A proposito di “Addio alle Armi” n.8: Matteo Veronesi

 

Da tempo penso che si dovrebbe organizzare un incontro che potrebbe intitolarsi: “Minimalismo, lirismo, sperimentazione. Sentieri ed esperienze della poesia e della poetica contemporanee”. Questi tre mi paiono, oggi, e forse per i prossimi decenni, gli indirizzi fondamentali della poesia. Essi costituiscono la sintesi, una e triplice, ma potenzialmente molteplice, delle esperienze di cui siamo tutti, più o meno consciamente, eredi, e con cui dobbiamo direttamente o indirettamente misurarci, fosse pure per via di rimozione o d’elusione (e delusione, e de-lusione, gioco e stanchezza, esautoramento e riscrittura, nullificazione e ritrovata serietà del pensare e del vivere).

La “convivenza delle poetiche” dovrebbe consistere in questo.

Eliminiamo le invidie, i risentimenti, gli argomenti ad personam, i pregiudizi ideologici, le ripicche meschine: quel poco, quel pochissimo che resterà, residuo purificato, sarà l’autentica e vera e feconda riflessione sulla poesia.

Riflessione che è essa stessa (meta)poesia, poesia sulla poesia, e dunque poesia a sua volta, anche se nella forma, prosastica e lirica, riflessiva e intuitiva, argomentativa e analogica, del “poème critique”.

Multiplex unitas, ricerca essenziale della Parola – investigazione che può percorrere vie diverse, e raggiunta la sua meta momentanea ed eterna può ripartirne lungo altrettanti sentieri.

“Non uno itinere potest perveniri ad tam grande mysterium”. Ciò che valse e vale per la religione – per la foresta delle fedi – può valere per la poesia.

Lontanissimi dalla politica, lontani dall’ideologia – a meno che l’ideologia non si faccia essa stessa stile e linguaggio, divenendo dunque, senza più mediazioni, senza più gioghi (e giochi), poesia.

Poesia a suo modo pura e sublime – anche via negationis, anche quando sia antisublime ed impura.

Assoluto dell’essere che incontra l’assoluto della negazione.

Nell’era digitale, possiamo buttare all’aria l’editoria, la politica, la propaganda – forze nemiche, forse da sempre, e certo mai come nell’età contemporanea, della poesia e della sua libera, gratuita natura.

E, allora, sfumeranno e svaniranno tante contrapposizioni che forse tali non sono.

E’ possibile leggere e amare, ed emulare, Luzi come Sanguineti. Forse può farlo uno stesso poeta, addirittura in uno stesso testo – certo possono farlo, continuando a coesistere e a dialogare per un’Opera che li eccede, due poeti, più poeti, un’infinità di poeti.

Il sogno maudit della poesia “faite par les masses” sta per divenire – sta già divenendo – realtà.   Esserne partecipi restando comunque autori, individui, persone è un destino, una delle necessità e delle sfide, che dobbiamo affrontare.

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2 Comments

  • Interessante notare che quella frase (non uno itinere…..) si trova in Simmaco, il quale invitava i cristiani al rispetto di ciò che restava del paganesimo morente, e li invitava al dialogo. Già, perché i cristiani perseguitarono i pagani nella stessa misura in cui i pagani avevano perseguitato i cristiani. Ci sono rimasti gli “Acta martyrum paganorum”, che hanno la stessa intensità, e spesso le stesse immagini e situazioni, gli stessi motivi e gli stessi archetipi, della martirologia cristiana. E Giuliano l’Apostata non perseguitò i cristiani; cercò, semmai, di reclamare la legittimità e la libertà di culto per il paganesimo.

    Indubbiamente, non è possibile mettere sullo stesso piano, e nemmeno lontanamente accostare, l’intolleranza religiosa e razziale, che ha portato e porta a spargere sangue, e l'”intolleranza poetica”, motivata dalle scelte estetiche e dalle posizioni ideologiche. Certo è, però, che anche quest’ultima intolleranza può uccidere, o almeno mutilare, la formazione e la condivisione della memoria culturale.

    Il rifiuto del Mistero, l'”eclissi del sacro” diceva Pasolini, l’appiattimento, la reificazione o il rigetto della trascendenza (nel senso metafisico, come in quello di un’alterità e di una diversità immanenti, intersoggettive, sociali, storiche, o di qualsiasi altra natura) conducono a tutte le varie, più o meno drammatiche, forme di intolleranza e di chiusura.

  • Notevole.” ‘Non uno itinere potest perveniri ad tam grande mysterium’. Ciò che valse e vale per la religione – per la foresta delle fedi – può valere per la poesia.”. Ma dico, ci accorderemo sul senso del mistero? Sulla presenza stessa del mistero? Sulla struttura non del sentiero, ma dell’invisibile verso cui la creazione artistica conduce? Può mai la poesia farsi presenza ontologizzata senza una narrazione condivisa del visibile e dell’invisibile?

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