Patrizia Cavalli: Sempre aperto teatro – una nota di L. Marini



Sempre Aperto Teatro

Patrizia Cavalli

1999, 125 p.

Einaudi (collana Collezione di Poesia)




L’approccio con la nuova opera di un poeta o di una poetessa è sempre problematico.  Si ha bisogno di un po’ di tempo per sentire il suo modo di scrivere, capire la particolarità del suo linguaggio, entrare nella natura delle sue emozioni, cercare di vedere coi suoi occhi il mondo.  Ma per Patrizia Cavalli è stato diverso: il suo libro infatti è, da una parte, esplicitamente autobiografico, immediato, calato in un ambiente mentale, fisico e storico, che mano a mano si dipana e si chiarisce quasi come in un racconto.  L’estrema e precisa semplicità del linguaggio e la costruzione del verso, che cerca di scostarsi il meno possibile dal linguaggio parlato, facilitano la concentrazione sul senso del messaggio scritto: infatti non v’è bisogno di prestare particolare attenzione alla forma del verso e agli elementi fonoprosodici, poiché essi si impongono naturalmente da sé, con un ritmo che si afferra subito alla prima lettura.  E dunque mi sono precipitato in libreria a chiedere copia dell’intera sua opera (Poesie, 1974-1992, Einaudi) che comincia a essere introvabile dopo che l’autrice ha vinto il premio Strega 1999, con l’opera che qui stiamo considerando.

La raccolta ha la prerogativa di essere strutturata, come è scritto nella quarta di copertina, come un “canzoniere con andamento narrativo ciclico e una struttura in cui il fluire delle poesie brevi trova nodi di senso e di scansione ritmica in poesie di più lunga misura”.  Una raccolta quindi organica, anche nella quinta parte – suggerisce la didascalia – dove, ad un esame approfondito, emergono riferimenti e rimandi a quei “nodi di senso” che rappresentano i temi e i contenuti nelle liriche.

Già dal titolo, Sempre aperto teatro, la poetessa allude a un luogo deputato a una rappresentazione (in questo caso si tratta di luogo mentale prima ancora che fisico) in cui si svolge un certo comportamento amoroso, o meglio, la storia di un amare in cui le protagoniste (un Io poetico perduto in una alterità affettiva intensa e struggente e un tu ben lungi dal condividere il tentativo disperatamente coinvolgente di questo amore) giocano un copione, la parte rigidamente strutturata di una tragedia umana – modernissima e pur antica -, quella dell’amore vuoto e insoddisfacente.  Ecco che il termine teatro, evocando tutto un mondo di finzione, maschere, tragedia, recita, si rivela essere un elemento importante a cui riferirsi per una chiave di lettura dell’opera. Un copione logoro e logorante, giocato per abitudine, senza sapere il perché si è cominciato a giocarlo:


Per dare movimento a quel che è fermo

per vincere o per perdere e poi

ricominciare.  Si ricomincia sempre

nel gioco delle carte e rovinarsi

è il peggio che possa capitare.


Togliersi al tempo immobile però

o al tempo che si illude di procedere,

confonderlo nel cerchio

diverso eppure uguale

continuando sempre a mescolare.


Un copione però del quale, oltre ad ignorare l’origine, pur non vediamo la fine, sempre aperto dunque.  L’immagine che l’autrice suggerisce è quella del cerchio, di qualcosa che non ha inizio né fine, dove ogni punto è inizio e anche fine, come nel noto assioma della comunicazione che recita, più o meno, che è impossibile stabilire la punteggiatura di una sequenza di eventi, in quale momento inizi una comunicazione e una relazione fra esseri umani, e quale sia la causa del suo eventuale fallimento.  L’amore quindi, in un certo senso, reso parte di una vicenda di incomunicabilità, nella quale esso stesso diviene non soggetto e anima, ma l’opaco strumento di una esigenza di ritualità, quella di passare il tempo, illudendosi di dare, attraverso il rito, un senso alla vacuità della propria esistenza, confondendo così la forma rituale con l’essenza dell’atto, la recita con la vita, la maschera che si indossa con l’identità.  Ecco che, così, l’innamoramento ci coglie impreparati, e insieme presuntuosi.


Come se mi dicesse «andiamo a correre»

e non hai le gambe,

«giochiamo a tennis» e non hai le braccia,

e intanto ti dichiari decatleta,

bravissima tra l’altro, straordinaria.


Ma un amore così vissuto, sembra dirci la poetessa, si trasforma giorno dopo giorno in un inferno. La dimensione esistenziale pertanto assume, nel corso dell’opera, anche il senso di una disperazione cognitiva/esistenziale, di una sofferenza mentale.  Si ha la chiara consapevolezza di questa recita infernale e della sua distruttività, si ha la consapevolezza della sua posta di questo gioco, che è la sofferenza.  Ma lo si gioca comunque, perché non si trova altro modo per sentirsi vivi.


La scena è mia, questo teatro è mio,

io sono la platea, sono il foyer,

ho questo ben di dio, è tutto mio,

così lo voglio, vuoto,

e vuoto sia.  Pieno del mio ritardo.


E ancora:


D’improvviso come fosse un raffreddore

torna l’amore.  Non è un raffreddore

è un mal di testa che toglie ogni pensiero

alla mia testa e lo fa diventare

miele al cuore. (…)


L’Io poetico dunque si interroga sul perché di questo terrore dell’intimità personale che subentra pian piano nella relazione d’amore.  L’intimità infatti chiede tutto, esige tutto, pretende un atto di fede al quale la razionalità si ribella.  Ma se non vi è intimità, la vicenda amorosa si trasforma in una noia opprimente che avvelena la relazione e la riduce a un’abitudine senza più senso.  Ebbene, dire tutto questo con il linguaggio della poesia, e dirlo con l’immediatezza della lirica di Patrizia Cavalli, non è cosa da poco e lo si può fare soltanto con un linguaggio capace di tener alto l’elemento poetico, e nello stesso tempo capace di dar vita adeguata allo scenario del teatro, al racconto dell’evento, al dipanarsi di un messaggio che è anche razionale.  Parlare dell’amore in questi termini diventa allora un’impresa di straordinario equilibrio e padronanza dei “ferri del mestiere”, del linguaggio e dei toni, che non scadono mai nel dichiarativo, nel dimostrativo, nel denotativo, nonostante l’obiettiva difficoltà nell’esprimere dei contenuti o uno specifico messaggio, ma rimangono saldamente vincolati al connotativo tipico del linguaggio poetico.

La prospettiva di questo interrogarsi sul senso dell’amore, è peraltro attualissima; e già nelle Cento quartine di un’altra donna, la Valduga, troviamo qualcosa del genere in chiave eterosessuale: lì abilmente dissimulato in un racconto – e anche in quel caso troviamo una struttura a canzoniere – quasi pornografico, come se l’autrice, paradossalmente, volesse nascondere per pudore questo smarrimento di senso.

È dunque, in una prospettiva più generale, un vero e proprio nuovo canto dell’amore in chiave moderna ed esistenziale, che caratterizza una sensibilità e una (forse) possibilità di fare poesia in questo modo, che solo le donne riescono ad esprimere o comunque hanno sinora espresso in maniera così matura (la capacità di esprimere un verso così straziante, come dice il Baldacci parlando della Valduga).  Con questo modo di porre la questione amore, sia Patrizia Valduga che Patrizia Cavalli sembrano arrivare lì dove la poesia maschile non è mai giunta: a toccare un nocciolo esistenziale e psicologico dove davvero vengono messi sotto accusa tutti i mascheramenti, tutte le difese che hanno incrostato di ambiguità e di non senso una cultura maschilista, estremamente difesa nelle vicende amorose.

Di fronte allo spessore e insieme alla chiarezza di questo messaggio, non possiamo che riconoscere l’originalità di questo discorso poetico, che dice cose nuove su una vicenda, quella amorosa, che da tempo sembrava essere trattata in modo un po’ stereotipato e comunque privo di sostanziali novità.  Patrizia Cavalli dà invece, nella direzione di nuovi contenuti un affondo che mi sembra di rilievo, e che bisogna porre nel giusto rilievo (dietro a questi contenuti infatti troviamo, non soltanto una diversa – perché indifesa, nuda, disincantata – e nuova espressività poetica, ma soprattutto una nuova cultura dei rapporti, radicata nell’analisi introspettiva ma anche in un tentativo di oggettivazione, di proposta, di razionalità sostanziale).

Ed è la commozione e l’emozione di questa presa di coscienza l’elemento forse più poetico del libro, esaltato dalla solidità di un linguaggio anche sincretico, che riesce a condensare nello stesso verso il vedere e il sentire, l’immagine e il concetto, il racconto reale e l’elemento fantastico.

È dunque un libro importante di questo decennio, da leggere tenendo d’occhio gli aspetti di contenuto e di mestiere, dei quali mi sembra molto ricco.


Questo nuovo malessere che mi confeziono

mi serve per raggiungere il perdono.

Perdo danaro al gioco, mi svuoto di sostanza,

mi tolgo alla misura della tua bilancia.

Tutti i miei sensi raccolti in uno


Tutti i miei sensi raccolti in uno

che era tutti e non era nessuno.

Un impasto densissimo amoroso

che riassorbiva il mondo nel riposo.

Si mostrava nella forma di un sorriso

che era di tutto il corpo non più diviso,

luce e riflesso della luce d’ogni corpo,

mi visitava tenerezza di nascosto.

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