Letizia Lanza su “Curve di livello” di Annamaria Ferramosca

curve di livelloSe pure la prima raccolta poetica di Annamaria Ferramosca (Il versante vero, Fermenti Editore) risale al 1999, personalmente incontrai la sua parola poetica solo nel 2003, in occasione della prima edizione del Concorso dedicato da Gianmario Lucini a David Maria Turoldo, dove la poeta-biologa si piazzò giustamente tra i primi finalisti.

Vissi un nuovo incontro (sempre di parole, di voci) con la scrittrice (romana di adozione ma originaria di Tricase, in territorio leccese) qualche mese dopo, sulle pagine della rivista di Novi Ligure «La clessidra» (1/2004). Qui, tra i quattro inediti, mi colpì in maniera speciale Embrionalia (p. 16): una densa e dotta lirica, femminilmente intessuta di richiami al più remoto mito ellenico, al mondo convenzionalmente definito di Omero, agli inarrivabili attori di un poema come l’Odissea – ovverosia la tenera principessa dei Feaci, Nausicaa, la nobile, resistente Penelope d’Itaca e il suo sposo, il re-navigatore Odisseo.

Un successivo felice avvicinamento alla parola limpida, forte, autorevole di Annamaria avvenne con il n° 30/31, 2004/2005 di «Poiesis» – dove mi toccò sopra tutto Graffiti: «L’intercalare semplice / dei giorni delle notti / la folgorante replica, la ruota / dell’evento / è stordimento, poi / non puoi dire che tutto questo / incattivisce, costringe alla rovina / a chiudersi in un tank  / Semmai trascina / a ruotare, semplicemente / con barbaglio intermittente / luce negli incontri – ombra / nelle domande antiche / È tutto // Null’altro da cui fatale / derivi la devastazione / Giochiamo il semplice gioco / del lasciare o prendere / Lasciare / spegnersi in gola il canto / il seme farsi estraneo alla terra / smarrirsi i geni nelle macchine / O prendere / il primo nodo dell’abbraccio / come lasciapassare / sulla porta del mondo / emblema quotidiano da esibire / al mattino e ottenere / il diritto alla notte // Lasciamo, sì / graffite sulla roccia / figure in cerchio sbigottite, ancora / per la prossima aurora» (p. 66).

Tutti brani di livello, senza dubbio alcuno. E meritano di essere ascoltati con adeguata attenzione (anzi, con amore e stupefazione, direi) – anche per una particolarità: l’assoluta mancanza di punti fermi a introdurre le maiuscole di inizio periodo. Dunque la capacità della poeta di abbandonarsi, di lasciarsi andare (fisicamente?) al flusso delle voci che scorre inarrestabile, così da (ri)creare richiami, echi continui, non interrotti, non franti. Tra le tante liriche mi soffermo sul già ricordato Embrionalia: «Costruivo la mia mitologia / con improvvise divinità / tu prima palma dell’oasi, inconsapevole / attimo abbagliante dell’apparizione / Decifravo le tue leggi armoniche / nei gesti numinosi / musiche d’ombra sulla pelle / sul bordo di parole eco residua / seduzione che tesse / la mia tela ogni giorno e la disfa / Odisseo ritrovato, sete che disseta / nel ritmo di marea / nel galoppo cardiaco // Quella notte / s’aprì la città delle stelle / udimmo il sussurro diploide / E la voce embrionale ci rinacque / teneramente doppi, alteramente / bifronti nella somiglianza / Figlio / e poi padre e poi fratello sempre / nucleo d’equilibrio celeste / Alta costellazione / sulla casa conclusa» (p. 23).

Una poesia ricchissima: sia di concrete presenze scientifiche sia di lontane suggestioni elleniche e bibliche: basti ricordare la «sete» (evidentemente la sete odissiaca della conoscenza, ovvero, al tutto speculare, la sete ardente che ha Penelope di ri-vedere/ri-avere il suo re, ovvero la sete che infiamma il credente d’amore per Dio) – basti ricordare, dunque, la «sete che disseta», ed è già detto molto.

Una lirica che ho ritrovato con comprensibile piacere nella silloge dell’editrice veneziana,  suddivisa in tre sezioni: Ho visto corpi e terre; Ferite, suture; Al margine dei fuochi. E il piacere – assieme all’interesse – si è dilatato nel percorrere le pagine di questa poeta che si autodefinisce «messapicagrecaegizialibica» (Mediterraneo, p. 12) – nelle quali con felice frequenza continuano a vivere (e ri-vivere), a immillarsi, a imporsi con vivida perentorietà memorie antiche: penso a Cnosso (pp. 17-18): o, di più ancora, penso ad Antigone rinata, che muove sulle orme coraggiose di María Zambrano: «Emergi dalla tomba, ne liberi / la culla, deterse le pareti / da ogni grumo di pianto / Chiaro si leva un profilo / infantile, luce dall’ombra / sacrificale, sofía dall’innocenza / gioco esploso // Nessuno ha mai detto / della tua fronte lampeggiante / alla rinascita, della tua effigie / sulla prua di ogni nave: mare / femminile, assalto / di pensieropassione, vie / larghe delle città dove trascorrono / i destini, approda il senso // La fossa si capovolge in arca / gli spigoli s’incurvano / fioriscono: l’ordine / vive del disordine, pianta viva / capace di fermare il deserto / Ti corrono incontro pallidi / i fratelli abbattuti / belano occhi-agnello / le domande sgomente // Nel buio lanci nitide risposte / e l’eco si moltiplica: guarire / la distanza, dissolvere l’esilio / fermare il diluvio col delirio / (tu, salda sulla tua sedia bianca)» (pp. 79-80).

Né, ovviamente, queste sono le tematiche uniche che percorrono Curve di livello. Altrove infatti Ferramosca si avventura in ambiti diversi, cedendo magari al rigurgito delle pulsioni, a una ribellione di desideri, ad un sussulto di terremoti affettivi: come accade in Planisferi: «Mi sta stretta la planitudine / la contentezza dell’orizzonte / la sua sazia piega / di racconto finito / erosione compiuta / Preferisco i versanti inquieti / il moto ondulante / dei desideri delle profezie / la statua barcollante / portata a spalla in processione // La superficie piatta dell’oceano / può solo incresparsi, inebetita / dalla misura. Ma sotto / i fondali covano / voglia ribelle di corrugarsi / ergersi, unirsi / tanto da farsi male / (forse solo dall’insensatezza / è fatale rinascere) // Così l’occhio del dolore / è l’occhio delle guglie / l’occhio della città / l’invito al respiro / lo spigolo che taglia la verità / soffia via la sabbia / sospende le leggi di gravità» (pp. 69-70). Ovvero, altrove ancora, la parola poetica di Annamaria si ulcera di sdegno a fronte delle violenze e delle infamie del mondo (per così dire “umano”). Ciò appunto in 8 Marzo 2003 (con l’eloquente epigrafe: a chi mi chiede se ci sarà guerra): «Accolgo la tua pena, la stratifico / sulla mia luna stupefatta / su questi piccoli soli di mimosa in eclisse / anch’io coperta d’ombra, incredula / per questo terrore antico / per questa balbuzie di preliminari / Il gioco non ha regole – non si gioca col fuoco – / è gioco che traccia la storia – come dicono – / ineluttabile / (Forse. Le tracce insondabili, scarlatte) // Resto nella caverna dove mi sospingono / tigre accucciata, strega carezzevole / Tra le gambe stringo il mistero traslucido / el amor brujo, l’uovo da proteggere / Non smetto / il mio canto sommesso che dissuade / paziente, sotto l’impazienza del cielo» (p. 50). O magari – di nuovo antigonica – in Oggi una donna: «Dall’alto riunisce le colline / regina delle voci / colma le valli di nuova terra / accende nuovi fuochi meticci / da cui la foresta rinasce innocente // Indossa la bianca veste / d’Antigone disobbediente / scrive per dire no / alla morte per-uomo / scrive per chiedere // Vulnerabile e potente / col passo di luna destinata / ricomincia da zero-ground, dovunque / ritorna a sollevare l’anfora / – chissà un giro di parole disseta – scrive per chiedere / per intimare al tempo di rispondere» (p. 60).

Uno sdegno, una condanna, una ripulsa che si sposano tuttavia con la consapevolezza dell’incorruttibile (incontrastabile) potenza femminile. Avalla queste impressioni l’autrice medesima, quando mi scrive by e-mail: «In “Curve di livello” troverai di sicuro il tema della ricerca di una convivenza solidale planetaria, dell’accoglienza di un futuro mondo pluriibrido, dell’ attesa, comune, di una risposta alla comune domanda di senso. Sono temi già presenti nelle mie precedenti due raccolte».

Molti esempi, ovviamente, sarebbero proponibili. Ma già qui si avvera quanto lucidamente affermato da un altro compositore italiano contemporaneo, Alberto Cappi: «La parola data in poesia è arca di tutte le parole possibili e può liberare ogni interpretazione solo tenendosi. I segni in poesia si combinano, si sostituiscono, mutano solo in se stessi e lo fanno, a volte, chiamando l’autore ad accorgersi poi dell’avvenuto processo. La poesia li ha nella propria libertà, sogno, destino. La voce che li attraversa è l’eco di tutte le possibili voci, una musica del senso, la fedeltà della scrittura al proprio corso» («La clessidra» 1/98, p. 55).

Nulla di più appropriato, mi sembra, per poter acconciamente siglare il fare poetico ferramoschiano.

(già su L’immaginazione, sett.2007, n.233)

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