La Voce Inimitabile. Poesia e Poetica del Secondo Novecento – Cesare Viviani

La voce inimitabile. Poesia e poetica del secondo Novecento

Cesare Viviani

2004, 162 p., brossura

Il Nuovo Melangolo, collana Opuscula




A un anno di distanza dall’uscita mondadoriana della sua bella antologia lirica (Poesie 1967-2002), Viviani raccoglie in volume trentadue prose perlopiù brevi, originate da letture di autori cari al poeta senese o da riflessioni sulle ragioni del poetare. Tranne che in un caso, che accortamente l’autore costringe quasi fra parentesi sotto il titolo Piccola confessione, dove i paragrafi denunciano la soggettività delle affermazioni attraverso la settemplice anafora «Scrivo per», variata negativamente all’inizio dell’ottavo e ultimo capoverso, solitamente il tono dei capitoli, nonostante la professione di umiltà, è perentorio e generalizzante. Il che, beninteso, non è affatto sorprendente, poiché solitamente accade ai poeti che si spostano sul piano della critica e invece stanno dando il meglio di sé, in quelle stesse pagine, come testimoni consapevoli della propria poetica. Il poeta che scrive su altri poeti, scrive, in realtà, di sé per interposta figura, si specchia nelle opere altrui come in uno sforzo di oggettivazione del proprio pensiero che altrimenti risulterebbe gravoso o forse fastidioso se fosse condotto direttamente sui propri testi.

Di questa natura è, appunto, il libro di Viviani che, se non può offrirsi come saggio di storia della poesia e delle poetiche contemporanee (come, invece, sembra promettere il sottotitolo), è, però, un preziosissimo contributo alla comprensione degli orizzonti teorici entro cui si è generato e modificato il suo eccellente percorso creativo. Persino lo stile prosastico scelto, prevalentemente aforistico e giustappositivo (esemplari a questo proposito i capitoli Linguaggio divino e Alla stessa fonte), appare del tutto coerente con quello slancio metafisico ed eterodossamente sapienziale che ha connotato la scrittura lirica di Viviani almeno a partire da L’opera lasciata sola (1993). Sulla scrittura riflessiva per aforismi si appunta proprio la prosa conclusiva del volume (L’aforisma, gli intellettuali e i poeti), che individua nel frammento meditativo l’accostamento più prudente alla verità, secondo un procedimento di intuizioni e illuminazioni che ha il privilegio di non rompere mai del tutto il vincolo che lo lega all’esperienza particolare e ‘materiale’ che l’ha generato e, dunque, «come la poesia, porta in sé le contraddizioni, non le teme come punti deboli e non le risolve come invece fa la scrittura sistematica». Quest’ultima, prediletta dai filosofi e soprattutto dagli scienziati, ha la pretesa «della compiutezza, dell’esaustività, della totalità, e quindi della capacità di controllo, e del potere».

Questo argomento mi pare uno dei più suggestivamente poetici e dei meno persuasivamente critici del Viviani prosatore, proprio perché si relaziona magnificamente al frammentismo poematico, ad esempio, di Silenzio dell’universo (2000), spiegandone gli intenti etici e le qualità linguistiche, ma non è sincero circa l’umiltà dell’aforista, per il quale ogni singola catena verbale splendidamente scoperta nel cristallo del «pensiero poetante» contiene in sé un’emersione di verità, e siccome la verità è una e indivisibile (e su questa nozione si consiglia la lettura del cap. XXVI dedicato all’ultimo canto del Paradiso) ogni volta che si accede a una sua sporgenza se ne afferra la totalità. Di qui deriverebbe il disinteresse dell’aforista per le contraddizioni che consisterebbero nella difettività delle menti umane e non certo nella sapienza che regge l’universo. Il punto è, però, che la scrittura per frammenti conduce alla paralisi dialettica e all’indecidibilità, mentre il ragionamento saggistico obbliga l’autore (critico, storico, filosofo) a misurarsi con le contraddizioni, ad assumerle come problema e a documentarne la presenza; questo processo – che deve certamente precedere la soluzione delle contraddizioni e non necessariamente concludersi con essa – qualifica e definisce il saggio critico-teorico che, per fortuna, non sempre corrisponde all’idea che Viviani ha di qualche studioso, tacciato di «rafforzare la propria immagine», negando, annullando «quelle diverse altrui» (p. 58).

La ricaduta negativa dell’attitudine aforistica si dimostra in certi luoghi del libro, dove una maggiore sollecitudine argomentativa e dimostrativa avrebbe, credo, evitato delle affermazioni che, assolutamente valide e legittime sul piano delle proprie inclinazioni estetico-ideologiche, perdono qualunque significato sul piano storico. Riporto un solo caso, attinto alle prime sei righe del capitolo XXIX (Confusione sociale): «La poesia non cerca la società. Quando mai la poesia ha cercato la società nell’ispirazione, quindi come fonte di valori, o come interlocutrice, e quindi la sua attenzione? Quali valori della società: i valori della mediazione, dell’obiettivazione, della codificazione? Diffido delle risposte facili» E fa bene il poeta a diffidare, perché io ne ho talmente tante di risposte facili, prese da Virgilio, da Dante, da Tasso, da Shakespeare, da Foscolo, da Carducci, da Pasolini e persino da Petrarca, da Leopardi e da Pascoli, che avrei motivi sufficienti per non proseguire la lettura; ma, dal momento che ho accettato sin dalle prime pagine di farmi provocare da uno dei poeti contemporanei che apprezzo di più e che leggo e recensisco sempre con piacere, so bene che tutto quello che Viviani afferma con la sicurezza dell’enunciatore di verità generali va letto come certificazione di sé e della propria scrittura.

Dopo aver negato le relazioni fra biografia e poesia (La propria e l’altra vita) e qualunque fungibilità delle «chiavi critiche» della «forma» e del «contenuto», Viviani sembrerebbe voler disarmare lo storico della letteratura, proclamando che di fronte alla poesia «il discorso critico, le categorie di interpretazione e di pensiero, le proprie capacità e qualità di autore, i riferimenti concettuali o teorici, letterari o estetici, le sicurezze e i valori identificati, tutto viene a tacere» (Pericoli di fine secolo, p. 130). Ancora più decisamente parifica la critica a ogni altra scrittura creativa, quando condanna «al fallimento» qualunque tentativo «di illuminare» il mistero della poesia (Il portafoglio del poeta, p. 143). E invece mi sembra che il poeta voglia qui esortare il suo interlocutore a una lettura più profonda, più azzardata, priva di protezioni rassicuranti e di condizionamenti affettivi, avvertendolo che la sua poesia si muove spericolata verso i territori dell’indicibilità e dell’inverificabilità.

Allo stesso modo, mentre dichiara a voce spiegata che «non esiste influenza tra poeti: perché già tutti bevono alla stessa fonte, e la parola non subisce la proprietà di alcuno» (Alla stessa fonte, p. 82), Viviani trama il suo discorso di riflessioni, note interpretative e recensorie e profili di dieci poeti che presumibilmente egli ha eletto quali propri maestri: Luzi e Zanzotto su tutti, con due capitoli dedicati a ciascuno – e significativamente, poiché i due autori sintetizzano i paradigmi estremi ed opposti fra i quali trascorre tutta la ricerca creativa di Viviani. Poi ancora tre grandi del calibro di Fortini, Giudici e Raboni ed altri che riallineano su Milano le prevalenti relazioni letterarie dell’autore: Porta, Cucchi, Testa, Carifi e Gramigna. E si fa leggere con curiosità il capitolo dedicato ai poeti nati negli anni Quaranta e da lui considerati una sola generazione. Per ciascuno dei poeti che sente più congeniali Viviani individua lucidamente un nodo tematico (direi pure allegorico, se la parola non offendesse l’autore) che ne caratterizza la scrittura – la rinascita, la materia, la profezia civile, la quotidianità, il dono, l’ottimismo, la perdita, l’infanzia, la morte, il congedo – e al contempo offre al lettore un discorso profondo e onesto sulla propria concezione della poesia come intreccio indistinguibile di scrittura e lettura, l’una e l’altra esercizi reversibili di approssimazione all’Assoluto, lungo un itinerario di rinascente misticismo.


(di Daniele Maria Pegorari su Incroci)

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