ANNAMARIA FERRAMOSCA: IL VERSANTE VERO – Introduzione di Plinio Perilli

copertina-Il-versante-vero-Qual è  Il versante vero che Annamaria Ferramosca risale e domina come il più giusto e lungimirante osservatorio-insieme del mondo pubblico, e dei dolci e rarefatti segreti dell’io? “Il senso dell’esistere”, ella intona con la lirica filosofia giapponese di Kikuo Takano, ” è nel lasciarsi interrogare”…E qui, l’interrogazione, l’interrogarsi, si avvicendano caparbi e continui, fieri o dolenti d’ esistenza, mai smentiti nei lampeggianti,emotivi barlumi della speranza, epperò consapevoli della solidale, asprissima pena d’ogni umano, terreno percorso d’ identità, itinerario d’ eterna ma quotidiana autocoscienza :

Piano, va’ piano.
Devi poter parlare
mentre cammini.
Son forse i passi d’un uomo tanto lunghi
da non permettere insieme
parola e respiro?

Aggraziata e assisa precettistica che ricorda – per piglio immaginativo e ammonimento pensato, l’ olimpico, goethiano e un po’ affannato romanticismo del Divano occidentale-orientale (“si parva licet…”!), che sensualmente mai rinnega la filosofia e la morale del suo stesso nucleo o messaggio poetico : ” Tu mai finisci: e ciò ti fa divino; / né mai cominci : e questo è il tuo destino./ Gira il tuo canto come il cielo astrale, / l’inizio al fine eternamente uguale”… (cfr.”illimite”, in Dal libro di  Hafiz ).

Tutta la costruzione interiore e insieme l’architettura lirica della Ferramosca  lancia  “un  ponte comprensibile” fra l’introiettato e il fenomenico, esalta la realtà tutta a ” parabola comune ” – insomma proclama e varca lo stesso  “limite d’ali” del nostro appello e della nostra risposta di poesia. Forbita e salda la struttura di questo libro d’esordio, aperto da una sezione, “Le tracce, i fuochi” dove i viaggi fra geografia e storia, incanto onirico e mitizzazione ancestrale, una Natura personificata come costellazione di voci ed eventi,  ci guidano fra i minareti o i bazar di Istanbul, gli identici Dolmen irlandesi e “tre massi levigati” che “guardano il sole in Puglia”:  medesima, indecifrata ma antica  “lingua per pregare gli dei  / o invocare la pioggia / Da nord a sud uguale / fame e necessità”… Così, il parallelo radicato e vitale fra l’antichità e il presente, la terrigna saggezza del progresso, consentono alla Ferramosca (che provenendo dal mondo scientifico rivela, ex contrario , una migliore adesione umanistica e una più lucida orchestrazione concettuale) divinazioni contemporanee sincere e allarmate :

No, non bastano, Europa,
splendenti demoni tecnologici
o prodigi multimediali
a sostenere
lo sguardo naufrago
della bambina curda sulla costa
occhi che sommergono il cielo

Europa, Europa,
che passi oltre l’immagine?

In un’ altalena di visualizzate emozioni liriche che vanno appunto dall’ apostrofe civile al ricordo danzante della “pizzica” salentina (ballo liberatorio collettivo che rimemora e rinsangua l’origine stessa dei riti orfici), il paesaggio umano, la fisiognomica anonima e alienata d’un viaggio in metropolitana e i drammi  attualissimi dell’anoressìa, della bulimìa. Insomma, mai come in queste pagine il poeta è intensamente alle prese con i suoi forti doveri e diritti di solidarietà, nel rito espressivo e soprattutto nel gesto intellettuale di consapevole, affinato rappresentante e dunque testimone privilegiato della  Realtà. E in questo senso ci sembra che un componimento come “Internet” la dica lunga sui doveri del progresso e sugli annessi e connessi temi della vera comunicazione globale, obbiettivo e traguardo del nuovo millennio ben al di là delle mode e delle recite di patinato conformismo informatico :

Purché tu corpo-mente
liberi  dal desiderio di possesso
Purché tu in pace esatta
Con te, con l’altro, con l’altrove
Il mondo vibra
in trame parallele
risposte alle costellazioni

Riflessioni su un’immensa ma già smagliata “Rete” interattiva, sull’ ininterrotto e sconfinato ipertesto che è ormai la nostra vita – se pilotata si arrende al mare magnum del mercato e della tecnologia, e non recupera invece nel più segreto cuore di sé le ragioni e l’ illuminato malessere di una squillante metafora esistenziale:

Amiche, amici, compagni miei incolpevoli !
Lacrime scambiate
per  fastidio di rimmel
o peggio, pena
al mio limite d’ali.

Ed è proprio qui che la raffinata e volitiva auscultazione antropologico-culturale della Ferramosca, recupera e si salva con l’antidoto d’una fiera e squisita autoironia; si veda l’esercitazione iperstilistica di  “Esitazioni” (“…Emetto suoni allitterati e sincopi, / mi percuotono sistole e diastole “…), o le rimembranze quasi baudelairiane sulla  “strana intesa gatto- poeta”:

Bastano due pupille sciamane a sconcertare
intere teologie di finitezza.
Tu vivi dispiegando
perfezioni leggere
figure e moti
come musica d’onda che sospende.

E pensi – so che pensi –
l’ inconoscibile dietro cortine di velluto.
Incanti di cui chiedo decodifica.

Con coraggio neoelegiaco e fervida onestà interiore, Annamaria  Ferramosca canta e cerca  le “storie piccole del mondo”, colleziona e riscatta “le ore disarmanti ” che per reazione invero ancor più ci decidono e fortificano l’anima. I nostri sognati traguardi sono grandi, vasti i progetti e gli orizzonti di luce. Invocata  e forse perennemente irraggiunta, l’Energia Universale, l’Anima Mundi ci guida e conforta come una cometa dell’incanto, la fedeltà e la fiamma d’un idea o religio laica che mai smettiamo di adempiere, di consultare a cielo ‘amore (“…Andrò dove mi dirai, luce / maledizione quantica dei dubbi”) Ma brevi luci sommate fanno un’aurora, tante stelle frementi e “storie piccole”, una galassia e un romanzo affrescato, innalzato a Futuro. Come Annamaria riesce con pochi e felici versi a spiegare e a donare alla giovane e caparbia esperienza del figlio Manuel, da cui lamenta  ma anche auspica un “Distacco” che brilla dello stesso doloroso amore, della stessa profonda speranza con cui la vita, ogni età, si rinnovano e rigemmano, e le generazioni- come i poeti – si parlano e si susseguono, si perdono verso l’oltre che bramano, che li attanaglia e seduce, li accoglie e li placa:

Oggi sei luna scarmigliata
non ti lasci comprendere
Occhi guizzi di fuga
piccola nave sei disormeggiata

Allora scarnisciti di me
libera le tue stelle
Và, cavaliere errante, spandi
i tuoi brividi sonori per il mondo

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