Fu dove il ponte di legno n.1: Introduzione e note intorno a tre luoghi della clausura


Esiste, può esistere una poesia senza sguardo?
E lo sguardo evoca un luogo?
E questo luogo si situa nello spazio visionario della parola,  come altro dal materico?
E’, il luogo della scrittura, spazio mentale di un già visto, di un già accaduto o piuttosto l’ossatura portante di una parola che rischia, o azzarda, il sentiero dell’indicibile e dell’innominabile?
Riporta, lo sguardo, alla concretezza della cosa o la trasporta tutta, sradicandola dalle sue fondamenta, verso un altro dove?
Il vedere della scrittura presuppone sempre uno spazio. Se lo spazio è, necessariamente, frizione della distanza, le cose si fronteggiano in un rapporto drammatico di dare e avere, apertura e chiusura, rinuncia e proponimento, indifferenza e partecipazione. Si tratta di uno spazio affollato quanto meno da un soggetto; colui che inizia a evocarsi, richiamando necessariamente un altro soggetto, o la moltitudine.
Si potrebbe dire che la scrittura è, essa stessa, luogo dell’autoconvocazione, realissimo, certo, ma anche mentale. La poesia si misura tutta nell’incontro/scontro con i soggetti che essa chiama sulla scena di una ra/ppresentazione, di un essere nello spazio/tempo della esistenza precaria. La scrittura, insomma, ritaglia intorno a sé il perimetro di un limite, al di là del quale lo sguardo non gli appartiene più, perché è azzerato dalla distanza dell’indicibile. La poesia è in un luogo soprattutto quando l’infinito il guardo esclude, nell’angoscia dell’altro da noi.
Immagino il teatro della scrittura, letteralmente, nei rapporti prossemici e di significanza dell’inquadratura, dell’ubicazione degli oggetti, della funzione della luce, finanche, elementi offerti allo spettatore/lettore come chiavi di apertura di una possibile porta di senso. Laddove, invece, quando l’opera si fa puro proclama, si autorappresenta, sceglie di essere l’anghelos innominato che non ha nome, l’annegato; colui che non porta il senso ma solo la sua immagine postuma, il suo cadavere in contemplabile.

Archetipo dello sguardo/luogo del moderno è, a mio avviso, la finestra leopardiana, limes posto agli occhi perché possano vedere meglio, costretti cioè a ritagliarsi dall’altro da sé, a sentire l’oltremisura come cartina di tornasole della possibilità poetica.
Così lo sguardo si situa nella dimensione prospettica di una certa distanza dal confine: me dal padre, la madre; me e Silvia – figura evocata da dove, da quale provenienza? – me e gli altri, il mondo sensibile che vive; me e la letteratura, la storia, i fratelli e i nemici.
Sono, appunto, rapporti prospettici, possibili solo dalla coercizione mentale a evocare le forme. Al di là, c’è la fuga, la rottura dell’ordine dello spazio geometrico; morte data per soffocamento, nel respiro del mondo.
Evidente appare, in questa esperienza di reclusione, la struttura teatrale dello spazio/casa; il dietro le quinte – enorme e indescrivibile – della casa. E, sul proscenio, la finestra cannocchiale, cortina di ferro, attore/spettatore, sguardo cercato, complice, ma non ricambiato. Quarta parete, finanche, la cui luce, filtrata e concentrata dall’obiettivo che la proietta nella stanza, moltiplica esponenzialmente le possibilità dell’inquadratura.

Questo potenziamento esponenziale mi sembra pienamente realizzato nell’opera di Emily Dickinson. La qualità del suo spazio è data fin dall’inizio. L’angustità, in Leopardi, il limite invalicabile, carica la tensione verso una rottura, la costruzione di un nuovo paesaggio; vibra nelle immagini di un possibile altro palcoscenico naturale, ricchissimo di implicazioni.
Nel palcoscenico della Dickinson, invece, la distanza si riduce alle dimensioni di un foglietto, all’appunto poetico, alla perfezione in pillole senza svolgimento. Nello sfondo c’è il rituale domestico della reiterazione. La parola, in Emily, gira intorno a questa coazione a ripetersi, strutturandosi, scandendosi in sillabe e suoni. Non si espande, ma nemmeno si contorce; si anchilosa. Tutto il mondo, piuttosto, il dentro e il fuori, è ridotto in pillole, catalogato in dimostrazioni minime di esistenza, di splendore. La clausura è un perfetto teatro della resa, dell’attesa della vita vera.
Nella mente di Giacomo si spalancano i confini di una siepe. Nel caso di Emily si avverte la minaccia dell’intrusione, del distruttore delle porte, il numen amoroso da tenere a bada, pena l’urto, l’accostamento. La poesia si protegge e si alimenta in quell’alcova mortuaria che è la stanza, introietta il fuori, perfino la ventata di eros, dio brevissimo e coattivo. Lo controlla, lo riduce ad archetipo dell’amoroso. L’atto dello svolgersi, del divagare, è simile al volo di un’ape libera di spaziare dal sepolcro spalancato della domesticità, fino ai meandri della Storia tutta, sapendo che «c’è una solitudine dello spazio,/una del mare,/una della morte, ma queste/compagnia saranno/In confronto a quel più profondo punto/quell’isolamento polare di un’anima/ammessa alla presenza di se stessa – /Infinito finito.»
Lo spazio, in Emily, è illusorio.

In Pierre Reverdy la clausura abita un altro spazio angustissimo: quello degli occhi. Lo spazio della poesia sono gli occhi. Il fuori viene svuotato del suo ardere, del suo colore. Il colore rimanente spesso è un blu notte, trepidante di attesa, o un giallo splendente e spremuto, trepidante anch’esso della vita che si lacera e si dona e tuttavia non è, non può essere, non è pienamente: perché colui che era atteso non è mai arrivato.
In Reverdy lo spazio della scrittura è la calibrazione precisissima dell’immagine, pena l’angoscia; senza sfocamento. La descrizione rapida prima che l’oggetto trascolori nella sua luce, prima che la solitudine e la malinconia generino astio. E quindi storpiatura nella parola. Dove la parola non arriva, o rinuncia, ecco lo spazio bianco della pagina, il verso bianco tra un verso e l’altro, la parola non detta, l’immagine ritagliata e immobilizzata nell’angolo di una stanza.
Lo spazio trema in Reverdy come i muri fragili della casa; qualcosa è già accaduto, la parola l’insegue; il poeta fugge il mondo, rinuncia; la sua voce non centra, è centrata dalla minaccia di una tempesta che scoppierà; dall’attesa.
Reverdy non abita lo spazio, è lo spazio ad abitare il perimetro dei suoi occhi. Il poeta abita la provvisorietà dell’immagine, e quindi la precarietà dell’esistere. La sua scrittura nasce a distanza, nel bordo della mondanità, al cui centro splendono gli ori e le perle e dove la parola viene lanciata nel vortice della danza come la vittoria rigogliosa e lacera della vita. Reverdy guarda e parla. Ma le parole potrebbero lasciare posto alla sola immagine.

 

 

 

 

 

 

Giacomo Leopardi


L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.


[Testo tratto da Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 3, di Mario Pazzaglia. Ed. Zanichelli. Prima edizione, marzo 1979.]




Emily Dickinson


273

Intorno alla vita mi mise la cintura –

Sentii scattare la fibbia –

Poi se ne andò, da imperatore,

ripiegando la mia intera esistenza –


754

La mia vita era rimasta – in un angolo –

come un fucile carico –  fino al giorno in cui

il suo padrone passò –  mi riconobbe –

e mi portò via con se –


252

Sono capace di passare a guado di dolore –

Stagni interi di dolore –

Ci sono abituata –

Ma se appena la gioia mi spinge e mi sfiora

le gambe non reggono –

e barcollo –   ubriaca –

Non un ciotolo –   sorrida –

È stata colpa del nuovo liquore –

Nient’altro!


850

Io canto per consumare l’attesa –

Allacciare la cuffia,

chiudere la porta di casa,

non mi resta nient’altro da fare,

fin quando, all’avvicinarsi del suo passo finale

viaggeremo verso il Giorno

raccontandoci di come abbiamo cantato

per tenere lontana la Notte.


[tratte da Silenzi, Feltrinelli, introduzione di Barbara Lainati.]




Pierre Reverdy


Sempre solo

Il fumo viene dai loro camini o dalle vostre pipe? Ho scelto l’angolo più acuto di questa stanza per stare solo; e la finestra di fronte s’è aperta. Verrà lei?
Nella strada dove le nostre braccia lanciano un ponte, nessuno ha alzato gli occhi, e le case s’inclinano.
Quando i tetti si toccano non si osa    più parlare. Si ha paura di tutti i gridi, i camini si spengono. E’ così buio!


Il velo del tempo

Il tempo scorre più in fretta per le persone anziane. La luce fredda che esce dai loro occhi non chiama il giorno. Guardano nell’interno, per non vedere nulla. Persone, memorie dolorose vi si agitano. Talvolta una forma si precisa e le loro teste si curvano lentamente. Sono commossi.

Tra le finestre socchiuse non s’ode nulla. La sera viene e la lampada attraversa la casa. Un uccellino notturno canta, una voce di donna gli risponde. Ma chi è partito non è ancora tornato.

In ginocchio davanti all’immagine ella chiede perdono. Un suono di campane sfiora il tetto, un’ombra si è mossa nella tenda di fondo. Una pioggia di stelle discende dalla cornice che inquadra un morto. Un fuoco in basso si spegne a poco a poco.

Davanti alla porta da dove i vegliardi sono usciti c’è un foro e un velo di neve che cade per impedirci di vedere. Il vento che sibila ci fa sussultare – o è la paura che giunge dai limiti sconosciuti.

 

Suono di campana

Tutto si è spento

Il vento passa cantando

E gli alberi rabbrividiscono

Gli animali sono morti

Non c’è più nessuno

Guarda

Le stelle hanno smesso di brillare

La terra non gira più

Una testa si è inclinata

I capelli ramazzano la notte

L’ultimo campanile rimasto in piedi

Suona la mezzanotte.


[tratte da La maggior parte del tempo, Guanda 1966, con una presentazione di Franco Cavallo]
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7 Comments

  • ciao Marco, leggo solo ora. Ma tu sai che, a volte, la lucidità è uno specchio riflettente…penso ai tuoi matterelli…il trucco è la lucidità? Sebastiano

  • Riflessioni di lucidità assoluta. Mi vien da dire: se il nostro passato lo guardiamo con occhi simili, ogni volta che ri-leggiamo quelli che si definiscono i classici leggiamo materia che si trasforma, che è già nostra, ben appostata dentro l’occhio contemporaneo.
    Grazie a Sebastiano e mi auguro, personalmente, di formulare pensieri critici di simile lucidità (stavo scrivendo ludicità, ma forse non è diverso il gioco serio che facciamo tutti i giorni leggendo i nostri poeti.)
    Marco E.

  • Grazie a Sebastiano Aglieco per queste interessanti riflessioni. La “finestra” di Leopardi funge quindi anche da “torre”, protegge dall’infinito e coincide con una condizione di dipendenza dall’angustia della vita familiare. Sa Leopardi che anche andando via non sarà mai libero. Il disincanto sarà il “fondo” del suo spirito passionale e inquieto.
    un caro saluto e i miei auguri a Poesia 2.0
    Abele

    • La figura leopardiana è interessante: il poeta non riesce mai completamente ad accettare le conclusioni a cui lucidamente egli stesso giunge. Nonostante tutto.
      Grazie per il passaggio Abele.
      Luigi B.

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