Sull’«endecasillabare» di Patrizia Cavalli o il fiore di Datura

datura patrizia cavalliL’automa meccanico e il vomito espulso attraverso delle carrucole

Nell’ultimo testo  della silloge Datura Patrizia Cavalli descrive un pianto scatenato da un senso di vomito: «[…] Io quando mangio troppo/ dopo pranzo mi scendono le lacrime da sole». Chi parla è un amico della Cavalli (la poesia è dedicata a Alessandro Anghinoni).  Che conclude: «Ho queste lacrime lì a disposizione,/ prendo le mie tristezze e ce le butto dentro». Le lacrime nascondono un automatismo, un meccanismo: è come se il vomito, distillato in poetiche lacrime, fosse espulso attraverso delle carrucole meccaniche. La lingua di Patrizia Cavalli è antilirica, priva di psicologismi; è fresca e godibilissima e allo stesso tempo asettica, quasi filosofica (sul modello dei testi filosofici razionalisti del Seicento, con sottili richiami alla cosiddetta teoria umorale e, perfino, agli spiritelli cavalcantiani laicizzati).

Le lacrime analizzate nel testo Datura sono solo un esempio della meccanica dei sentimenti (nel caso esaminato, la tristezza): gli automatismi, le reazioni coscienti e no alla base del comportamento umano, sono rappresentati attraverso il ricorso al modello teorico dell’automa meccanico, usato nel Seicento nello studio del comportamento degli animali. Perché anche l’uomo, per Patrizia Cavalli, è un animale, una complessa macchina biologica. Nella descrizione del corpo umano è utilizzata una terminologia tecnico–filosofica asettica; ciò è evidente, per esempio, nell’elencazione delle parti dell’uomomacchina: «Le mani… i piedi… le gambe… i piedi le braccia… le spalle… le braccia la schiena le mani… i piedi… i polsi le mani le unghie… i piedi le braccia le spalle le gambe la pelle… la testa» (pag. 45). La descrizione è in prosa, ossia non ha un ritmo, è un semplice accumulo senza alcun ordine. Manca ancora «il verso/ e la mesta armonia che lo governa[1]».

Ma qualcosa sta per accadere all’interno dell’automa meccanico e al suo linguaggio.

L’angelo labiale, le parole e il sogno

Quella di Patrizia Cavalli non è, come si potrebbe —a questo punto— pensare, una poesia filosofica, ma è una poesia lirica nonostante le apparenze; la silloge Datura è attraversata da un filo poetico sottile.

L’automa comincia a prendere coscienza della propria autonomia rispetto al modello meccanico (al proprio corpo) e al linguaggio tecnico–poetico della tradizione letteraria italiana, nella quale viene “meccanicamente” ripetuta, attraverso una complessa permutazione di ritmi e stilemi, sempre la stessa serie storica  di versi: «Così schiava. Che roba!/ Così barbaramente schiava. E dai!/ Così ridicolmente schiava. Ma insomma! Che cosa sono io?/ Meccanica, legata, ubbidiente» (pag. 100). Attraverso il sogno (che è il sogno della poesia?) comincia a cambiare anche il linguaggio, che diventa autonomo e originale rispetto ai modelli tradizionali: «[…] Basta,/ scivolo nel sonno, qui comincia/ il mio libero arbitrio, qui tocca a me/ decidere che cosa mi accadrà,/ come sarò, quali parole dire/ nel sogno che mi assegno» (pag. 100).

Più che citare alcuni versi esemplificativi dell’ultima produzione di Patrizia Cavalli (il lettore può gustarsi autonomamente la lettura della silloge Datura), ci limiteremo a mostrare, con l’ausilio di un esempio, il procedimento seguito dall’autrice durante la stesura di un testo significativo.

Nella poesia L’angelo labiale la masticazione di un pezzo di carne (forse una sostituzione metonimica che allude al bacio[2]) nasconde una carica sensuale: «Sarebbe come se […] qualcuno mi infilasse d’improvviso in bocca/ un pezzo enorme di putrida carnaccia […] che poi fossi obbligata ad inghiottire/ tra rivoltoso stomaco e strazio di budella/ senza poterlo nemmeno vomitare». C’è un disgusto iniziale, espresso attraverso un linguaggio realistico e familiare. Ma a un certo punto accade qualcosa: un angelo labiale, bypassando le difese del meccanismo–corpo (la Cavalli dice che, in quel momento, il corpo è «in evaporazione»), prende il controllo dell’automa scrittore: «Ah, fece presto a prendermi! Tanto che subito / afferrando di colpo il cellulare / nell’entusiasmo digitai — Mi manchi […]»  (pag. 83). E, all’improvviso, gli “a capo” sulla pagina bianca diventano dei versi e il poeta inizia a «endecasillabare». E la poesia è, per Patrizia Cavalli, un’espressione della libertà della parola e del libero pensiero rispetto al modello biologico–meccanico rappresentato dal corpo e dagli organi preposti al linguaggio, anche se è ingabbiata in schemi e ritmi tradizionali non superabili a livello conscio. In L’angelo labiale, per esempio, subito dopo l’apparizione dell’angelo i versi si stabilizzano prendendo la forma dell’endecasillabo canonico di 6a (più precisamente, il modello utilizzato è l’endecasillabo a maiore con accenti ritmici principali sulla 6a e sulla 10a sillaba e un accento secondario sulla 4a: − − − (+) − + | − − − + −):

— Bella grassona mia, ti penso sempre.
Un bacio, no anzi due. Già che ci siamo
mettiamone altri cinque e fanno sette,
che a ricoprirti tutta ce ne vuole!

In questi endecasillabi c’è anche un innesto ironico di alcuni stilemi della poesia amorosa secentesca (si pensi, per esempio, alla produzione tardo–cinquecentesca di Torquato Tasso, già pervasa però dalla nuova sensualità del XVII secolo): la bella è diventata una grassona e il numero mille è stato ridotto a sette.

La Cavalli precisa, in un’intervista, la dipendenza inconscia dalle regole metriche tradizionali:

 «Endecasillabi e compagni purtroppo mi vengono da soli. Dico purtroppo perché a volte mi infastidisce questa pulsazione naturale dei versi canonici, mi sento in una gabbia”. Cerca una poesia dove secondo lei non ci sono, poi conta con le dita e si accorge che invece ci sono anche lì: “Oddio, è un endecasillabo pure questo… tutti… Ah, questo no, finalmente!”. Ride e solleva la testa: “D’altronde che senso ha, io non credo ai versi liberi con suoni arbitrari e sgangherati, gli accenti sostengono la memoria e la comprensione, altrimenti non si capisce perché uno debba scrivere delle poesie”[3]».

All’interno della silloge Datura, Patrizia Cavalli si libera abilmente dai forti legami storici, strutturali e stilistici insiti nel genere poesia; rompe le gabbie metriche e formali. Da questa scelta parte il suo «endecasillabare»: la scrittura poetica, svincolata dagli “automatismi” consci e inconsci (e gli automatismi sono sempre mostrati al lettore e mai nascosti), diventa originalissima e innovativa pur continuando a mantenere uno stimolante  rapporto dialettico con la secolare tradizione letteraria.

Il fiore di datura e la poesia

Simbolo della poesia oggi, per Patrizia Cavalli, è il fiore di datura che dà il titolo generale al libro. Questo fiore, che emana un odore nauseabondo e dolce (che attrae e che respinge), è una specie di anti–ginestra leopardiana, un fiore più intimo e personale, e meno razionalistico. Ma anche più pericoloso (ed è stato scelto, si suppone, anche per questo). «[…] Come di fronte a un fiore / di datura, a quel suo giallo/ non propriamente giallo, crema piuttosto,/ la stessa crema che ha la pesca bianca», così lo descrive la Cavalli. E l’Enciclopedia Britannica riporta che alcune specie di datura sono coltivate, oltre che per fini ornamentali, per uso farmacologico  aggiungendo, inoltre, che dalla Datura Stramonium si ottiene lo stramonio, una droga con effetti narcotici e ipnotici e che la Datura Innoxia e altre specie sono state utilizzate da diverse popolazioni nelle cerimonie religiose. Lo stramonio, già noto agli Aztechi, provocava un sonno allucinatorio ed era usato, tra l’altro, in riti divinatori e di iniziazione in America del sud, Europa e Africa. C’è dunque un uso simbolico del fiore di datura da parte di Patrizia Cavalli. La datura è una pianta che allude alla poesia; farne un uso figurato significa, per il poeta, introdurre alcuni elementi di “tossicità” all’interno del testo poetico tradizionale destabilizzandone la morfologia e i ritmi nascosti che ne regolano da sempre lo sviluppo.

Ma la poesia, al contrario del fiore di datura, non appassisce (con «il modo di morire al terzo giorno») (pag. 114); e la Cavalli rivendica orgogliosamente proprio questo, il destino non effimero e non transeunte della poesia: «Ma io non voglio andarmene così […] Un altro è il mio progetto, la mia ambizione/ è accogliere la lingua che mi è data […] oltre il loquace/ suo significato, giocare alle parole» (pag. 114). Perché, conclude Patrizia Cavalli «Io valgo più del fiore[4]». Ossia, la poesia è d(ur)atura.

(Pubblicato su «Il Segnale», anno XXXII, n. 96, ottobre 2013)


[1] Ugo Foscolo, De’ Sepolcri, vv. 8-9.

[2] Quest’interpretazione sembra essere suffragata dal fatto che ne L’angelo labiale compare, più sotto, un riferimento diretto al bacio amoroso: «Un bacio, no anzi due. Già che ci siamo/ mettiamone altri cinque e fanno sette».

[3] Intervista di C. Bonvicini apparsa su «Il Fatto Quotidiano» del  24.06.13.

[4] È l’emistichio che chiude la poesia Datura e l’intera silloge, in Patrizia Cavalli, Datura, op. cit., pag. 114.

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