Fu dove il ponte di legno n.4: PRIGIONIE (1) – Mandel’štam a Voronež

Cosa fa la parola quando lo spazio si restringe e si fa più angusto?
Come tutte le manifestazioni vitali –  e la parola è una delle manifestazioni più vitali dell’essere –  si gonfia fino a scoppiare, è costretta a cambiare misura.
Come ogni rivolo che, imprigionato, cerca una via di fuga o svapora per nessuna speranza, così la parola si imprime sui muri o, in mancanza di supporto, rimane fissata nella mente come una litania per tempi futuri.
“Non sono impoverito né scheggiato/ma solo enormemente ingigantito”.
Questa dimensione gigantesca nel perimetro della prigionia, pone la poesia in uno stato di forte eccitamento e pericolo; invettiva, visione, autoproclamazione, perdita delle misure: “è tesa la mia corda/e dentro la mia voce, dopo l’asma/risuona la terra, ultima mia arma”.
A Voronež, in cui il poeta è stato costretto a confinarsi, dopo versi pericolosi che gli sono costati la vita, il flusso di pensiero speculativo si è trasformato nell’ombra nera che riempie la stanza, prima che la follia ingoi la parola stessa. La mancanza di respiro è detta e pronunciata in nome di un’appartenenza alle strutture naturali che gli uomini si danno per istinto: “Devo vivere, respirare, bolscevizzare/lavorare parole”.
In questa condizione, lontana dai circoli e dalla moda dei salotti, la poesia ritrova il suo ruolo e forse il suo vero spazio: abitare la bocca. “non siete riusciti a estirpare le labbra che si muovono”; insegnare qualcosa: “Sì, sto nella terra, muovo appena le labbra,/ ma ogni scolaro imparerà quello che dico”.
Mai imprigionare i poeti! Perché, costretta, la loro parola cerca il cunicolo della fuga, aguzza lo sguardo, vede cose che gli altri non possono vedere o non vedono più. Col tempo, ed è solo una questione di tempo, si fa voce dello spirito anestetizzato di un’intera Nazione.

 

 

Lasciami scivolare, scioglimi, vorace
Voronež, mandami prosciolto, lascia
che da te mi disciolga –  voragine,
corvo, vorace vescica, Voronež!

 

*

 

Sì, sto nella terra, muovo appena le labbra,
ma ogni scolaro imparerà quello che dico:

sulla Piazza Rossa la terra è più rotonda
e spontaneo si rassoda il suo pendio,

sulla Piazza Rossa la terra è più rotonda,
e spazia improvviso il suo pendio

scivolando giù, indietro, fino ai campi di riso,
finchè sulla terra vive l’ultimo schiavo.

 

*

 

Privandomi del mare, dello spazio per la corsa e il volo,
dando alla mia orma il supporto di una terra forzata,
cosa avete ottenuto? Calcolo brillante:
non siete riusciti a estirpare le labbra che si muovono.

 

 

3

Una sutura maledetta, un capriccio insensato
ci hanno divisi. E adesso, cerca di capirmi:
io devo vivere, respirare, bolscevizzare,
e rinsavito prima della morte
restare ancora un poco a giocare con la gente.

 

 

6

Il mio paese parlava con me,
mi faceva la predica, lasciava correre, non leggeva
– ma fattomi uomo, come teste oculare
mi prese in considerazione: e di colpo, come una lente,
si accese di un raggio ammiragliesco.

 

 

7

Devo vivere, respirare, bolscevizzare,
lavorare parole, fare di testa mia, unico amico di me stesso;
sento dall’Artico i colpi delle macchine sovietiche
e ricordo ogni cosa: il collo dei fratelli tedeschi
e che con il pettine lilla di Lorelei
il giardiniere-boia ingannava il tempo dell’ozio.

 

 

8.

Non sono impoverito né scheggiato,
ma solo enormemente ingigantito;
come il Canto della Schiera è tesa la mia corda
e dentro la mia voce, dopo l’asma,
risuona la terra, ultima mia arma,
arido nero, umido del černosjom.


(poesie di Mandel’štam, Garzanti 1972, a cura di Serena Vitale)

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