Poesia Condivisa 2 N.18: Nika Turbina

 

Rime tagliate,
frasi tagliate,
alberi tagliati:
hanno abbattuto il bosco.
I gemiti continuano,
disperati
i rami spezzati in pianto.
Ma non è tutto:
le foglie in fiamme!
Non lasciatevi più scrivere,
versi, o imprimetevi nel cielo.
Di sangue è rosso
il foglio che ho davanti.

*
Bianco, il bosco.
Bianchi anche gli occhi.
Sono bianche le cose che amo.
Il mio desiderio di fanciulla di neve
ridotto a una riga bruciata.

*
Lascia,
accendo io le luci
lungo la discesa
che ti precipita nel buio.

Da Nika Turbina, lulu.com (Morrisville, 2016), a cura di Federico Federici.

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3 Comments

  • Sono in tutto concorde con l’analisi di Franco che scandaglia il grido di Nika, il rifiuto di scrivere e la violenza perpetrata dal’uomo sulla natura. Ma non credo che la poesia possa mai morire, perché è è tratto antropologico che attraversa tutte le culture e molto probabilmente genetico, anche se non scientificamente provato. E qui la dimensione della poesia è profetica, di una profezia che sembra piovere da uno spazio sacro. In esso si scorge il fiume di sangue e di contro, il candore che si vorrebbe dilagasse su tutto, anche su ogni scrittura, ma che è reso così lontano dall’errore, da ridurre ogni spinta visionaria a “riga bruciata” .

  • Da dove viene una poesia? da quale regione sconosciuta proveniva la musica che il piccolo Mozart componeva? Non so rispondere a queste domande. qui però ho difronte lo spartito di una bambina che forse tale non è mai stata o al contrario non è mai cresciuta. Ci vuole una sensibilità particolare per sentire gli alberi, dico la vita silenziosa che non ha scampo dinnanzi alla furia del potere umano. Le piante a differenza degli animali non si lamentano quando una sega li taglia in due, non si sente un gemito se un intero bosco scompare. Eppure in certi individui una ferita su un ramo è percepito come un dolore reale di amputazione animale. E dunque è l’ empatia che fa la differenza. Ciò che la poesia recita sembra succeda in un limbo che non appartiene al genere umano ma ad un’infanzia violata nella profondità del sogno e destinata a non crescere mai fino in fondo. E’ la poesia stessa a spezzarsi e venendo fuori, a rivelare il suo aspetto tragico. Non ci sono parole che rendano il sentimento di perdita della comunione con l’intimità della natura, sentita ancora come seno materno di cui tamburella il cuore. Se i versi sono il modo di rivelarsi della fonte di ogni vita ad una bambina per trasmetterli ad altri uomini, non ha più senso scriverli dal momento che nessuno è in grado di capire né tanto meno alzare un dito contro questa violenza. Qui tutto è vero, la comunione è ad una tale profondità d’istinti da percepire dolorosamente ogni singolo rogo di foglia, ma non basta. Scrivere su un foglio bianco appare come un gesto di violenza, farsi partecipi di uno scempio. E dunque nel rifiuto di scrivere c’è una specie di opposizione della coscienza contro la disumanità di quest’ultimo. Che il verso si imprima in cielo allora diventa un atto di ribellione del poeta ma nel contempo della natura, una maniera di suggellare questa indissolubiltà per sempre: ..(Non lasciatevi più scrivere\ versi, o imprimetevi nel cielo).
    La straordinarietà di questo brano è dunque non tanto nella resa del sentimento di perdita
    quanto nel fatto che esso esprima –almeno per ciò che arriva al sottoscritto-ad un livello istintuale un rifiuto nei confronti dell’ asservimento della natura da parte dell’uomo, delle sue motivazioni di dominio fin dentro all’atto stesso di scrivere. Gridato da una bambina appare in tutta la sua tragica impotenza come dolore per il cordone materno che si spezza per una seconda volta. In questo senso, a recidere i suoi rami dall’ infanzia è l’azione d’uomo (Rime tagliate\ frasi tagliate\alberi tagliati\hanno abbattuto il bosco) che la sta consegnando ad un destino di assenza e di buio, come nella chiusa del terzo brano.
    Lo stesso tema attraversa il secondo brano ad un livello di perdita assoluta dell’oggetto amato che corrispondeva, attraverso la scrittura, al desiderio di fanciulla di neve. ..Sono bianche le cose che amo.\ Il mio desiderio di fanciulla di neve\ ridotto a una riga bruciata.

    Probabilmente non c’è risposta alla domanda iniziale sull’ origine della poesia. Qualcuno però ha detto che la poesia è morta. Talvolta me ne convinco anch’io.
    Ciao Franco

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