incroci n.25: Crisi e crisalidi

 

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Editoriale

di Daniele Maria Pegorari

«Dovrebbe dunque essere chiaro che non ci sarà ‘ripresa’ e che non è il caso di aspettarla. Godot non arriverà»: con queste lapidarie parole si avvia alla conclusione la splendida riflessione con cui ha inizio uno dei libri più coraggiosi di questi ultimi anni, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo dello storico Piero Bevilacqua (Editori Laterza, Roma-Bari 2011, p. xxviii), dedicato a un’analisi della crisi in atto (la Grande Contrazione, come la chiama Federico Rampini in un volume non troppo benevolmente recensito fra le ‘Schede’ che chiudono questo numero di «incroci»). Fra cifre sconsolanti e crude analisi dello sfacelo dei presidi politici e culturali che avrebbero dovuto proteggere il mondo (e almeno l’Occidente) dagli effetti di un’economia liberista lasciata senza regole, colpisce il lettore, da un lato, il ritorno a un tono a tratti allocutorio, una sorta di appello alla critica dal basso e a riprendere «l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta» (p. xxxi) e, dall’altro, la presa in prestito di una gloriosa allegoria della crisi esistenziale che attraversa tutta la postmodernità, quella che Samuel Beckett aveva affidato ad Aspettando Godot, appunto, non troppo diversa da quella che sosteneva I barbari di Constantinos Kavafis (molto amati da Montale, fra l’altro), Il deserto dei tartari di Dino Buzzati e il Libro di Ipazia di Mario Luzi. Il filo che collega tutte queste opere (e molte altre ancora) è l’angoscia della ‘soluzione dall’esterno’, spesso temuta inizialmente come un attentato alla purezza e alla stabilità e infine sperata come unica via d’uscita, quando appare chiaro che gli assetti dominanti della nostra vita individuale e collettiva sono fuori controllo e ‘opachi’, illeggibili, indecifrabili. Contro il pensiero egemonico dell’età contemporanea che tende a ridurre ogni flessione dei cicli produttivi e ogni limitazione degli spazi di agibilità democratica come accidenti momentanei e superabili per la forza stessa del capitalismo liberale, dio al quale si crede per atto di fede e per il quale già Croce, in fondo, parlava di «religione della libertà», ci pare chiaro, invece, che da quasi un secolo e mezzo l’Europa, l’Occidente, il Mondo non fanno che precipitare senza freni nel baratro di una sola grande Crisi, fatta di tante emergenze epifenomeniche, ma inquadrabili e spiegabili tutte all’interno del quadro di un gigantesco collasso antropologico: il corpo della nostra società è malato e ogni cura che cerchi le soluzioni nel ‘manuale d’uso’ del bravo capitalista non potrà che essere un palliativo, un bruscolino omeopatico, la dilazione di un’agonia tutt’altro che metaforica.

È sulla Crisi come transizione epocale che vuol riflettere questo venticinquesimo numero di «incroci» (e probabilmente dovranno farlo anche i numeri successivi), come urgenza civile da risolvere, ma anche e prima di tutto come occasione per conoscere, perché mai come in questi tempi l’umanità può essere penetrata sotto le scorze della propria apparente stabilità e mostrarsi nuda, vulnerabile, ma anche più vera e affascinante. È solo da questa idea di crisi che possiamo ricavare la speranza che questo nostro tempo sia un corpo in mutamento, una morte che preluda a una rinascita, non miracolosa o provvidenziale, ma cercata con desiderio e sofferta nelle fibre più profonde. Al Grande Tecnocrate che mancherà l’ennesimo appuntamento come ogni Godot, «incroci» risponde con la poeticissima allegoria della crisalide, ricca di ben note mediazioni (Gozzano e Montale, per ricordarne qualcuna).

E così, dopo un ciclo poetico di Marcello Marciani (che conferma il nostro interesse per la poesia come ‘impegno strutturale’), la ‘bottega’ sperimentale di questo numero ospita scritture di autori vari corrose dai temi e dalle vicissitudini dei nostri tempi, con una riflessione introduttiva di Lino Angiuli e le immagini di Pierluca Cetera, intervistato per noi da Francesco Giannoccaro. In un’altra intervista, a cura di Vincenzo Mascolo, il presidente della Fondazione Roma e vice Rettore dell’Università Europea di Roma, Emmanuele F.M. Emanuele, un vero e proprio mecenate dei nostri giorni, ci consegna le sue riflessioni sugli orizzonti dell’industria culturale in questi tempi di ristrettezze finanziarie. Di grande tensione civile è l’ultimo volume di un poeta di ‘scuola lombarda’ Fabio Pusterla, Corpo stellare, al quale Salvatore Francesco Lattarulo dedica un’analisi accuratissima che ricolloca all’ordine del giorno l’esigenza di un ‘nuovo realismo’. Da «autorità» a «globalizzazione», da «informazioni» a «verità», la crisi ricostruisce o decostruisce anche il nostro lessico: prova a mettere a fuoco qualche voce del nostro attuale ‘vocabolario’ Domenico Ribatti.

Ma la storia della nostra cultura ci offre l’opportunità di rileggere le ‘prime pagine’ di tale ‘romanzo’ della crisi, di cogliere le crisalidi di questo momento terribile, i punti di incrocio fra l’identico e il diverso e i ponti percorsi ora pacificamente, ora bellicosamente da un’Europa inquieta, lungo quasi due secoli: a questo mirano i sondaggi di una giovane studiosa serba, Milica Marinković, a proposito degli interessi interculturali dell’italo-dalmata Niccolò Tommaseo; la ricostruzione storica che Dorella Cianci offre del ruolo che il poeta armeno Hrand Nazariantz ebbe a Bari nella creazione di una comunità di esuli in fuga dalla pulizia etnica turca; la relazione di Teresa Zonno, una pugliese che dirige un teatro di Berlino, intorno alla riscrittura cinematografica e teatrale del Methusalem o l’eterno Borghese, composto nel 1922 dal drammaturgo surrealista Iwan Goll («cuore francese, spirito tedesco, sangue ebreo e passaporto americano»); infine il saggio di Isabella Di Bari sul cinema di Zurlini, colui che, oltre ai romanzi di Pratolini, portò sugli schermi anche ciò che sembrava irrappresentabile, il vuoto esistenziale e l’angoscia del già ricordato Deserto dei tartari di Buzzati. E, sulla scia degli interessi che da sempre «incroci» ha manifestato per la ‘settima arte’, il numero culmina con un omaggio di Vito Attolini e Raffaele Nigro al grande regista Theodoros Angelopoulos, scomparso il 24 gennaio 2012, testimone di una cultura straordinaria quale quella greca, a cavallo fra tradizione e avanguardia, oggi piegata dal collasso economico e politico.

Il lettore coglierà numerose novità grafiche, sia in copertina che all’interno; ci è sembrato che questo fosse il momento giusto per ‘rifarsi il trucco’, nella convinzione che dal male debbano sempre rinascere i fiori

 

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