è ridotto all’osso della pulsazione binaria elementare del cuore e del respiro, e infine alla pulsazione semplice del gocciolìo (e altrove il tempo è del tutto annullato: “a ∫i me∫odei”; “a ∫i me∫odei / ancura[15]) – e null’altro si può dire di quel fondale muto, se non che lì, proprio lì, si cerca e si vorrebbe trovare il Signore. Da lì, dal buio immobile, si anela al cielo, e dal cielo alla luce che sciabola attraverso le fenditure, gli spiragli, le sfisse, da fuori e dall’alto: “ghe vaghi dreio a quil ch’al siel / fà crissi in sta confu∫ion de culuri”, “cul sul ch’a reiva de le sfisse larghe”;[16] si cerca e si brama la luce che istruisce, “là in alto” dove “al ∫ogo ∫i oun canto”,[17] dove “i barcoin se ver∫o / sulo par signà a lon∫i quil quadrato de siel”:[18]

e par ch’a begna struveisse
in tala louss ch’a ven de fora
co d’ai scouri seradi scampa
reighe culurade a fà sirci soul paredo[19]

La Notte Oscura di San Giovanni della Croce, certo, ma per me è più presente e parlante l’affinità con Giuliana di Norwich e con le sue “Revelations of Divine Love”, la meravigliosa e fresca umiltà, la modernissima femminilità (è lei la prima a parlare, sei secoli fa, della maternità di Dio), l’illimitata fiducia di cui sono innervate la sua speculazione e la sua ascesi (all shall be well, and all shall be well, and all manner of things shall be well), che nascono dalla singolarità di uno sforamento nell’Oltre vissuto con la carne e la mente e il cuore, e la sua perfetta e concreta oblazione di sé al mondo insunà, da cocolà… inturleigà[20] che ne discende.

«Mi ha mostrato una piccola cosa, grande quanto una nocciola che si tiene nel palmo della mano, ed era tonda come una pallina. L’ho guardata con l’occhio dell’anima ed ho pensato: “Cosa può essere?” E la risposta è arrivata “È tutto ciò che Lui ha creato.” Mi sono meravigliata che potesse durare, perché sembrava doversi frantumare e non rimanerne niente, era così piccola! E la risposta è arrivata alla mia mente: “dura e durerà per sempre perché Dio la ama.»[21]

Dall’esperienza sulla soglia del nulla si torna, quando si ha la forza e la ventura di tornare, pieni di un amore sovrabbondante che è articolabile solo quando cresce e brucia nella carne, di una fiducia che invita a camminare scalzi e senza protezione nel fango che non sporca più, ma sembra fatto di sabbia fina, di una prossimità all’umano che è amicizia, misseissia, e sollecitudine infinita, alla giusta distanza, senz’ansia, con ferma padronanza, anche per il mondo inturleigà, per la vita altrui “puntada soul soldo, indanada”,[22] per quei tanti che a “podì falo i venderavundo anca al sul / al metro quadro o a cheili”.[23] Non c’è debolezza, arrendevolezza, paura in quest’amore grande – grande fiducia e fermezza, grande determinazione vi albergano: “sta veita no ∫i fata par issi fadeiga / spagourado ∫i quil ch’a no ∫i franco”, “begna cridighe a sto distein fato de curaio”, “begna vulighe ben a sto mondo / ch’el se impeissa e distouda”.[24] Le consegne sono perentorie: “vaghe drento a sto caleigo puvaro / e tartassado, maranteigo e cateivo”, “varda dreito inseina ∫eighe / in tondo a quil ch’a te reiva”.[25]

La gratuità, l’oblazione di sé, il dono, la libertà, la leggerezza, l’incanto sono infiniti, secondo la stupenda immagine del gioco della farfalla:

me inventarè al ∫ugo de la farfala
douto la incontra e ghe se incanta
in tal mondo verta la so ca∫a, verta
spalancada cumo regalada[26]

Resta ancora da indagare il perché della chiusura del libro “in re minore”, la tonalità del dramma e del dolore, che nel groviglio, con un urlo (“aria ariaaa!!”) – il polo opposto del silenzio e dell’ascolto – fa i conti, come mi scrive Loredana, con “quello che più rode nel profondo dell’anima”. Dolore e magna fanno parte del gioco, sono una tappa necessaria e ineludibile del percorso delineato – ma perché esporli in chiusura d’opera, lasciandone in qualche modo sospeso e problematico l’esito? La risposta è inevitabilmente aperta; pure, mi tenta una ricognizione formale di cui Loredana sarà la prima a sorridere (ma, come scrive da qualche parte Roberto Calasso, “lo scritto ha una vita autonoma che il suo autore non conosce”).

Bisogna fare attenzione alla distribuzione delle masse e dei vuoti, alla struttura complessiva del libro, anche in senso musicale (come suggerisce il titolo di una delle sezioni, ada∫io). La sezione dove è più forte il compimento dell’Oltre, posta in apertura, conta nove liriche; solo tre la seconda e la terza (tre è la radice, la radeiga, di nove, così come lo stare insieme, insembro, e l’amur si radicano nell’ascolto). Da qui comincia una risalita con pendenza lineare: tre la terza, si diceva, poi cinque la quarta, sette la quinta e ultima, la stazione del dolore. La serie ascendente così delineata porta irresistibilmente a voler tornare – manca un solo passo – alla perfezione del nove iniziale[27] – vale a dire a chiudere ciclicamente, così vincendo e annullando il tempo in re.

ciapa quila bavi∫ela ch’a curo ∫ura l’onda
e fate ouna gondola granda cumo ouna couna[28]

La lugubre gondola[29] rovesciata in culla, il tempo riorientato, la morte volta in vita.

e me repo∫a al cor drento sto mar
in sto viaio de ale spalancade[30]


[1] G. Raboni, Quare tristis, Mondadori, Milano, 1998.

[2]  “foglie dell’albero grande”; non è un verso di L. B. – un tentativo di mimetismo mio.

[3] W. Stevens, L’angelo necessario. Saggi sulla realtà e l’immaginazione, a cura di Massimo Bacigalupo, SE, Milano, 1988.

[4] adesso vorrei zittire la parola / come se dire e fare fossero finiti

[5] Silenzio (e parola):iè oun suspeir ch’a ghe va incontro / al mondo, i lo inguanti inseina favela” (ho un sospiro che va incontro / al mondo, lo prendo senza parole); “quista favela nasso seita, sconta / calada vula ch’a l’anema se de∫mentega” (questa parola nasce zitta, nascosta / scesa là dove si smemora l’anima); “cumo par cover∫i par fame ta∫i” (come per coprire per farmi tacere);a quil ch’a no sè dei cu la favela» (a quello che non so dire con la parola); «al so seilensio scondo doute le me sparanse” (il suo silenzio nasconde tutte le mie speranze);se stein seiti favela al seilensio”( se stiamo zitti parla il silenzio);la favela me fà ancura ∫magna” (la parola mi tormenta ancora);l’ombrì / quila ch’a ven suleigna inseina favela”( l’ombra / quella che viene solitaria senza parola); “al sul ta∫o / la tera ta∫o // mei vuravi stà seita”( il sole tace / la terra tace // io vorrei stare zitta);la favela no ∫i mai straca / a me bastaravo / oun sulo ateimo de seilensio” (la parola non è mai stanca / mi basterebbe / un solo attimo di silenzio)

Ascolto:sculta alura, sculta, a no ∫i imbroio” (ascolta allora, ascolta, non è inganno); “alura i sculti, sculti” (allora ascolto, ascolto);i arbori me iò sempro scultà seiti”( gli alberi mi hanno sempre ascoltato silenziosi);scultilo cu la passiensa d’al to cor suleigno” (ascoltalo con la pazienza del tuo cuore solitario); “i vuravi scultate in tala favela / ch’a cumpagna al rispeiro” (vorrei ascoltarti nella parola / che accompagna il respiro)

Niente:al gnente culura al seilensio scour” (il nulla colora il silenzio scuro); “gnente se poi dei de sto fondal mouto” (niente si può dire di questo fondale muto); “sto gnente / te scoureisso i oci” (questo niente / ti oscura gli occhi);ancui i vuravi cuntentame de gnente”( oggi vorrei accontentarmi di niente)

[6] la parola mi tormenta ancora

[7] [sembra che] dire sia come essere

[8] come se dire e fare fossero finiti; scesa là dove si smemora l’anima; nell’abbandono / di questa vita come trascorsa; un attimo di vita dopo una vita; lascia dunque passare questa vita; un soffio e poi è notte

[9] ho quasi riguardo a vivere questa festa; mi vedo piccola ogni giorno di più; come se  fossi qua per tirarmi indietro; sono caduta per terra / per farmi radice; il bello è che solo da grande / sai di essere piccolo, un fagottino; sì, io vorrei vorrei venire via

[10] io che sono quasi matura / e la strada mi sembra stretta tra le case

[11] quel posto che non ha luogo

[12] a stare fermi si vede lontano

[13] c’è una forza che si spegne

[14] il mio pensiero di capirne qualcosa

[15] è mezzogiorno; è mezzogiorno / ancora

[16] rincorro quello che il cielo / fa crescere in questa confusione di colori; col sole che arriva dalle fessure larghe

[17] il gioco è un canto

[18] le finestre si aprono / solo per segnare lontano quel quadrato di cielo

[19] e sembra che ci si debba istruire / nella luce che viene da fuori / quando dalle persiane chiuse scappano  /  righe colorate a fare cerchi sulla parete

[20] sognato, da coccolare… intricato

[21] Giuliana di Norwich, Il libro delle rivelazioni, Àncora, Milano, 1997.

[22] centrata sul soldo, interessata

[23] a poterlo fare venderemmo anche il sole / al metro quadro o a chili

[24] questa vita non è fatta per essere fatica / impaurito è colui che  non è leale; si deve  credere a questo destino fatto di coraggio; si deve voler bene a questo mondo / che si accende e si spegne

[25] vai dentro a questo nebbione povero / e maltrattato, tiranno e cattivo; guarda diritto senza / dubitare di quello che ti arriva

[26] mi  inventerò il gioco della farfalla  /  tutto incontra  e le si incanta /  nel mondo aperta la sua  casa, aperta / spalancata come regalata

[27] 9=32; le poesie del libro sono complessivamente 27 = 33.

[28] prendi quel venticello che corre sopra l’onda / e fatti una gondola grande come una culla

[29] Cfr. F. Liszt, Die Trauergondel – La lugubre gondola I & II, S200.

[30] e mi riposa il cuore dentro questo mare / in questo viaggio di ali spalancate

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