Lucetta Frisa: ‘I miti, le leggende

 

I miti, le leggende

Lucetta Frisa

1970

Rebellato


L’elemento sempre costante della poesia della Frisa è il ritmo; anzi è la forte coscienza di un ritmo sempre febbrile a comporre in qualche modo il testo, a ordinare in tema e sviluppo una poesia. L’originale impiego del ritmo, dà uno spicco e un colore inedito al linguaggio di impianto classico che la Frisa adopera costruendo un testo di movimento, continuamente percorso da un’affabulazione estremamente concitata di natura sempre un po’ monologante […]. La conseguenza più evidente di una simile situazione del testo è quella di una sorta di “poetica dell’invasione”, per cui parole, oggetti, miti, immagini e scene, nel loro turbinare, invadono la soggettività che è sottesa a questi testi: l’onirico della notte interiore, di cui qui si dà una sorta di rappresentazione, a volte con un bisogno di totale oggettivazione in immagini esterne, in “figure” (quali il mito e i quadri). Tutti i testi della Frisa rappresentano in modi diversi spazi, emblemi e suggestioni di un paesaggio interiore, colto sempre prima di una sedimentazione (che il ritmo naturalmente impedisce) per cui è continua l’oscillazione tra esaltazione e sgomento, tra dominio e perdita, in libero e mobile intreccio. I miti, le leggende (1970) pongono il mito e l’elemento favoloso come vissuto immediato da opporre e difendere dal tempo e dalla storia di cui si coglie la totale ostilità; le varie poesie diventano così lo scenario di questa tensione o lotta, tra immaginati “miracoli” (con qualche richiamo stilistico a Montale) e minacciose prostrazioni. Se l’attenzione al mito in quegli anni era piuttosto rara,  va anche ricordato un particolare valore storico e profetico per un’idea di poesia maturata successivamente (Conte, De Angelis).

(Stefano Verdino, in “La poesia in Liguria”, Forum Quinta Generazione, Forlì, 1986, p. 284)

…Se, come affermava Leo Spitzer, la molla che rivela la poesia scatta su alcune parole-chiave, il clic di questa plaquette di versi si avverte nella cospicua incidenza semantica dei due termini del vizio e del mito. Il “vizio” è una specie di peccato originale che l’autrice, Lucetta Frisa, sente come coscienza dolorosamente negativa dell’esistenza, come frode perpetrata dalla Storia verso l’uomo, come perdita di una primitiva felicità che fa esclamare: “No, non conosco il tempo dell’Atlantide”. Ma, anziché piegarsi al male di vivere, ella tenta di rimarginare quella ferita, con il rimedio, irrazionale ma creativo, del mito.

(Eugenio Bonaccorsi, in Tra vizio e mito, ”Il Secolo XIX”, 31/12/1970)

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