Poesia Condivisa 2 N.20: Ana Blandiana

 

Ferita

Qualcuno ha stretto un ferro
Intorno al tronco del ciliegio,
Ferendolo in profondità senza pietà
Perché non sapeva che un ciliegio può essere ferito
(Socrate, mi pare, diceva che gli uomini sono malvagi
Per ignoranza),
E ha cominciato a grondare abbondante
Un sangue colloso,
Bruno, simile all’ambra,
Come se si trattasse di un animale sgozzato e non di un
albero.
E le sue foglie in piena estate si sono fatte pallide
Come se per il dolore si fosse trasfigurato.
«Il nostro ciliegio sta morendo», hai detto come se
parlassi di un familiare
Quando hai scoperto il ferro
E hai cominciato a sfilarlo lentamente,
Con attenzione per non farlo soffrire,
Scrutandolo ogni tanto con lo sguardo
Per controllare se l’operazione gli facesse male.
«Credi che ce la farà?», mi hai domandato alla fine.
«Certamente», ti ho risposto,
Perché sapevo che il ciliegio ci stava ascoltando.

*

Rană

Cineva a răsucit o sârmă
În jurul tulpinii cireşului, 
Rănindu-l adânc fără milă
Pentru că nu ştia că un cireş poate fi rănit
(Socrate, mi se pare, spunea că oamenii sunt răi
Din neştiinţă), 
Iar el a început să sângere abundent
Cu un sânge cleios, 
Maroniu, asemenea chihlimbarului, 
Ca un animal înjunghiat, nu ca un arbore.
Şi frunzele i s-au făcut în plină vară palide
Ca şi cum de durere s-ar fi schimbat la faţă.
„Cireşul nostru moare“, ai spus ca despre o rudă
După ce ai descoperit sârma
Şi ai început să o desfaci încet
Cu grija de a nu-l face să sufere, 
Cercetându-l din când în când cu privirea
Să verifici dacă operaţia îl doare.
„Crezi c-o să scape?“, m-ai întrebat la sfârşit.
„Sunt sigură“, ţi-am răspuns,
Ştiind că cireşul ne aude.


da  La mia patria A4  Nuove Poesie, Aracne Edizioni (Roma, 2015), collana Intersezioni, traduzione di Mauro Barindi

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3 Comments

  • Come ogni volta, l’amico Franco ci offre le sue note empatiche e le rende per nostra fortuna pubbliche. Una lettura che illumina, su cui in tutto concordo, compresa quell’evocazione del male umano attraverso la ferita inferta all’innocenza del ciliegio. grazie.

  • Ci sono poesie che scavano profondamente nell’animo del lettore. La poesia qui è nell’ immediatezza dell’immagine. La mente fa fatica a trovare una metafora nel ciliegio ferito. Metafora di cosa? Della cattiveria e dunque della lotta tra bene e male? Ma perché non è immediata la sofferenza di un albero? Perché non ci convince che l’albero ci ascolti?
    È facile capire il dolore di un animale ma non quello di una pianta. Così ci è semplice potarla (equivale ad amputare gli arti), strapparle un fiore (equivale a negargli discendenza) sradicarla, farla a pezzi.
    Non ci viene il dubbio che qualcosa non funzioni in tutto questo. Il problema è forse nel linguaggio. Quello tra uomini e animali funziona perchè in fondo facciamo parte dello stesso regno, così leggiamo sofferenza nello sguardo di un qualsiasi animale, immaginiamo la stessa istintiva reazione se gli viene toccata la prole o il piacere nel momento dell’amore.
    L’ argomento toccato qui invece ci indica un’altra via. Il linguaggio dei poeti è in grado di cogliere quello che agli altri è proibito, la sensibilità delle piante, il loro linguaggio. È lo strumento potente della poesia fatto di pensiero sensitivo, visivo ma anche tattile e olfattivo, a cogliere sul corpo di questo ciliegio il dolore e a misurarlo con matematica esattezza. Perché in fondo è questo ciò che passa, che la sofferenza è il volto universale di un’unica protagonista, la vita. C’è dell’altro però. Non tutta quella (sofferenza) che presenzia gli scambi tra esseri viventi è nell’ordine delle necessità, prima tra tutte il bisogno di nutrimento, ce n’è una che viene inflitta ad altri per mano d’uomo che non trova giustificazione alcuna né paragoni in altri regni. La gratuità del male stringe quel filo di ferro sul corpo dell’albero, come sul corpo dell’umanità. La profondità della ferita è devastante, fino allo strangolamento delle vie linfatiche come fossero arterie del collo. Non lo capisce il poeta (e chi con lui) e non capiamo noi quale sia l’origine dell’azione malvagia, ma ci arriva netta la sensazione che sotto i suoi colpi si ottenga l’effetto contrario dell’umanizzazione della sua vittima e che ci appaia fratello chiunque soffra. Quel sentire nella pianta un familiare è lì a mostrarci il bambino che subisce la devastazione di una qualsiasi guerra. Resta la speranza che la vita possa riprendersi per mano del bene, anche se la riparazione non è mai equivalente al danno. Almeno così crede il sottoscritto. Ciao Franco

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