Altre Voci n.2: Vertigine e misura – Marco Ercolani

Vertigine e misura

Marco Ercolani

2008, 202 p., brossura

La Vita Felice

Non sono mai sufficienti i libri di critica. Sono baluardo e scoperta, tela trasparente e fango da attraversare. Non è necessario che ricostruiscano, ma che evochino. Fare eco; richiamare dal mondo dei trapassati. Questo è un libro: qualcuno che se ne è andato dalla voce, che deve essere accolto in altre voci.
Vorrei dare questo senso a Vertigine e misura: misura e rischio di un pericolo: quello dell’allontanamento, di una eco che non ritorna.
Il critico, quindi, ri/flette, si flette anche. “La vera letteratura si compone di pensieri segreti, di ossessioni mentali, di incubi non risolti. E’ un’ossessione privata che, invece di produrre sintomi, realizza testi”.
Il critico si abbassa verso il testo, immerge la testa come in un’acqua. Annega o ne è rinfrancato. Accetta il pericolo della letteratura,  il suo essere pungolo, la sua possibilità di perdita: “Se le pagine scritte che ci accingiamo a leggere ci sembrano già lette e non risvegliano dentro di noi ammirazione, invidia, malessere, potremmo definirle superflue, nel senso di non essenziali, simili a migliaia di pagine già scritte”.
Questa necessità della letteratura –  creatura inutile, che non produce profitti né tantomeno pacificazioni a tutti i costi – consiste nella capacità di sovvertire l’ordine del discorso, di ribellarsi al superfluo del quotidiano, alle sue retoriche comunicative, pensate solo  in funzione di una mercificazione dei sensi, di una chiarezza a tutti i costi.
Marco Ercolani giustifica la scelta dei 35 libri recensiti nel libro, proprio per un interesse verso certe “tonalità”  intime e tragiche della poesia contemporanea. Libri in cui “la poesia è la propria realtà(S. Heaney)”; “Visionari – il termine li qualifica appropriatamente –  essi non vedono l’oggetto, lo visionano (H. Focillon)”.
La poesia si pone quindi, per Marco Ercolani, sulla soglia di una nominazione sempre pericolosa, sempre in bilico tra il rischio del fallimento, del crollo e la scommessa del passaggio, del porgere al mondo qualcosa di indicibile. Scrivere sarebbe, secondo  Massimo Morasso,  “interpretare. La poesia non è che una metacritica dell’interpretazione dei sogni”.
Il critico, insomma, non ricostruisce la storia della letteratura attraverso l’abbellimento di una vetrina con i capi più costosi. Piuttosto mette alla prova le resistenze e le durezze; la bellezza scontrosa o urtante; perché “la parola riduce in stato di ordine precario un paesaggio già in sussulto. Prima c’è una percezione di fenomeni, interni ed esterni, che mette il mondo e il soggetto in pericolo. Se non si avverte questo pericolo iniziale, questo necessario fallimento, allora nessun viaggio nella lingua è necessario”, allora la poesia non è necessaria.
Questo rischio del fallimento è indagato nelle ultime pagine del libro  “Vite interrotte”, attraverso la rievocazione dell’esperienza di Lorenzo Pittaluga, giovane poeta scomparso prematuramente, la cui vita non è solo vita, ma anche una metafora della vita. E della poesia, insomma, del suo progetto di vita e di senso, anche quando le nostre parole potrebbero apparire le più lontane e distanti dagli altri; persino da noi stessi. “Perché ogni autentico poeta, come osserva Milo De Angelis, – non accetta di morire cancellato e non accetta di morire insensato –”

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