Marina Pizzi: ‘Segnacoli di mendicità’

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Continuamente in sacrificio questa donna incarnata nella poesia di Marina Pizzi; una donna fragile, quanto forte nelle sue idee a pronunciarsi, parte di un mondo “tra storie andate a male”. Continuano così le immagini a delineare questo disagio: “alla cimasa piange il pettirosso / quelle cerase belle senza tocco”, “dove il varo delle rondini non serve / a far felice un discolo”, “in mano alla rondine del boia / l’ordine è chiudere le palpebre”. La donna è un corpo “di danni di anemoni morti”, un continuo ascendere e discendere nell’animo di forti sensazioni e gradazioni di bene e male che l’avvolgono. C’è sempre un interlocutore fermo che fa parte di questa poesia, qualcosa di cercato, un uomo infranto o parte infranta di una donna più forte, “sprigionata dal giogo della mina”. Il tempo di questa poesia è un calco consumato, tenuto in piedi da una resina dove si incollano i respiri ed i limiti, tutte le cose che creano questo mondo intensamente sconvolto, dalla prigionia, dalla morte dei sentimenti, dall’assenza di questo interlocutore che c’è e manca, dal mantenimento di queste penombre che continuano a scendere tra davanzali anneriti e tempi passati. Tutto il linguaggio utilizzato, i termini, le immagini, richiamano continuamente una scrittura pacatamente studiata e pensata a trafiggere l’animo e studiare di questa poesia, ogni radice che la coinvolge e la costruisce, nella sua totale creazione carnale e viva.

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