La mano ozia nel nido delle tue cosce,
è sera, e la sera rinnova la pioggia,
mai cessata di fremere.
— Alessandro Ricci

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Rosaria Lo Russo a specchio con la Sexton: ‘Io e Anne. Confessional poems’

 

di Cecilia Bello Minciacchi

Può capitare che la scrittura confessional susciti vivaci scontri d’opinione. Il genere, infatti, tanto in prosa quanto in poesia, non risulta neutro. Le donne poi, quando lo praticano, rischiano (o temono) di essere guardate con sospetto e brevemente liquidate. Per questo, a volte, travestono poesie nate confessionalcon abiti altri, che confondano le carte. Non così Rosaria Lo Russo, che con l’estro suo proprio – e l’ironia, soprattutto, di cui è capace – si è buttata a capofitto in un esperimento riuscito e strutturato, Io e Anne. Confessional poems (libro + cd con le musiche di Mondo Candido, d’if, pp. 100, € 20,00). L’opera, testo e cd, è l’ultima testimonianza di un dialogo apertosi molti anni fa, quando Rosaria Lo Russo iniziò a tradurre Anne Sexton per Crocetti e per Le Lettere. La dualità è sostanziale all’opera, bipartita: la prima parte comprende testi di Lo Russo e la seconda testi di Sexton, tradotti dalla stessa Lo Russo. Ma la dualità non significa qui dicotomia: i versi di Rosaria, infatti, mostrano un legame fortissimo, tematico e citazionale, con quelli di Anne, fin dalle poesie d’apertura di ciascuna parte, legate strettamente per puntuali rimandi intessuti. Nel cd, poi, la voce di Lo Russo si offre ai soli testi di Sexton, in un’atmosfera che mentre sconfina nel pop (la “diva” Sexton era venerata da platee adoranti) è di fatto interpretazione attoriale ed esegesi critica. Oltre al dettato confessional, le questioni teoriche e letterarie aperte da Io e Anne sono molte: dal significato del tradurre (traduzione come «tradimento» o come «citazione ininterrotta», diceva Sanguineti), all’importanza delle “madri” letterarie, a una scrittura che si può riconoscere di genere. Intanto, si dirà che la poesia di Lo Russo si fa confessional con stratificata e diffusa cultura letteraria e con il gusto di una lingua golosa d’invenzioni, «scarruffata» eppure temprata nella vivacità delle tramature foniche e dei ritmi metrici. Poi si dirà che la sua traduzione dà prove sperimentali brillanti e ricercate sempre in dialogo con la propria scrittura. Infine, che accanto ai padri – Dante e Foscolo in primis– vanno stabilmente collocate le madri/sorelle Amelia Rosselli e Anne Sexton, Angela da Foligno e Teresa d’Avila, Gaspara Stampa e Sylvia Plath. Si ritrova, in questo ritratto che gioca con un riflesso dell’io, la «poetrice» che già in Comedia (prefazione di Elio Pagliarani, Bompiani, 1998) descriveva con ironia la sua «vita infanta testarda» e in Penelope (d’if, 2003) riscattava con soddisfazione la sposa di Ulisse. Autobiografa disincantata, racconta ora il proprio concepimento, quando «tenace come cozza» si è infilata «virulentemente» nella luna di miele dei genitori, il suo «star male /d’adolescenza esorbitante», ragazzina «arlechinesca» in Sanfrediano, il menarca da cui è stata «umiliata d’umiltà», gli odori e i fiori di una virtuosa Sonettessa saffica, l’«amore tondo come una bomba» della maternità biologica, e la maternità spirituale che la fa figlia e madre di sé, «femmina fonica, attressa», musa a se stessa.

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