Alessandro Broggi: ‘Coffee-table book’ – una nota di S. Guglielmin

 

di Stefano Guglielmin

Dopo aver mimato il chiacchiericcio ordinario, quel brusio senza fondo e pensiero che galleggia fra le genti d’occidente e forse, con altre onde, in ognidove globalizzato, Alessandro Broggi, in coffee-table book (Transeuropa, 2011) ci consegna stringhe di liricità abrasa prese in prestito nei fondachi d’autore e in quelli meno nobili del poetichese contemporaneo. In 26 quartine paratattiche nominali-sintagmatiche organizza un collage di luoghi comuni «della qualità di massa» come recita la quarta di copertina, il primo dei quali trasforma il titolo di del romanzo più travagliato di Francis Scott Fitzgerald, «tenera è la notte», in un logo d’agenzia per viaggi esotici oppure, per chi attinge d’altro immaginario, per un incipit emotivamente connotato, forte in apparenza, ma indotto – forse da distorte memorie leopardiano-petrarchesche (si ricordi l’esordio de La sera del dì di festa), oppure da derivati sanremesi – al punto da impoverirsi sino a perdere qualsiasi funzione poetica. Posto che Broggi creda ancora alle funzioni jacobsoniane o, meglio, che ritenga possibile versificare secondo tradizione senza per questo produrre ideologia o stereotipo. L’impressione è che, sin da Inezie (ma ora con più sottile distanza polemica), egli scelga d’immergersi nelle forze che agiscono sulla sfera preconscia, per evidenziarne l’inautenticità, intaccate come sono da un sistema invasivo diventato il nostro serbatoio da cui trarre le immagini. Non certo i pensieri, che in questo volumetto sono tolti già nel titolo, rinviando al libro da tavolo patinato e illustrato, a cui tuttavia Broggi toglie le figure reali per lasciare quelle suscitate dai finti versi, il cui intreccio potrebbe suggerire una passione dell’autore milanese per l’ars combinatoria barocca e per le suggestioni di Paul Valery, interessato più al processo creativo del poeta che all’opera in sé. Solo che Broggi legge il mondo non dal principio della modernità, ma dalla sua fine, dalla scorza di quanto, alla fine del XIX secolo, poteva ancora avere un alone eroico, un piglio esplicitamente critico, di rottura e scandalo. Quanto ci lascia caffee-table book è invece una traccia di vita artificiale sospesa nel vuoto, un silenzio siderale nel quale scorrono voci senza peso. Non tutte decollate dal poetichese, invero, ma anche da altre basi, comunque mass-mediali o prese dalla manualistica d’ogni specie (riporto, a titolo esemplare, le prime due quartine: «tenera è la notte / tutto intorno all’opera / progettando in grande / tra sogno e realtà» oppure: «l’alfabeto dei colori / sinfonia di forme pure / lungo i sentieri del sogno / la visione del domani»).

Com’è evidente, la distanza critica si è fusa con l’artefatto per cui è assai difficile cogliere la crepa ironica che agisce sottotraccia. Ciò per una scelta autoriale di regressione (memoria verghiana?), m anche, mi pare, per il convincimento che oggi sia possibile solamente una pars destruens delle idolatrie contemporanee, in attesa che si apra una nuova regione del senso, su cui costruire la bellezza futura.

( pubblicato su Blanc de ta nuque )

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