Ciò che resta dentro e fuori di noi: una nota su Umberto Fiori

È stata recentemente ripubblicata, presso la casa editrice Marcos y Marcos, la seconda raccolta poetica di Umberto Fiori, uscita nel 1992, e intitolata Esempi. Ex chitarrista del gruppo rock Stormy Six, poeta e saggista (è autore di una monografia su Camillo Sbarbaro) Fiori è uno dei più interessanti poeti contemporanei. Nato a Sarzana, in Liguria, ma residente da anni a Milano, dove insegna all’Università, Fiori ha ereditato la grande tradizione poetica ligure, soprattutto la linea SbarbaroMontaleCaproni, inserendosi poi a pieno in quella che è abitualmente denominata la linea lombarda, e cioè quella corrente poetica che vanta, tra i suoi esponenti principali, Giovanni Giudici, Luciano Erba, Giovanni Raboni.

Che cosa lega Umberto Fiori a questi insigni poeti? Anzitutto la predilezione per una poesia-pensiero di ascendenza leopardiana, una poesia della concretezza, dell’hic et nunc, una riflessione in versi, ma prosastica e antilirica, sulle disarmonie del quotidiano, sui vuoti e le mancanze, sulle lontananze che tentiamo di esorcizzare attraverso le parole. E proprio il tentativo di spiegarsi attraverso le parole, di decifrare la realtà che ci circonda, fatta di case, alberi, colli – alla maniera di quella evocata da Sbarbaro – ma soprattutto quella interiore, le voragini del nostro io, questo bisogno di “chiarimenti”, per citare un’altra raccolta di Fiori, è il filo conduttore della sua poesia, un estremo tentativo di abbracciare il mondo con lo sguardo, di “essere gli altri”, nonostante, spesso, l’impossibilità di spiegarsi, di arrivare “al cuore della questione”, di scoprire il punto morto del mondo, come diceva Montale.

La volontà di dire, di capire e decifrare, e soprattutto di dire le cose, secondo un gusto della concretezza leopardiano, si traduce in una rappresentazione della realtà che, nella sua durezza e incisività, costituisce il correlativo oggettivo della condizione esistenziale del poeta. Esempi è appunto una raccolta di saggi, memorie, frammenti – voragini di case in costruzione, capannoni, autostrade – dove l’uomo è spettatore, sospeso tra incanto e disincanto, del vuoto che circonda le cose. Straordinaria è la capacità di Fiori di concretizzare, attraverso esempi, l’eterno arrovellarsi del pensiero, come nell’immagine della falciatrice a motore che non smette di girare nella calma del pomeriggio (Balcone). Mentre le vie si spopolano e gli uomini si rintanano, terminato il lavoro, nelle loro abitazioni “Allora invece le case / si vede come niente le nasconde, / giorno e notte / davanti a tutti / come rimangono nude (Orario)”.

Fiori disegna un paesaggio urbano, fatto di stazioni, anditi, spiazzi, e soprattutto scavi, un fuori che corrisponde a un dentro, pronto a rivelarsi per illuminazioni. A differenza di Montale, però, le rivelazioni, le epifanie, che si manifestano nella calma soleggiata del meriggio, non possiedono alcunché di misterioso o di ‘miracoloso’, ma sono il segno di qualcosa che rimane, in mezzo alla precarietà:

Alte sopra la tangenziale, chiare,
due case con in mezzo un capannone.
È questa l’apparizione,
ma non c’è niente da annunciare.

Eppure solo a vederli
Là fermi, diritti davanti al sole,
i muri ti consolano
più di qualsiasi parola.

Cancellate, ringhiere,
scale, colonne, cornicioni:
ha l’aria, tutto, come se qualcuno
dovesse veramente rimanere.
(Apparizione, p. 72)

Ma se ciò che resta è soltanto un fuori, dominato dalla solitudine e dalla desolazione, ciò che permane dentro è la possibilità di essere gli altri, di dilatare lo sguardo per abbracciare il mondo:

Ecco: le cose.
Dove tutto si perde e manca,
rimangono. Si lasciano
ascoltare e vedere.
Sono vere, le cose, e saranno vere:
per questa promessa anche ora,
nascoste nel loro buio,
anche in corsa, 
ti sembrano care e buone.
(Treno, p. 96)

Una poesia delle rimanenze, quella di Umberto Fiori, che non si rassegna all’impossibilità di comunicare e che recupera, non più attraverso i segni della natura, bensì i segnali lasciati dall’uomo, “Una fila di esempi, una serie / di facciate di case, rapide e serie (Esempi)”, la possibilità di resistere e forse di scoprire, per improvvise illuminazioni, la terribile verità del mondo.

 

(di Lavinia Spalanca su Prometheus, N. 86 – Settembre 2004)

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