Alberto Cappi – una nota di Stefano Guglielmin

Poesie 1973-2006

Alberto Cappi

a cura di Mauro Ferrari

312 p.

Puntoacapo Edizioni

 

L’uscita di un’antologia personale, definitiva per la sopraggiunta dipartita dell’autore, è qualcosa di più che un resoconto dettagliato di un lavoro, ma dà l’opportunità di riflettere sul valore complessivo dell’Opera. Nell’attesa che la critica, nelle sedi opportune, s’impegni in tale impresa, dirò qualcosa di preliminare intorno a Poesie 1973 – 2006 (a cura di Mauro Ferrari, puntoacapo editrice, 2009) di Alberto Cappi.

La mia impressione, leggendo passo passo le 12 sezioni che sostanziano il libro, da Alfabeto a La bontà animale, è che Cappi si sia attardato forse troppo nella ricerca neoavanguardistica di stampo strutturalista, sperimentando le possibilità della parola e dei sintagmi con gran rigore, ma come un soldato chiuso nella sua stanza che, assieme a pochi altri arroccati nel fortino, non abbia visto la guerra finire, la qualità dei tempi mutare, l’orizzonte allargarsi verso una nuova relazione fra poesia e pubblico, fra società, ormai completamente indifferente alla problematizzazione delle proprie strutture formali, e l’istanza comunitaria di un popolo (quello della poesia, per quanto ridotto) che intende resistere al proprio annullamento mediatico e politico, anche attraverso una parola poetica di nuovo capace di nominare il mondo degli affetti e dei fenomeni. E’ infatti vero che Cappi, come scrive Ottavio Rossani, nel BlogCorriere del 1/09/08, “si è imposto come il cultore della estrema manipolazione della parola, con ardite combinazioni, inverosimili concertazioni, disarticolazioni e ricostruzioni. Un lavoro di scavi, rotture, ricomposizioni: una scrittura unica e carismatica, al di là del significato, che alla fine comunque emerge in un magma espressivo ribollente e mai definito”, e tuttavia, appunto, tali esperimenti, se negli anni Sessanta – primi Settanta potevano trovare ragione in una lotta al sistema attraverso la messa in crisi dei suoi codici, successivamente hanno rischiato di diventare maniera, esercizio, applicazione di un pensiero già dato (In Cappi, l’aveva già sottolineato nel 1981 Mario Lunetta, in Poesia italiana oggi (Newton Compton), tale debito faceva riferimento “agli anagrammi di De Saussure”, ai “prelievi effettuati da Agosti, al concetto di anafonia di Barilli, di anatema di Baudrillard, alle relazioni inconscio-linguaggio suggerite da Clark, all’analisi dei giochi enigmistici verbali del folclore attuata da Jakobson, alla rilettura di Starobinski, non che alle nostre cantilene, nenie, filastrocche”). Certo il taglio che Cappi incide nel tessuto comunicativo e il timbro delle sue soluzioni alchemiche non mancano di originalità e di rinvii alla tradizione (per esempio, sarebbero da approfondire sia il suo legame con Pascoli e sia il dialogo con il divino, non lontano dalla sensibilità ungarettiana), tuttavia il suo percorso, d’acchito, sembra arenarsi per troppo tempo in questo coloratissimo ma pur sempre immobile acquitrino, laddove i migliori poeti della fine degli anni Settanta sentirono la necessità di passare oltre, di uscire dal laboratorio, per incontrare finalmente gli uomini. Non più dunque una verifica del potenziale linguistico, bensì uno stare nell’aperto del mondo, resistendo all’annullamento antropologico prodotto dalla società dello spettacolo, attraverso un attrito semantico ed etico, dove il biografico ha riacquistato importanza.

Il cambio di rotta avviene a partire da Piccoli dei (1993), ma giunge a maturità soltanto nel 2004 con La casa del custode e con il libro successivo (assente dall’antologia per ovvie ragioni editoriali), dal titolo Il modello del mondo (Marietti 1820), uscito nel 2008. La svolta, riconosciuta anche da Rossani e Rondoni, trova a mio avviso in Quaderno mantovano (1999) il suo perno sostanziale, laddove le relazioni amicali vengono in primo piano, rimanendo una costante sino alla fine. L’intimità, che i testi per gli amici espongono, non diventa mai oscena, sintetizzando piuttosto i frammenti di un discorso esistenziale fra due mortali, dove frasi opere ed omissioni si combinano nel testo per mettere il punto della situazione dialogica, così da ripartire poi di nuovo in privato, fuori dal riflettori. Credo che si debba cominciare da questa rete d’affetti per ripensare l’Opera di Alberto Cappi, che ha la sua cifra complessiva nella sfiducia nel mondo e nell’uso rituale dell’alfabeto, oltre che nell’idea che poesia sia un “arso dono” che la storia, matrigna, rifiuta, così che non resti al poeta altra via che “affondare poco a poco in nessun loco,/ smemorare, per astuzia o erranza,/ e poi smembrare, dividere, giocare”. Se la ragione profonda, anche del suo gioco strutturalista, riposa in tale drammaticità (e non è, dunque, maniera come sembra in superficie), allora la persistente adesione di Cappi ad un modo del poetico storicamente determinato rivela tutta la sua pregnanza e, perciò, trova giustificata coerenza. Questa ragione ideologica non basta tuttavia a fondare il valore della sua Opera; uno studio serio in tal senso, che volesse togliere il sospetto di epigonismo alla sua ricerca, dovrebbe infatti verificare il contributo che egli ha dato alla poesia italiana contemporanea nello sperimentare il limiti del tessuto linguistico e sintattico, mentre, per quanto riguarda le poesie della svolta, occorrerebbe misurare quanto d’ineludibile rimane, a partire dal connubio che egli istituisce – nei suoi testi migliori – fra sperimentalismo fonematico-versale e linguaggio quotidiano, il cui effetto è un’asimmetria stratificata, spesso mimetica all’instabilità del tempo presente, talvolta capace di portarci nel cuore della verità del tempo tout court, della cura che il tempo è quando lo sappiamo ascoltare. Forse riposa in quest’ultima acquisizione il punto più memorabile della sua poesia, e con questo metro dovremmo misurare tutta la faticosa ascesa (più di trent’anni) che egli ha compiuto per raggiungerlo.

(di Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque)

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