Poesia Condivisa 2 N.24: Gabriela Mistral

Gotas de hiel

No me cantes: siempre queda
a tu lengua apegado
un canto: el que debió ser entregado. 

No beses: siempre queda,
por maldición extraña,
el beso al que no alcanzan las entrañas. 

Reza, reza que es dulce: pero sabe
que no acierta a decir tu lengua avara
el sólo Padre Nuestro que salvara. 

Y no llames la muerte por clemente,
pues en las carnes de blancura inmensa,
un jirón vivo quedará que siente
la piedra que te ahoga
y el gusano voraz que te destrenza.

 *

Gocce di fiele

Non cantare: resta sempre attaccato
sulla tua lingua un canto;
quello che doveva essere trasmesso.

Non baciare: resta sempre,
per una strana maledizione,
il bacio che non viene su dal cuore.

Prega: pregare è dolce: però sappi
che la tua lingua avara non giunge
a dire il solo Padre Nostro che ti salvi.

E non chiamare come clemente la morte,
perché nel corpo di bianchezza immensa
resterà un vivo brandello che sente
la pietra che ti soffoca
ed il vorace verme che ti fora.

 

da  Canto che amavi, Marcos y Marcos (Milano 2010), collana Gli alianti, trad. Matteo  Lefèvre

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5 Comments

  • La poesia deve scuotere, schiaffeggiare il lettore, se necessario. Qui arriva ad essere crudele, pur di dire la verità. E ci fa riconoscere sia nel poeta-accusatore che nell’accusato. Siamo messi con le spalle al muro.
    Un Nobel meritato.

  • Leggendo questa poesia si ha la sensazione di appartenere ad una specie che non riesce a mostrarsi per quello che è. La sostanza di sé rimane sempre inespressa ed al suo posto appare una maschera. Siamo al teatro delle falsità dunque! La verità poetica invece restituisce uno specchio la cui superficie divide nettamente il bene dal male. Che vale infatti mostrare una parte di sé e lasciare nell’ombra la parte autentica? Non cantare dice il poeta, ma allora lo stesso vale per scrivere e dipingere e le altre arti. Non impegnare nessun altro in un’idea che non ti appartenga. Facile a dirsi se non pesasse su di noi una specie di condanna collettiva, una dannazione a non essere.

    resta sempre,/per una strana maledizione,/il bacio che non viene su dal cuore

    Resta insomma forte il sapore di una civiltà votata ai riti della trasformazione di ogni cosa in merce e dunque ad assegnare valore zero all’innocenza degli atti. Come spendere infatti sul mercato dell’utile, dell’arrivismo il bacio che non viene dal cuore, quando a vendersi bene è quello del tradimento dell’amico?
    Lo stesso vale per la preghiera. Qual è il limite tra la salvezza affidata ad una recita vuota e quella legata alla propria pulizia interiore che impone all’uomo di fede un’ etica di amore, come quella del Padre Nostro?
    Ed infine, dopo tutto questo vivere l’inautenticità ecco la metafora tremenda di qualcosa che rimane attaccato alla nostra carne, l’ egoismo, forte come un istinto primitivo, in nome del quale abbiamo rinunciato alla nostra umanità, condannato a sopravvivere nel corpo in distruzione.
    Eccolo anche lì nel suo tentativo di allontanare la sofferenza estrema a fingere meriti di qualcosa di fronte alla morte, impossibile da ingannare e ad invocare una clemenza che non potrà mai essergli concessa.
    Potenza della poesia che racchiude in un’immagine una verità terribile: a furia di allontanare da sé la verità, l’uomo finisce per rimanere imprigionato nell’ inferno della sua stessa distruzione. Ciao franco.

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