Vicolo Cieco n.4: Non è tutto io quello che luccica

Si tende a cercare l’io poetico nell’io acclamante dei propri disagi,  o in quello giaculatorio delle proprie carenze scambiando sbrodolamenti per riflessioni sul presente.

Non è tutto io quello che luccica ma esiste una certa tentazione efficace dello studiare la vita dalle proprie latitudini.

Spesso essere buoni studiosi non ci fa essere necessariamente buoni poeti, aiuterebbe però e di molto una certa predisposizione all’osservazione emotiva, mi chiedo allora sin dove si spinga questo processo alla condanna dell’autoreferenza da parte di una critica salottiera che all’insegna del vorrei ma non posso ha talvolta confuso l’unicità con una celebrazione.

Tutta la poesia è orfica e prometeica, così come ogni scrittore nasce da una referenza personale ed emotiva.

Di bello c’è che il poeta non è ingombrante nemmeno quando dice io, perché la poesia oggi è in fondo una manifestazione evitabile, basta sottrarsi all’urgenza del dire e i giochi son fatti.

Per la sovversione però, come mi è capitato di dire spesso, bisogna essere attrezzati e anche questa logica di sottrazioni ha le sue regole: la sparizione è un’arte imbottita di facsimili, in questi anni di rete a maglie larghe si esce dalla finestra e si rientra dal portale.

A me continua a piacere quella poesia che assomiglia a chi l’ha scritta, quella che sa che prima di negare bisogna affermare, perché poi a guardarci dentro è nella somiglianza che si gioca la partita ma questa è storia da più avanti, per ora ci basti credere che poesia è dipingere senza telaio stropicciando la superficie come faceva Hantai, risultati straordinari e solo suoi.

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