Gio Ferri: “Inventa lengua” – una nota di Gilberto Finzi

 

di Gilberto Finzi

Inventa lengua è il titolo di un libro di versi uscito nella collana dialettale “Elleffe” diretta da Cesare Ruffato per Marsilio Editori. Ne è autore Gio Ferri, del quale si può dire senza ironia anzi con sincera simpatia, che ha provato un poco tutti i generi letterari, paraletterari e non letterari, fino alla fotografia e alla grafica scritturale (meglio nota come poesia visuale). Nei suoi libri ci sono i segni di una dirompente voglia di sperimentare, di toccare il fondo della parola e del dire poetico per risalire poi a reinventare modi e termini, a usare versi e strofe tradizionarli e giocarli sulla più totale estraneità. Perciò forse il suo libro migliore è proprio questo Inventa lengua: che è poi il titolo ma anche chiave dell’operazione tentata (e riuscita). La lingua inventata da Ferri parte dal dialetto, quel veronese, lingua paterna di cui Ferri è ancora debitore (o creditore?), essendo nato a Verona, vissuto a lungo nel Veneto e ‘finito’ a Milano dove fra l’altro dirige con altri due letterati (Gramigna e chi scrive) la rara e studiosissima rivista “Testuale”.

Ma ecco la trovata di Inventa lengua: il dialetto attuale viene mascherato, mimetizzato, sfatto e come rifatto da due elementi nuovi e innegabilmente innovativi: il primo è determinato dal tema (ma sarebbe più giusto dire ‘i temi’, come subito si vedrà.); il secondo, più complesso e degno di un linguista. Tema generale di Inventa lengua è nientemeno che il portale (famoso e bellissimo) della Chiesa di San Zeno (secolo XII) alla periferia di Verona. Due Maestri (uno più antico) si sono alternati per scolpirne i battenti bronzei: 48 formelle più grandi, 26 piccole, decorative. È di questa meraviglia della scultura alle sue origini che parla Ferri: ogni formella una poesia, una ‘descrizione’ (per così dire) dell’azione rappresentata, sia della Bibbia o del Nuovo Testamento. Finezza e acume insieme, straordinario amore per l’arte (ingiusto dirla ‘primitiva’), abilità nella costruzione dei versi (ogni testo diverso, con sue regole, metrica, colore verbale) competono, fanno a gara nell’inventare (e innovare) la poesia. A origine storica della scultura deve corrispondere origine della lingua. E allo scopo di comprendere dove nasce e come si comporti la lingua-dialetto di Ferri sarebbe bene risalire addirittura all’ “indovinello veronese” del secolo VIII o IX, poi prendere Giacomino da Verona autore della Jerusalem celeste o il suo contemporaneo Bonvesin de la Riva, tra i precursori di Dante, e soprattutto tra gli ‘inventori’ della lingua volgare, più tardi detta italiana. Aggiungere la moderna sapienza del linguaggio, dialettale e no, il ‘fare poetico’, l’insolita mescolanza che a volte finge il dialetto ma vi insinua il sapore dell’attuale (come quando usa “busineso” dall’inglese business). Una pagina scritta per il piacere dello scrittore vedrà la soddisfazione del lettore? Capirà, non capirà? Ebbene, quasi non c’è bisogno della traduzione (a volte del chiarimento della situazione poetico-scultoria) a pié di pagina. È tutto nel testo, nella sua ricerca, assoluta, caparbia, essenziale: originale soprattutto.

(Da “Il decennio e un’idea di poesia” , Guida ed., Napoli 2003)

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