Zibaldello n.27: Il giardino dell’ attesa

 

di Rosa Salvia

“Non c’è atteggiamento di maggiore umiltà dell’attesa muta e paziente. È l’atteggiamento dello schiavo pronto a qualsiasi ordine del padrone, o all’assenza di ordini. L’attesa è la passività del pensiero in atto. L’attesa è trasmutatrice del tempo in eternità.” (Simone Weil, Quaderni IV, trad. di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1993)

Tale atteggiamento è al contempo ricettivo (passività) e rivelativo (attività): è ricettivo dei tesori ereditati dal passato come anche ricettivo nel senso inteso da Keats: “diligent Indolence,” che permette di farsi compenetrare dal negativo senza rendergli il definitivo omaggio d’una abdicazione, ma solo quello d’un momento di transizione necessaria per diventare rivelativo della capacità di creare ex novo il presente.

Peraltro la poesia, come la musica o qualsiasi altra forma d’arte, non “fa centro” se non crea per il lettore un nuovo tempo. Ma il passaggio dall’attesa al suono, all’immagine, e la disposizione weiliana ad ascoltare il silenzio sembrano indicare un metodo che nella crisi dei linguaggi contemporanei, permette ancora di tornare a dire nel grande rispetto del passato … non fuggiremo rare tempeste e le oasi del tempo / scarniti e gravidi fuochi, forme improvvise / a noi raccolte l’amorosa spiga e l’involucro / scabro e dilavato, e il vento informe / dove l’accento triste nelle parole / della tua vita verissima / s’improvvisa leggero e sopravanza / lo scheletro delle aspre ragioni, arde il tabernacolo / nel mare, le forze che ho dovuto / ho dovuto serrare  (Dalla poesia “L’attesa” di Beppe Salvia, I begli occhi del ladro, Il Ponte Del Sale, Rovigo 2004)

Il passato non è dunque una dimensione a noi estranea che possiamo guardare da lontano, una istituzione museale, per citare Gadamer, che, preoccupata di mostrare una serie di monumenti del passato, sradica la cultura dal suo luogo originario. Esso al contrario rappresenta una realtà di tracce e di frammenti cui porre le domande fondamentali e verso cui orientarci, ma senza rinunciare a vivere il presente, anzi ridandogli vita – ricreando – per restare in vita, per far sì che il tempus edax non ci strappi a noi stessi e alle nostre radici.

Ciò significa accostarsi a una dimensione atemporale che assume una valenza tipicamente simbolica: in essa è possibile pervenire a una rinnovata capacità immaginativa.

insegnatemi il cammino, voi che siete / stati morti, attingete la nostra / verità dal pozzo sigillato, staccatevi dal tempo / e portateci oltre le tragiche colonne / tra i fari del camion e un piumino / getteremo le più alte / astrazioni in un sussulto di fiammiferi, / torneremo a casa, vi diremo. ( Milo De Angelis, Quell’andarsene nel buio dei cortili, Mondadori,  Milano 2010 )

La dimensione dell’attesa può essere altresì interpretata come lo spazio mentale nel quale si stabilisce una comunicazione. Ma tale comunicazione non è altrimenti raggiungibile che attraverso l’esercizio del fare vuoto, del disporsi al silenzio. E l’artista, fatto il vuoto di ogni determinazione, non solo si apre ad Altro, ma si trasfigura egli stesso in una nuova coscienza. Tale coscienza è l’altro che ri-determinandosi porta nel proprio tempo uno sguardo più ampio e acquisisce un’attitudine creativa. “Come per la musica una poesia esce dal silenzio, ritorna al silenzio”. (Simone Weil,  Venezia Salva, Adelphi, Milano 1987)

Delle Poesie Inedite di Franco Fortini ( Dall’Antologia della poesia italiana, Einaudi, Torino 1997) mi commuove la libera traduzione delle “venti parole più famose della poesia tedesca” (Goethe, Wanderers Nachtlied) che sono proprio l’esaltazione dell’ascolto del silenzio, altissima pace: Quiete tutte le cime. / Su tutte le rame alte / appena un fiato. / Muti i piccoli uccelli del bosco. / Fra poco, guarda / requie anche per te.

L’ascolto del silenzio implica una disposizione all’attesa di una rivelazione o di un’intuizione. A tal proposito cito versi di Emily Dickinson: Questo mondo non è Conclusione. / Un seguito è al di là – / invisibile come la Musica – / forte come il Suono. / Fa segno e poi sfugge. / Filosofia non lo sa. / È l’Intuizione, alla fine, a penetrare l’ Enigma. (Emily Dickinson, Poesie, BUR, Milano 2001)

Scoprire ciò che ci attende oltre la frontiera della morte, in “quel punto di intersezione fra tempo ed eternità” – per usare le parole di un altro poeta americano, Eliot – non si ottiene con un risultato filosofico evidente. È solo l’Intuizione che ci aiuta “a penetrare l’Enigma,” ma sempre nella consapevolezza che non è compito della poesia cercare verità universali, dare risposte univoche, quietare dubbi esistenziali.

Tale Intuizione rappresenta piuttosto l’acuirsi di una sensibilità, di un modo differente di rapportarsi al mondo che consente di andare oltre la distrazione generale della nostra società disgregata.

Occorre perciò perdersi nel silenzio dell’attesa per dedicarsi interamente al significato da scovare per mezzo del suono, musica del linguaggio.

Lo sa molto bene la nostra Maria Luisa Spaziani che ci dona questi bellissimi versi: I giorni che tu credi dissipati / nel chiasso e nella noia, / a tua insaputa ròdono il deserto / con furiose radici – / trovano un filo d’acqua mentre dormi / o aspetti a lungo un treno che non viene,  / e succhiano in silenzio, e ti preparano / i frutti del compenso. (Da Il segreto delle fragole – ed.2004, LietoColle)

Dunque l’attesa si pone come apertura ontologica: soltanto dopo la perdita di ogni punto di vista pre-determinato, può avere inizio un nuovo dire che è un dire diverso. Il poeta infatti, fattosi niente, si apre all’ignoto disponendosi a compiere un salto nel vuoto. Il suo lavoro è un continuo togliere per costruire e ricostruire, nell’attesa del rivelarsi di un’attenzione involontaria che lo bersagli di fitti messaggi, di reali o fantomatiche presenze. Un verso è la sutura del vero lo spago / con cui ricucio ogni volta il mio sacco / di ricordi e affetti. (Francesco Dalessandro – Lezioni di respiro – Il Labirinto, Roma 2004)  La soggettività che è all’azione, è una soggettività carnale e plurale, in quanto disposta alle molteplici deviazioni e sollecitazioni del mondo esterno, ma è al tempo stesso autonoma e creatrice in quanto disposta all’attesa di Altro, proprio conseguentemente all’eliminazione di ogni forma di pregiudizio cui è sottoposta.

Certo, nella nostra epoca supertecnologica, nella scempia guerra economica, politica, sociale, oggi che la poesia viene inesorabilmente confinata nell’ombra, o semplicisticamente ridotta a futile sfogo narcisistico, rifugio per solitari malinconici sognatori, varrebbe la pena ancor più sforzarsi di coglierne il senso profondo, di comprendere che essa, come la musica o qualsiasi altra forma di arte con la A maiuscola, rappresenta il momento del cambiamento, è un ri-iniziare nel tempo e proprio a partire dalla coscienza del tempo come limite.

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